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Abusi, un summit non (del tutto) sprecato: cosa si è detto e cosa non si è detto

VATICAN SEX ABUSE

Antoine Mekary | ALETEIA | I.MEDIA

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 25/02/19

Nella fattispecie, il Santo Padre parlava delle pene previste dal Diritto per «l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche aventi ad oggetto minori». E il limite a cui si allude è fissato a 14 anni. Perché questo cambiamento? Per poter far ricadere i casi di efebofilia sotto i rigori previsti da Benedetto XVI per codesti delicta graviora? Sta bene, ma se fosse questo il fine, non converrebbe piuttosto estendere quelle norme e quelle pene a ulteriori fattispecie di delitto invece che accomunare fattispecie di delitto fra loro difficilmente sovrapponibili? Oppure lo scopo è quello di adottare la semplice soglia civile per la maggiore età, convenzionalmente indicata nei diciotto anni? Ma in che modo una scelta del genere aiuterebbe a far chiarezza, laddove il materia di comportamenti sessuali le soglie della maturità sono ben chiaramente scandite dalle leggi della biologia (e in nessun senso hanno a che vedere coi diciotto anni)? Ed è vero – checché ne dicano le frange autenticamente oltranziste che auspicano la caccia all’untore gay – che abusare di una bambina non è meno grave che abusare di un ragazzo: non basta certo una pulsione rivolta all’altro sesso per parlare di “appetito sessuale ordinato”. È pure vero che la bambina e il ragazzo sono in qualche modo assimilabili per il fatto che non li si presume capaci di formulare quel tipo di consenso necessario a una sessualità matura, in cui la persona umana possa realizzarsi e rendersi feconda: questo però non toglie che ci siano inclinazioni erotiche malate, per le quali il consenso (o piuttosto ciò che tale appare) non basta a produrre detta relazione appagante e feconda.

Una stridente anomalia metodologica

Ciò vale, a titolo diverso, per il caso delle suore abusate e per quello degli abusi nel clero e fra seminaristi, anche se del primo caso si è (per quanto fugacemente) accennato nel corso delle relazioni – del secondo no (e questo rafforza l’inquietante impressione di una Chiesa che preferisca ammettere di avere un problema particolare con la pedofilia piuttosto che di averne anche uno con l’omosessualità). Ecco, in generale si osserva uno stridente contrasto metodologico fra le risposte refrattarie di monsignor Scicluna – che dopo le attente e meticolose disamine del mattino respinge al pomeriggio ogni (pur lecita) domanda sull’incidenza dell’omoerotismo nei casi di abuso (in fondo il caso McCarrick è pur sempre uno dei detonatori della situazione!) – e l’inclusivismo con cui Papa Francesco ha ricordato:

La prima verità che emerge dai dati disponibili è che chi commette gli abusi, ossia le violenze (fisiche, sessuali o emotive) sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori. Inoltre, secondo i dati Unicef del 2017 riguardanti 28 Paesi nel mondo, su 10 ragazze che hanno avuto rapporti sessuali forzati, 9 rivelano di essere state vittime di una persona conosciuta o vicina alla famiglia.

Le cose che il Santo Padre ha ricordato sono tutte vere e degne di nota, ma se parlare dell’incidenza dell’omoerotismo nelle statistiche sugli abusi operati dal clero va fuori dal tema del summit (così Scicluna), come mai ricordare le statistiche sull’ambiente «del quartiere, della scuola, dello sport» (così il Papa) resterebbe in tema?

Questo simultaneo distinguere e accomunare, escludere e includere… potrebbe dare all’osservatore non benevolo l’impressione che proprio mentre si celebra un evento mondiale per avviare l’operazione glasnost della/nella Chiesa… si perpetuano in quella stessa sede veti e silenzi.

Le conferenze episcopali, i Vescovi e il Papa: trovare la quadra della collegialità

Ma la questione dell’omoerotismo è lungi dall’essere l’unica a porre problema, anche sul piano del governo e della riforma del Diritto implicata da molte dichiarazioni: se il summit sugli abusi adombrava già fin dalla sua convocazione l’inusitata prerogativa di conferire ipso facto alle Conferenze Episcopali un’autorità ecclesiale che difficilmente poteva restare sul mero piano consultivo (e del resto il Santo Padre ha indicato questo orizzonte fin da Evangelii Gaudium 32), la quinta risoluzione proposta dal Santo Padre nel suo discorso conclusivo ha il merito di scoprire un grosso problema – ossia la disomogeneità complessiva del trattamento dei casi a livello globale – ma senza offrire una soluzione pratica.

Insomma, «riaffermare l’esigenza dell’unità dei Vescovi nell’applicazione di parametri che abbiano valore di norme e non solo di orientamenti» è una cosa semplice e bella, sul piano morale e anche spirituale. Per esigere che tale affermazione riguardi il piano amministrativo bisogna chiarire almeno un punto: le conferenze episcopali diventano cogenti in merito alle procedure (ossia prevalgono sugli Ordinari del Luogo)? Questa sarebbe una rivoluzione ecclesiologica non priva di rischi, anche evidenti. L’alternativa è che a mediare “l’unità dei Vescovi” si ponga l’unico altro piano che la Chiesa nativamente ha, ossia il piano universale: nell’impossibilità di convocare un “concilio ecumenico permanente” cum Petro et sub Petro, l’unica alternativa sembrerebbe essere quella di implicare continuamente «il pastore della Chiesa che presiede nella carità» (così Papa Francesco a metà del discorso!), ossia il Romano Pontefice. Donde scaturiscono due problemi, uno teorico e uno pratico:

  1. Che fine fanno la collegialità e la sinodalità di cui si parla tanto?
  2. Come si può affidare alla Curia Romana (poiché essa esiste appunto per coadiuvare il Romano Pontefice nel tradurre in concretezza il governo della Chiesa universale) le leve apicali di una riforma che deve essere condotta anzitutto al suo interno?

Come si vede, la questione dell’esclusione della parola “omosessualità” dai lavori del summit è importante e rivelativa, ma ad essa soggiacciono incertezze e ambiguità più grandi e più gravi: del resto, quanto a quella si potrebbe pur sempre pretendere che il Santo Padre abbia inteso includerla laconicamente sull’inciso del punto 4, dedicato all’“escludere [dai candidati al sacerdozio, N.d.R.] le personalità problematiche”. Se non avessimo assistito ai briefing dell’Augustinianum.

Due punti di forza del discorso del Santo Padre

Come ho cercato di illustrare, non è solo mio, purtroppo, il parere per il quale il discorso conclusivo del summit fotografi più un cantiere avviato (pieno di serie incognite teoriche e pratiche) che un accurato progetto di lavoro con dettagliato preventivo di spesa.

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abusiabuso sessuale
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