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Abusi, un summit non (del tutto) sprecato: cosa si è detto e cosa non si è detto

VATICAN SEX ABUSE

Antoine Mekary | ALETEIA | I.MEDIA

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 25/02/19

Papa Francesco l'aveva detto, che il vertice dei presidenti di Conferenze Episcopali sarebbe stato soprattutto un primo passo, ma molti osservatori (anche non appartenenti alle fila degli “oppositori sistematici” del pontificato) hanno avuto modo di criticare radicalmente la conduzione e le conclusioni della quattro-giorni. Il Santo Padre stesso ha avuto a dire che in alcune relazioni s'è però riverberato “il genio femminile della Chiesa”. Forse è soprattutto da quelle che un percorso effettivo potrà ancora partire.

Oggi i titoli dei giornali sono tutti presi dalla politica e dagli spettacoli: il voto delle regionali in Sardegna – il cui spoglio ufficiale è cominciato in mattinata, e i cui risultati dunque dovranno necessariamente essere confrontati con le prime pagine dei quotidiani, scritte in base agli exit poll – e la notte degli Oscar (sempre più ideologizzata e dunque tanto meno “magica”) a Los Angeles terranno banco per l’intera giornata. Anche questo farà sì che la conclusione del summit vaticano sugli abusi, conclusosi ieri col discorso di Papa Francesco, passi in sordina.

Difficile dire se questo sia un male, perché non è immediato formulare un giudizio sul summit stesso, il quale per certi aspetti sembra aver disatteso le attese di molti: cercando di percorrere la stretta cresta tra il dirupo del giustizialismo e quello del lassismo, in qualche passaggio l’evento al vertice è sembrato esposto soprattutto al rischio di diventare un evento-civetta, uno specchietto per le allodole.

Papa Francesco lo ha detto apertamente, nel suo atteso discorso conclusivo:

È giunta l’ora, pertanto, di collaborare insieme per sradicare tale brutalità dal corpo della nostra umanità, adottando tutte le misure necessarie già in vigore a livello internazionale e a livello ecclesiale. È giunta l’ora di trovare il giusto equilibrio di tutti i valori in gioco e dare direttive uniformi per la Chiesa, evitando i due estremi di un giustizialismo, provocato dal senso di colpa per gli errori passati e dalla pressione del mondo mediatico, e di una autodifesa che non affronta le cause e le conseguenze di questi gravi delitti.

Due eccessi a cui corrispondevano due macro-aspettative uguali e contrapposte, ma davanti alle quali il summit ha ripetutamente rischiato di porsi come l’espressione di un “terzo eccesso”, cioè di un ossimorico “attendismo interventista” che pareva tutto volto a costernarsi, indignarsi, impegnarsi per poi infallibilmente gettare la spugna all’atto pratico. La classica formula di compromesso, che nello sforzo estremo di schivare due rischi opposto (o sul piano diplomatico “di non urtare le due fazioni”) si espone concretamente alla possibilità di non accontentarne neppure una.

Scontentare tutti per non “accontentare” nessuno

Sono difatti rimasti scontenti quelli che si aspettavano il redde rationem, specie per chi sperava di vederlo arrivare contro alcune ben precise persone e/o categorie. Una menzione specifica, per la sua serietà, merita la questione dell’omosessualità, ovvero della scelta apertamente e apicalmente operata di omettere ogni riferimento, anche marginale, all’abnorme e innegabile incidenza statistica dell’orientamento omosessuale negli atti di predazione sessuale. Un’omissione attiva e passiva – la tensione al briefing si tagliava a fette quando dal tavolo dei relatori sono state cercate ardite piroette pur di sfuggire alle domande della stampa – che ha l’amaro retrogusto della censura. Forse l’aspetto più deludente di un summit che prometteva trasparenza e che si dichiarava improntato alla parrhesía.

Tre giorni fa, commentando i primi accenni di questa deriva, l’Editor in Chief della Catholic News Agency, J.D. Flynn, ha ricordato che

[…] di fatto, la prima vittima nota di McCarrick aveva tra i 16 e i 17 anni quando subì l’abuso.

E si domandava:

È possibile incentrare la discussione così miopemente ed insistentemente sugli abusi sessuali compiuti su minori, ignorando l’ipotesi che abusare sessualmente di un diciassettenne possa avere qualcosa a che fare con l’immoralità sessuale fra adulti?

Se dunque sono stati scontentati quelli che speravano nell’indizione della caccia al prete omosessuale, non sono stati accontentati neppure quanti auspicavano l’apertura della caccia al prete pedofilo: si è detto, sì, che mai più saranno tollerati abusi, nella Chiesa, ma tutto questo era stato già detto e ripetuto più volte, almeno dal pontificato ratzingeriano in qua. Francis Rocca ha scritto oggi sul Wall Street Journal che

[…] per alcuni l’appassionata retorica del Papa si attesta al di sotto delle aspettative. «Non ho visto nel testo alcuna azione concreta», ha detto Francesco Cesareo, presidente del National Review Board, una corporazione di laici cattolici che consigliano i vescovi statunitensi in materia di abusi su minori. «Sono un sacco di parole che sono già state dette più e più volte».

Rocca e Flynn, tuttavia, non sono dei nemici pregiudiziali di questo pontificato, né scrivono per testate che hanno fatto della sistematica contestazione al papato bergogliano il proprio core business. Ciò non significa che “Francesco si sta facendo altri nemici”, come cercano di far passare i suoi irriducibili avversari, bensì che il (forse troppo) atteso summit sugli abusi ha avuto meno il merito di risolvere le questioni che quello di porle nuovamente. Tre punti per esemplificarlo.

Efebofilia omoerotica: un silenzio pesante

In merito alla questione dell’incidenza dell’omosessualità, monsignor Scicluna ha esplicitamente dichiarato, durante un briefing con la stampa, che «l’incidenza c’è ma questo non è il tema del summit» (precedentemente aveva ammesso che quei dati «sono dati», salvo ribadire: «Altra cosa è l’interpretazione»). Durante il discorso finale, però, Papa Francesco ha detto che «ora pensiamo di dover innalzare questo limite di età per allargare la tutela dei minori e insistere sulla gravità di questi fatti».

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