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La suora che ha salvato le bambine del Congo accusate di essere streghe

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 20/02/19

Suora Natalina Isella dal 2002 si è presa cura di circa 400 donne che erano state abbandonate con un'accusa pesantissima

Suor Natalina Isella è una 70enne lombarda che vive nella Repubblica democratica del Congo. Cammina piano e con un po’ di fatica, ma non passa giorno senza che salga e scenda quei ripidi 200 metri che separano la sua abitazione dal Centro di accoglienza, su una delle tante colline della città di Bukavu, che digradano verso il lago Kivu.

Suor Natalina fa parte delle Discepole del Crocifisso, un piccolo ordine della diocesi di Milano fondato dal padre barnabita Gaetano Barbieri nel 1964. Il loro carisma è «di portare Dio al mondo e il mondo a Dio», come dice lei stessa, inserendosi nelle realtà ecclesiali e umane, sia in Italia che in missione.

Arrivata nel Paese africano nel 1976, si era occupata delle famiglie povere, poi di ex bambini-soldato, in seguito di alfabetizzazione delle donne. «Infine – dice ad Avvenire (19 febbraio) – è cominciata la mia “terza vita”…».




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Le 9 bambine

«Un giorno – racconta – il 22 gennaio 2002, mi si sono presentate alcune ragazze della Scuola di studi sociali. Mi hanno portato un gruppo di 9 bambine che erano finite in strada per l’accusa di stregoneria. Che dovevo fare, lasciarle a dormire sotto un cartone? Pensai che forse era un segno dall’Alto. E dissi di sì, alle ragazze della Scuola sociale, e credo anche al Signore».

Ek’aban

La sera stessa le sistema di fortuna in una piccola casa: quella che oggi è il centro d’accoglienza Ek’abana (“La casa delle bambine” in lingua swahili). «Be», dice con l’immancabile sorriso, «col tempo l’ho sistemata e allargata un pochino». In soli due mesi, si aggiungono altre 30 ragazzine: il fenomeno stava esplodendo. Oggi Ek’abana ne ospita una quindicina. Il loro numero cambia in continuazione, perché l’accoglienza nella casa è solo una fase, la prima, del percorso di recupero.




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400 “salvataggi”

Ognuna di loro ha bisogno di una famiglia, e ciascuna è un caso a sé: per alcune va recuperato il rapporto con i genitori e i fratelli, per altre occorre trovare nonni, zie, cugini che si occupino di loro. E devono studiare, imparare un mestiere. Da Ek’abana, in questi 17 anni, ne sono passate più di 400, che oggi sono tornate a una vita “normale”.

Le sette

Come mai così tante bambine vengono tacciate di stregoneria? «C’è anche la disgregazione delle famiglie – risponde la suora sempre ad Avvennire – per cui spesso si accusa la figlia del primo matrimonio del marito o della moglie, ci sono le piccole nate per strada da ragazze madri poverissime o violentate, c’è l’ignoranza che spinge ad accusare la bambina dei vicini per qualche malattia o lutto.

Ci sono soprattutto le cosiddette “Camere di preghiera”, piccole sette guidate da improbabili pastori in cerca di soldi, che mescolano (poco) cristianesimo con tanta superstizione e presunti poteri spirituali. Quasi sempre, dietro un’accusa di stregoneria, c’è uno di questi santoni».


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Ferite profonde

Portano ferite profonde, queste bambine. Si sono sentite dire «sei tu che hai fatto morire tua madre», «sei tu che hai fatto ammalare il tuo compagno di giochi». Trattate come appestate, buttate in strada. Qualche anima buona le porta a Ek’abana, talvolta li stessi agenti della polizia dei bambini.

Cosa accade nella mente e nel cuore di una bambina quando la chiamano sorcière? Che cosa le rimarrà negli anni a venire di un’esperienza tanto traumatica? Sono domande inevitabili quando le hai davanti, e ti raccontano la loro storia, bloccandosi ogni tanto col nodo in gola.

“Aveva 7 anni, era malata di Aids…”

«Ricordo sempre la vicenda di una delle prime bimbe che ho tolto dalla strada appena arrivata a Bukavu – conclude suor Natalina – Era stata cacciata dalla famiglia perché accusata di essere una strega. Aveva 7 anni, era ammalata, fuori casa aveva anche contratto l’Aids. È morta nel 2013, non abbiamo più potuto aiutarla. Da quando è stata abbandonata dalla famiglia ha vissuto tanta sofferenza, ma da noi aveva ritrovato la serenità» (Redattore Sociale, 2014).




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