Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Se Gesù è l’unico salvatore, come può Dio aver voluto le altre religioni?

PAPA IMAM EMIRATI ARABI
Vincenzo PINTO / AFP
Condividi

A una settimana dalla sua firma, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace universale e la convivenza comune” continua a far parlare di sé: al centro delle polemiche, da parte cattolica, sta il passaggio sul pluralismo religioso, accusato di essere arrivato ben oltre i limiti imposti dai decreti del Concilio Vaticano II. Eppure anche il teologo della casa pontificia, un domenicano polacco scelto da Benedetto XVI, ha dato il suo placet al testo. Cerchiamo di capire bene perché.

La bimba, rifugiata nel bosco con la famiglia per sfuggire allo sceriffo, s’avvicinò ad Azím mentre nell’accampamento la cena aveva preso i toni di una festa.

Salem, piccola luna – disse lui alla bambina che s’era avvicinata.

– Ti ha dipinto Dio? – chiese la piccola al moro.

– Se mi ha dipinto Dio? – replicò di rimando il guerriero, un po’ sorpreso. E poi, facendosi serio – Certamente.

– Perché?

– Perché… Allah ama varietà meravigliose.

La scena mi colpì sin da quando la vidi per la prima volta, da bambino, in Robin Hood, principe dei ladri. Mi è tornata alla memoria in questi giorni, dopo che diversi amici (e anche qualcuno che non mi onora della sua amicizia) mi hanno chiesto ragione del passaggio del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune in cui si parla del pluralismo religioso:

La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.

E si comprende facilmente che qualcuno resti sorpreso (o pure sconcertato e altri perfino scandalizzati) dall’affermazione che sarebbe Dio a volere il pluralismo: «Ma allora – dicono – tanto vale richiamare a casa tutti i missionari del mondo!», e tanto varrebbe cessare ogni forma di evangelizzazione. Si pensa questo perché da qualche parte sopravvive sempre negli uomini la tentazione di concepire l’evangelizzazione come l’inculcare negli altri una serie di convinzioni e assoggettarli a una serie di pratiche. Il che è tanto lontano dal vero quanto l’inanellare una donna e lo stuprarla restano distanti da un matrimonio – il quale è anzitutto e soprattutto incontro, dialogo, stupore per la scoperta del sé nell’altro e dell’altro nel sé, riconoscimento di una Presenza in quella presenza, infine conversione e dedizione esclusiva e irrevocabile a questo evento.

Incontro, dialogo, stupore, riconoscimento, conversione e dedizione: sono parole che il Santo Padre usa spesso nei suoi discorsi sulle culture, sulle civiltà e sulle religioni. Sono altresì passaggi che ogni uomo ragionevole dovrebbe cogliere, almeno quando si confronta con la propria esperienza: il fatto è che in tema di evangelizzazione molti di quelli che prendono la parola non hanno alcuna esperienza, e ammanniscono allora cose studiate (male) e (mal) comprese. Non a caso Giovanni il Battista parlava invece di sé come dell’“amico dello sposo” (Gv 3, 29). Proprio venerdì mattina, incontrando i Padri Bianchi e le Suore Bianche, Papa Francesco ha detto – fra l’altro –:

[…] alla luce del cammino fatto fino adesso a partire dalla vostra fondazione, sapete che l’annuncio del Vangelo non è sinonimo di proselitismo; è quella dinamica che conduce a farsi prossimo degli altri per condividere il dono ricevuto, l’incontro d’amore che ha cambiato la vostra vita e vi ha portato a scegliere di consacrare la vita al Signore Gesù, Vangelo per la vita e la salvezza del mondo. È sempre per Lui, con Lui e in Lui che si vive la missione. Pertanto, vi incoraggio a tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, per non scordare mai che il vero missionario è prima di tutto un discepolo. Abbiate cura di coltivare il legame particolare che vi unisce al Signore, mediante l’ascolto della sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e il servizio ai fratelli, affinché i vostri gesti manifestino la sua presenza, il suo amore misericordioso, la sua compassione a coloro ai quali lo Spirito vi manda e vi conduce.

