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Liberatevi dai sensi di colpa malati!

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Pixabay

padre Carlos Padilla - pubblicato il 12/02/19

Vorrei guardarmi senza sensi di colpa malsani. Dio lo rende possibile

Spesso in me si annidano i sensi di colpa. Non so bene da dove vengono, ma mi tolgono la pace.

Forse ci sono idee che vivono nella mia anima e mi chiedono sempre di dare più di quello che do. Mi chiedono di fare le cose meglio. Di agire con più rapidità. Di risolvere tutte le sfide. Di raggiungere le mete più elevate. Di fare quello che mi sono proposto. Di conseguire quello che più desidero.

Se non faccio ciò che è prescritto e non arrivo alla meta che mi viene richiesta mi sento colpevole. Una colpa davanti a Dio, davanti agli uomini e a me stesso. Ho paura di deludere gli altri e Dio. E di deludere me stesso.

Mi sento colpevole in modo inconsapevole per tutto ciò che non ho fatto e che avrei potuto fare in modo diverso.

Soffro perché non sono all’altezza di quello che io stesso mi aspettavo da me. Mi incolpo per il fatto di perdere tempo, e anche perché esigo troppo da me stesso. Mi incolpo del fatto di non aver tempo per agire in base alle mie priorità. Voglio fare tutto perfettamente e non ci riesco.




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Commenta la psicologa Pilar Sordo: “Se c’è qualcosa che ho imparato in questi anni è che alla fine una persona fa quel che può nella vita. E bisogna cercare di farlo con il massimo sforzo. Se avete fatto quello che potevate dando il meglio di voi e non è andata bene, se c’è stato un gesto consapevole di bontà cercando di fare le cose nel miglior modo possibile, se siete riusciti a correggere qualcosa, a chiedere perdono, è fatta. Avete fatto ciò che potevate. Bisogna sempre stare al livello più alto. Provare tutto il possibile. Se è così non c’è motivo di sentirsi in colpa. Abbiamo sempre una sensazione di fallimento anziché di abbondanza. Ci si chiede troppo, e questo porta a conflitti, problemi di sonno, depressione. Tutto passa per l’accettazione della situazione che si sta vivendo. Non si può sempre dare lo stesso”.

La sensazione di fallimento mi fa stare male. Mi rende una persona nervosa e insicura. Voglio essere contento di ciò che faccio. Avere pace nell’anima. Sapendo di aver fatto tutto il possibile.

È diverso dal cercare giustificazioni e dal cadere in scuse ormai note: “Sono fatto così… Non sono riuscito a evitarlo…”

Posso sempre lottare e dare di più, è vero, ma se ho dato tutto sto tranquillo.

La colpa malata mi spezza dentro. Non arriverò mai a quello che gli altri si aspettano o che io stesso mi aspetto. Questo esigere tanto da me mi fa male…

Posso sempre dare di più, è vero, ma non voglio vivere stressato e angosciato per il fatto di non ottenere ciò che pensavo fosse possibile.

Le cose non andranno sempre come spero. Riconosco la colpa con umiltà, ma non mi fermo ad essa.

Ricomincio. Mi rialzo. La santità vera consiste in questo. Non in una richiesta dall’alto di fare sempre tutto, ma in un invito a vivere con gioia la vita che mi spetta. Accettando le cose come sono. Dando loro un “Sì” gioioso in circostanze complesse.

Quel “Sì” non si sofferma sulla colpa. Cresce e avanza. Non dà la colpa dei fallimenti ad altri, né cerca come giustificazione le circostanze. Accetta la verità della vita senza pretendere di mascherarla.

Sono debole, piccolo, imperfetto. Quell’imperfezione mi piace, perché piace anche a Dio.

Non smetto di lottare, perché Dio non vuole che abbassi le braccia. Dice Isaia: “Ohimé! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito”.

Sono impuro. A volte questo mi porta ad allontanarmi dal suo amore. Ma Dio risponde al profeta con una verità che calma la sua ansia: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”.

Dio mi guarda sempre con benevolenza, con misericordia. E il suo sguardo riesce a far sì che io guardi me stesso e non vi trovi colpa.

Dio mi guarda e si commuove vedendomi così fragile. Pulisce la mia colpa. Lava il mio peccato. Sono stato perdonato nel mio peccato e nella mia debolezza.

Tocco la mia fragilità davanti a quel Dio che mi ama nella mia povertà e costruisce sul mio fango. Non ha tenuto conto di tutto ciò che non ho fatto come ci si aspettava.




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Vorrei guardarmi sempre così.

Diceva Papa Francesco a Panama: “Non sempre crediamo che il Signore ci possa invitare a lavorare e a sporcarci le mani insieme a Lui nel suo Regno”.

Dio mi chiama sapendo che le mie labbra sono impure. Conta sulla mia piccolezza e sui miei risultati esigui. Non gli importa. Non rimane deluso.

Mi guarda gioioso e sa che continuerò a camminare col sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore. È quello di cui ha bisogno da me.

Che gli dica di sì con il cuore gioioso. Che accetti le mie colpe con semplicità. Senza lasciarmi ingabbiare dai rimorsi che mi spingono a voler dare sempre di più.

Guardo con fiducia il cammino che ho davanti. E sorrido. Le colpe non mi faranno perdere la speranza. Non mi faranno perdere il sonno. Non riusciranno a far sì che mi deprima smettendo di guardare al futuro con gioia.

La colpa non mi riempirà di insoddisfazioni. Non sono disposto a smettere di lottare per quello in cui credo.

Guardo l’orizzonte che mi amplia l’anima. Confido in tutto ciò che posso fare se Dio agisce in me e non mi abbandona mai.

Questo sentimento mi dà pace e fiducia. Dio cammina con me nella mia povertà e impurità. E mi ama sempre, nonostante i miei errori e le mie cadute.

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