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Il “transumanismo” e la tragica illusione dell’onnipotenza tecnologica

robot thinking
By Phonlamai Photo | Shutterstock
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Un’inchiesta ha portato alla ribalta i transumanisti, i quali vogliono risolvere tutti i problemi umani – morte compresa – grazie alla fusione tra uomo e macchina. Ma già Philip Dick aveva capito che questo significherebbe – se possibile – “programmare tutto”, ovvero annullare quel fattore imprevedibile chiamato “libertà”.         

di Emiliano Fumaneri               

Un bell’articolo sul sito della rivista Limite annuncia l’edizione francese di To Be a Machine, l’inchiesta del giornalista del «Guardian» Mark O’Connell nel mondo dei tecnoprofeti. Si tratta, come recita la titolazione francese, di una «avventura tra i transumanisti: cyborg, tecnoutopisti, hacker e tutti quelli che vogliono risolvere il modesto problema della morte».

Qui si tasta con mano tutta la distanza tra una sana visione della tecnica e l’orizzonte ipertecnologico del transumanismo/postumanismo, l’ideologia dell’«uomo aumentato», nuova versione dell’uomo nuovo caro ai regimi totalitari. La promessa è quella di una nuova salvezza, un ritorno alla condizione originaria dell’uomo, prima della caduta, prima del peccato originale. Grazie alla tecnologia il nuovo messianesimo vuole emancipare la condizione umana dalla più grande delle ingiustizie: la morte e i vincoli corporei. O’Connel lo definisce come il paradosso centrale del transumanismo/postumanismo, «questo orizzonte in cui il razionalismo dei Lumi spinto all’estremo si dissolve nella materia nera della fede».

Una fede smisurata nella tecnologia, chiamata a liberare l’uomo dai suoi “problemi maledetti” (la guerra, la morte, le malattie, la fame). Il sogno è arrivare alla fusione tra l’uomo e la macchina. I deliri transumanisti hanno anche ricadute molto concrete nel campo della guerra. In uno dei capitoli O’Connel insiste sull’importanza accordata dal governo americano alla fusione uomo-macchina, che permetterebbe di disporre di soldati senza limiti psicofisici, e sulla Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), un’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti collegata a Google che si occupa dello sviluppo di tecnologie militari. La Darpa finanzia ricerche sulle interfacce cervello-macchina, le protesi cognitive, i modem cerebrali, l’intelligenza aumentata, i batteri artificiali.

In uno dei suoi racconti di fantascienza, L’uomo variabile, Philip Dick immagina una futuristica Terra del 2136 impegnata in un aspro conflitto con l’Impero extraterrestre di Proxima Centauri, un regno galattico che sebbene in decadenza è ancora potente al punto di bloccare l’espansione terrestre nello spazio danneggiandone anche la crescita economica. Per muovere guerra agli alieni i terrestri aspettano da tempo che le probabilità di vittoria, calcolate da computer ultrasofisticati, siano loro favorevoli (non diversamente dalla politica estera di Stalin, che contemplava l’opzione della guerra solo laddove la «correlazione di forze» arrideva ai comunisti). L’occasione si presenta grazie alla progettazione di Icaro, una bomba potentissima in grado di viaggiare a una velocità migliaia di volte superiore a quella della luce e annientare così il sistema solare degli alieni. Dopo aver inserito il dato di Icaro nel calcolatore la probabilità calcolata dalle macchine appare finalmente propizia alla vittoria degli umani.

Mentre la Terra si appresta a dichiarare guerra a Proxima Centauri, si presenta un’incognita che sconvolge il piano congegnato nei minimi particolari. Nella frenesia della mobilitazione, infatti, per il più classico degli errori umani una specie di macchina del tempo trasporta un uomo del passato nel ventiduesimo secolo.

Il suo nome è Thomas Cole, un elettricista del 1913 in possesso di una sorprendente abilità manuale. Cole è un vero genio capace di riparare ogni genere di macchina non sulla base di conoscenze scientifiche approfondite quanto piuttosto grazie ad intuizioni al limite del prodigioso. Thomas Cole, l’artigiano del ventesimo secolo che nulla sa della civiltà ipertecnologica in cui è stato trasportato, riesce tuttavia, lavorando per intuizione, a ripararne – e perfino a migliorarne – le strumentazioni. Grazie alle sue mani Cole stabilisce un contatto diretto con la realtà delle cose.

Una tale capacità lo rende unico in un tempo come quello dove è stato risucchiato, un tempo nel quale la complessità sempre crescente della società ha imposto una rigidissima specializzazione settoriale così che nessuno ormai possiede più l’inventiva che consente all’elettricista di due secoli prima di riparare “ogni cosa”. Il concetto stesso di «riparazione» è diventato incomprensibile alla mentalità comune, tanto che quando si rompe un oggetto questo viene immediatamente gettato via per essere sostituito con un prodotto nuovo di zecca.

L’elettricista Cole è più un artista che uno scienziato. La sua presenza creativa, e perciò imprevedibile, scompagina i calcoli del super computer, che non riesce più a elaborare una previsione statistica sull’esito della guerra intergalattica. Per questo viene soprannominato «Uomo Variabile». Cole diventa così la variabile impazzita che rischia di mandare all’aria un progetto perfetto. Un fattore pericoloso che le macchine non riescono a inquadrare rendendo impossibile ogni previsione sulla guerra e alimenta il disfattismo nella popolazione, abituata a considerare infallibile la Scienza, nonché l’opposizione di chi rivendica il primato della decisione politica (vale a dire umana) sulla decisione tecnica (cioè delle macchine e dei tecnoscienziati).

In simili circostanze Thomas appare una «particella indeterminata» che sfugge al controllo del potere poiché «si muove in modo tale da non potersi prevedere la posizione che occuperà in un dato secondo». Tanta libertà di movimento appare «innaturale» ai tecnocrati del XXII secolo, che cercano perciò di catturare o di annientare l’«Uomo Variabile» per azzerare il «fattore imprevedibile» rappresentato dalla sua presenza.

Prima di essere catturato, e quasi ucciso («Il dato è sicuro, e lui non è più un fattore», dicono credendolo morto), Cole riesce però a intuire lo scopo originario del creatore di Icaro. Le intenzioni dell’inventore di Icaro non erano belliche. Non voleva progettare un ordigno ma una velocissima nave spaziale capace di oltrepassare l’Impero del Centauro e raggiungere altri punti della galassia, o perfino altre galassie. Ma il creatore di Icaro difettava, come tutti gli uomini del suo tempo, del genio artistico di Cole ed era rimasto ucciso dalla sua stessa creazione. Non così l’elettricista-artista, che riesce a realizzare il progetto originario. Così facendo Cole apre la strada al vero desiderio dell’uomo. Il cuore dell’uomo non aspira alla crescita illimitata della propria potenza tecno-economica. Ciò che davvero vuole il cuore umano è esplorare l’ignoto, è perdersi nel mistero dell’«amor che move il sole e l’altre stelle».

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