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Spiritualità

La notte in cui l'assistente di Padre Pio fu tormentato da un'anima del Purgatorio

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don Marcello Stanzione - pubblicato il 19/02/19

Il racconto di Padre Alessio Parente ne parlò con i suoi confratelli. Nessuno seppe dare una spiegazione logica all'accaduto

Padre Alessio Parente al secolo Antonio, figlio di Luigi e Teresa Pisano nacque nel 1933 a Montefusco in provincia di Avellino e morì il 6 gennaio 2000 all’età di 67 anni. Dal 1958 al 1961 ebbe incarico di sacrista e poi dal 1965 al 1968 fu assistente alla cura personale di san Pio da Pietrelcina e fu un testimone chiave nel processo di beatificazione del cappuccino del Gargano.

Fu un apprezzato conferenziere di lingua inglese sulla vita di Padre Pio e scrisse due libri di successo su Padre Pio e gli angeli e sulle anime del purgatorio. Nel suo libro “Padre Pio e le anime del Purgatorio” così scrive: «Mi si permetta un ricordo personale. Non so quante persone possono raccontare esperienze personali attinenti le anime del purgatorio: si sentono spesso racconti strani ed ognuno attribuisce a queste importanza e valori diversi. Anch’io ne ho avuta una e la riferisco così come l’ho vissuta allora e la vivo ora quando la rievoco nella mia mente. Riconosco che da allora la mia fiducia nell’efficacia delle preghiere e delle buone opere per la liberazione delle anime del purgatorio è stata sempre forte nella mia vita religiosa ed è per questo motivo che non le dimentico mai nelle mie quotidiane preghiere».

Prosegue Padre Parente: «Nel 1949, avevo sedici anni, mi trovavo come seminarista cappuccino nel convento di san Marco la Catola (Foggia). Con me c’erano ventiquattro seminaristi. Il nostro dormitorio era al piano terra, e vi dormiva anche il nostro direttore, che era il P. Atanasio da Teano. Quell’anno l’inverno fu molto rigido e io ragazzo pieno di energie e distratto , fui poco attento alle precauzioni contro i malanni di stagione, per cui una sera, dopo aver giocato tutto il giorno a tirare palle, di neve, mi ritrovai con la mia bella bronchite e con una terribile tosse. Quella notte tutti i tentativi del mio direttore e dei miei compagni di dormire furono frustati dal mio continuo tossire. Il direttore, allora, si avvicinò al mio letto borbottando: “Non si può continuare così tutta la notte”. Mi dette dello sciroppo e mi accompagnò in una cella del convento, al piano di sopra. Sistemò un lettino, mi fece accomodare e andò via. Ero rimasto lì solo con i grani del rosario tra le mani a pregare e tossire».




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Ad un certo punto, il religioso, senti scivolare lentamente le coperte «fino ai piedi». «Con un movimento rapido ed istintivo – evidenzia – le afferrai e le riportai su, facendo attenzione a coprirmi il petto. Passarono alcuni minuti e risentii scivolare fino ai piedi le coperte. “Che strano”, dissi tra me e me. “Perché queste coperte vanno via da sole?”. Le riportai al loro posto, tenendole strette al mio corpo. Ma, dopo alcuni minuti, le sentii andar via di nuovo; allungai allora le mani verso l’interruttore per accendere la luce. Sentii, a questo punto, delle mani morbide, che allontanavano la mia mano dall’interruttore. Questo durò alcuni secondi; subito dopo cominciai ad avvertire una “speranza”. Ero spaventato. Mi alzai ed accesi la luce. La finestra e la porta erano chiuse; cercai sotto il letto ma invano. Cosa strana fu per me il ritrovarmi a letto, questa volta, però, anziché recitare le Ave Maria ad ogni grano della corona recitavo la preghiera per le anime del purgatorio: “L’eterno riposo dona a loro o Signore…”».


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«Non ricordo quanto tempo rimasi a pregare per le anime del purgatorio – osserva Padre Parente – ma ricordo con certezza che la mattina successiva fui svegliato dal direttore ad ora tarda. Raccontai al direttore quello che mi era accaduto durante la notte. Il direttore per non spaventare ulteriormente mi tranquillizzò dicendomi di non pensarci più e di dimenticare, perché l’immaginazione qualche volta fa brutti scherzi. Rassicurato da queste parole, non ci pensai veramente più. Due anni dopo stavo frequentando la scuola superiore nel convento di Pietralcina. Un giorno mentre P. Atanasio ci teneva una lezione sulladevozione alle anime del purgatorio, rivolto a me disse: “Ricordi quella notte a San Marco la Catola, quando ricevesti la visita di un estraneo? Tu mi raccontasti che qualcuno ti tirava giù le coperte e non ti faceva accendere la luce? Beh, alla stessa ora quella notte io venni su per controllare l’andamento della tosse.Appena entrai nel corridoio vidi un sacerdote dinanzi alla porta sdraiato per terra!Mi spaventai anch’io, e non immaginando alcun rapporto con te, corsi al piano inferiore nel dormitorio per sentirmi più sicuro in compagnia dei seminaristi”».


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Il giorno seguente, conclude il sacerdote, «controllai le cronache del convento e scoprii che alcuni anni prima era morto in quella stanza un prete. Si trattava di un sacerdote diocesano, inviato lì dal suo vescovo per un ritiro di tre mesi, per un comportamento poco confacente con il suo stato sacerdotale”. Così ebbi conferma che la mia avventura di quella notte aveva a che fare con un’anima del purgatorio. Quella povera anima era dimenticata dai parenti e dai frati. La cella era rimasta vuota e mai più abitata da quando era morto quel sacerdote. Da allora le anime del purgatorio, ripeto, sono costantemente presenti nelle mie preghiere e nelle mie messe. Mi conforta il pensiero che quella notte forse io avrò contribuito ad alleviare le pene di quell’anima e forse a liberarla dal purgatorio.Forse Dio aveva bisogno di preghiere per quell’anima, e anche le preghiere di uno capitato a caso in un posto dove l’altro era morto erano buone e utili. E dire che io spesso dico di me di non essere buono a niente. Lo dico a me e a tutti coloro che si considerano inutili su questa terra; si può essere sempre utili per le anime del purgatorio e per il cielo».




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