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Perché la festa della Cattedra di San Pietro ha molto a che vedere con me

©Fabio PIGNATA/CPP/CIRIC
11 gennaio 2017: Papa Francesco stringe le mani dei fedeli durante l'Udienza Generale nell'Aula Paolo VI in Vaticano
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In un’epoca che tende alla privatizzazione della fede e al disimpegno dalla vita della Chiesa, questa festa ci chiama in causa

Vivere la vita della Chiesa dà una responsabilità a ciascuno di noi, chierici e laici. Che apparteniamo ai ministri o ai fedeli, ciascuno di noi è chiamato a percorrere la stessa strada: “Così, nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo”, continua la Lumen Gentium (32).

Il ministero collaborativo, esemplificato nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli, permette a ciascuno dei vari membri della Chiesa di contribuire alla costruzione del Regno, espressa nel sostegno ai nuovi movimenti, all’evangelizzazione e allo sviluppo dottrinale o nell’impegno attivo nei confronti delle opportunità e delle sfide affrontate dalla Chiesa oggi, come nell’incontro su “La Protezione dei Minori nella Chiesa” in svolgimento a Roma.

Contrariamente a quello che possono pensare alcuni, la più grande minaccia a questa visione del ministero collaborativo non è il controllo magisteriale o il potere della Curia, quanto la tendenza a privatizzare la nostra fede e a disimpegnarsi dalla vita della Chiesa.

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Nella nostra cultura contemporanea, in un’epoca in cui il numero di quanti si identificano come “spirituali ma non religiosi” o affermano di non avere alcuna affiliazione religiosa sta aumentando rapidamente, la Chiesa viene vista da molti come una reliquia del passato, e se crediamo di essere gli unici attori nella vita della Chiesa, di “fare” la Chiesa, allora hanno ragione. Ma se guardassimo al di là del nostro ego e permettessimo allo Spirito Santo di agire?

In Acedia & Me, Kathleen Norris sottolinea che dobbiamo iniziare a coltivare una “grandezza di spirito” se vogliamo combattere questa tendenza a concentrarci su noi stessi, il nostro comfort e la nostra agenda: “In una cultura moralista come la nostra, questa magnanimità di spirito è proprio quello che ci manca, e se insistiamo a negare qualsiasi verità che non sia la nostra, il pericolo per la società è che la nostra prospettiva resti così ristretta da farci perdere la capacità di compiere un cambiamento significativo… Questa mentalità potrebbe avere una qualche utilità nel mondo del business, ma in una famiglia, inclusa una famiglia di fede, è un disastro. Ci permette di minacciare le nostre chiese come se fossero partiti politici anziché il Corpo di Cristo, rendendole vulnerabili alla volgare manipolazione da parte degli ideologi” (116-117).

L’antidoto a tutto questo è la fede – la stessa fede che vediamo in Pietro nel Vangelo di questa festa. Se permettiamo al Consolatore promesso da Gesù di venire nel nostro cuore e di prendervi dimora, allora saremo in grado di vivere la comunione con Cristo e con i fratelli che è la vita della Chiesa:

“La vita va più in là della nostra esistenza biologica. Dove non c’è più motivo per cui vale la pena morire, là anche la vita non val più la pena. Dove la fede ci ha aperto lo sguardo e ci ha reso il cuore più grande, ecco che qui acquista tutta la sua forza di illuminazione anche quest’altra frase di San Paolo: ‘Nessuno di noi vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore’ (Rom 14,7-8)” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa).

La festa della Cattedra di San Pietro ci offre l’opportunità di pregare in modo particolare per i doni della fede, del coraggio, della saggezza e del discernimento per Papa Francesco e tutti i leader ecclesiali, ma invita anche ciascuno di noi a riconoscere la chiamata al ministero collaborativo e che siamo davvero chiamati a vivere in comunione.

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