Quando la presenza altrui è esclusa, quando non è riconosciuta come un’entità personale – con tutto quanto ciò comporta – “l’amico dello sposo” non può muovere un dito: al limite ci sarà lavoro per un impresario di pompe funebri. Prendi un cadavere, lo metti in una cassa, lo porti in chiesa e poi lo conservi al sicuro. E purtroppo a leggere certi “siti cattolici” sembra davvero di veder descritta una sorta di “missiologia da becchini”: vai in un posto, “annunci Cristo” (s’intende che si sale su un pulpito e si comincia a predicare), amministri i sacramenti (poco importa che li chiedano, che li comprendano…) e l’implantatio Ecclesiæ è bella che fatta. «Accedit verbum ad elementum…», diceva sant’Ambrogio, eccetera eccetera.

Ma come fa il verbum ad accedere? E qual è l’elementum? Questioni da filosofi, spiegano i soloni del caso: “annunciare Cristo significa annunciare Cristo!” – e via di tautologie (che non significano niente ma danno all’ascoltatore poco strutturato l’idea di qualcuno che ne sa a pacchi ed è granitico nelle virtù teologali). In uno di questi siti ho dovuto perfino leggere che «quanto alla “libertà di essere diversi”, credo che occorrerà attendere un Vaticano III»! Dialogare – cosa sempre fondamentale – è difficile con costoro come con i guerriglieri dell’Isis. Anche su questo tornano utili i consigli del Papa di un anno fa:

Le resistenze dopo il Vaticano II, tuttora presenti, hanno questo significato: relativizzare, annacquare il Concilio. Mi dispiace ancora di più quando qualcuno si arruola in una campagna di resistenza. E purtroppo vedo anche questo. Non posso negare che ce ne siano, di resistenze. Le vedo e le conosco. Ci sono le resistenze dottrinali. Per salute mentale io non leggo i siti internet di questa cosiddetta “resistenza”. So chi sono, conosco i gruppi, ma non li leggo, semplicemente per mia salute mentale. Se c’è qualcosa di molto serio, me ne informano perché lo sappia. È un dispiacere, ma bisogna andare avanti. Quando percepisco resistenze, cerco di dialogare, quando il dialogo è possibile; ma alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro. Provo dispiacere, ma non mi soffermo su questo sentimento per igiene mentale.

Igiene mentale, dice bene il Papa: evitiamo la polemica. Ma vorrei tornare al Documento di Abu Dhabi e alla questione del pluralismo, che merita di essere posta seriamente (e di ricevere risposte serie): che vuol dire che Dio lo voglia, il pluralismo? Che voglia (e/o abbia voluto) gli scismi, le eresie? Che voglia la resistenza di alcuni all’evangelizzazione? Che voglia (e/o abbia voluto) i sacrifici umani e i culti misterici con annessa antropofagia? E allora perché Gesù ha mandato gli apostoli «fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8)? Di più, perché mandare «nel mondo» (Gv 1, 8) il Figlio unigenito, se non fosse vero che «non c’è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4, 12)?

Nulla di tutto questo è decaduto, né viene messo in discussione da chiunque abbia un minimo di senso cattolico. Le altre domande – sensate e serie – mettiamole in ordine e le affronteremo tutte. Anzitutto dovremo capire che cos’è il documento di cui parliamo (e cosa non è); quindi lo dovremo collocare all’interno di una precisa storia dogmatica e magisteriale; infine dovremo comprenderne l’orizzonte teologico.

Un “testo politico”

Il primo errore di quanti passano la Dichiarazione anzitutto al vaglio del setaccio dogmatico è dimenticare che essa non vede solo la firma del Papa, ma anche quella di un eminente esponente della Umma: dunque non solo non potrà contenere esplicite confessioni di fede cristologica/trinitaria, ma dovrà essere giudicata anzitutto per cosa è riuscita a far firmare alla controparte. Proprio quel passo – quello “incriminato” – è stato firmato da un uomo che ancora il 22 giugno 2016 dichiarava:

L’apostasia dei nostri giorni [dall’Islam, N.d.R.] si presenta in forma di crimini, attentati e alto tradimento, per questo ci rapportiamo ad essa come a un crimine a cui è necessario opporsi e che dev’essere punito.

 

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni
I lettori come te contribuiscono alla missione di Aleteia.

Fin dall'inizio della nostra attività nel 2012, i lettori di Aleteia sono aumentati rapidamente in tutto il mondo. La nostra équipe è impegnata nella missione di offrire articoli che arricchiscano, ispirino e nutrano la via cattolica. Per questo vogliamo che i nostri articoli siano di libero accesso per tutti, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il giornalismo di qualità ha un costo (più di quello che può coprire la vendita della pubblicità su Aleteia). Per questo, i lettori come TE sono fondamentali, anche se donano appena 3 dollari al mese.