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L’esperienza della fede ci apre e ci tira fuori dal nostro isolamento!

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don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 15/02/19

Una fede che non “apre” ma asseconda le nostre chiusure non è fede in Gesù Cristo.

Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!». (Mc 7,31-37)

“Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani”. Le malattie che riguardano la nostra comunicazione sono malattie che riguardano le nostre relazioni. Infatti comunicazione e comunione sono parole molto vicine. Delle volte proprio perché si ammala la nostra comunicazione si ammalano anche le nostre relazioni, ma è anche vero viceversa. Nel Vangelo di oggi, il sordo condotto davanti a Gesù parla a stento. Lo fa certamente perché non sente, ma è bello pensare che la guarigione può accadere solo se tocca effettivamente la sua capacità di parola. Gesù mette mani al suo problema ma lo fa in maniera discreta. Non usa il dolore e la difficoltà di quest’uomo per farsi pubblicità. Lo dovremmo sempre tener presente: la nostra carità non può diventare la vetrina che usiamo per renderci credibili o bravi agli occhi del mondo. La maniera migliore di fare la carità è la discrezione, e la delicatezza, specialmente quando ha a che fare con il dolore delle persone. I poveri non sono i nostri spot. “Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene”. Gesù lo tocca con una concretezza estrema (dita e saliva) esattamente nel suo problema (orecchi e lingua). E pronuncia su di lui una parola decisiva: “Apiriti!”. Che cos’è l’esperienza della fede se non l’esperienza di qualcosa che ci apre e ci tira fuori dal nostro isolamento e chiusura? Una fede che non “apre” ma asseconda le nostre chiusure non è fede in Gesù Cristo. E questa apertura ha un risvolto concreto. Guarisce la comunicazione e la capacità di relazione di quest’uomo. Egli fa questo solitamente: stabilisce con noi un’intimità che mira a guarire parola e capacità di amare. Infatti quando recuperiamo queste due componenti tutto diventa nuovamente possibile. (Mc 7,31-37)

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