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Il filosofo Guitton: ecco come nascono le pene nel Purgatorio

JEAN GUITTON

Ulf Andersen / Aurimages / AFP

don Marcello Stanzione - pubblicato il 09/02/19

Nel XXIII canto del Purgatorio (vv. 10-12) Dante scrive nei suoi mirabili versi:

“Ed ecco piangere e cantar s’udie“Labia mea, Domine”, per modTal, che diletto e doglia parturie”.

Chi ha vissuto i maggiori dolori e gioie, nel suo passato, nell’impossibilità di comunicarli agli altri, nella realtà che possa continuare sempre così, non conosce la pace dell’anima in una prova difficile, la gioia che sopraffà il dolore mandatoci da Dio. Le anime piene di grazia di coloro a cui sono state date delle esperienze mistiche conoscono meglio degli altri uomini le relazioni misteriose tra la gioia e il dolore. Quanto più il dolore scava profondamente tanto più la gioia si eleva da questo solco. I penitenti ci hanno raccontato quel pace smisurata hanno trovato nelle maggiori rinunce.




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A questo scopo, nella misura in cui Dio ce lo permette, ragiona Guitton, cerchiamo quasi il dolore; nello spirito di sacrificio della nostra volontà noi arriviamo alla felicità che porta completamente con sé la libertà sottomessa. In analogia a questa realtà cerchiamo di capire ciò che le anime del purgatorio “sentono”. Il fuoco misterioso che è Dio, la cui presenza viene precisamente sentita, non può però ancora produrre una purificazione. Sotto questo angolo visuale il Purgatorio è uno stato di maturità (forse anche soltanto in un unico attimo che noi, sostituendo la qualità alla quantità, esprimiamo in giorni ed anni) in cui la nostra persona viene purificata attraverso il dolore.

Qui l’azione viene rivolta verso il bene che noi avremmo dovuto compiere già durante la nostra vita terrena, però ora non esiste assolutamente nessun pericolo che non si possa fare uso delle possibilità concesse. Con l’espressione “tormenti” si dovrebbero contrassegnare solo i dolori derivanti dai rimorsi di coscienza, poiché gli altri non meritano questo nome, perché sono congiunti ad una gioia che solo i santi conoscono; come già, nella umile speranza, Sainte Beuve ci trasmise nelle ultime parole del Signor de Saci: “O Benedetto purgatorio!”. Noi calcoliamo la durata del Purgatorio secondo la nostra concezione umana del tempo, conforme alla nostra imperfetta natura.




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Inoltre il nostro raziocinio, evidenzia il filosofo studioso del Purgatorio, «ci dice che deve trattarsi di un tempo fatto diversamente, della purificazione senza tormenti, del dolore senza ribellione, di un tempo spirituale, di un tempo di puro sviluppo. Deve pur esserci un tempo in cui l’anima umana sostiene i colpi del destino accettandoli docilmente, un tempo che nulla può peggiorare, ma può migliorare ogni cosa, un tempo in cui non pesano né i pensieri di un passato spaventoso, né la paura di un futuro, poiché ogni istante porta con sé una migliore e maggiore certezza di salvezza. Noi sappiamo per esperienza personale che ci sono due modi di soffrire. Quando siamo colpiti da un colpo fatale del destino lo possiamo accettare con la persuasione che serva alla nostra purificazione: ciò è la raffigurazione terrena della sofferenza della “catarsi” come si compirà nel Purgatorio. Si può pure decidersi sotto l’impulso di questi dolori ad opporsi e protestare. Questa opposizione è poi quella che trasforma il dolore in tormento».

La sofferenza nel Purgatorio, per Guitton, «è del primo tipo. L’Inferno invece è il dolore occulto che sin inalbera, in cui non c’è accettazione del dolore. I tre stati che noi chiamiamo Cielo, Purgatorio ed Inferno si basano sul principio dell’amore eterno. Là dove questo amore non si contrappone, allora esso appare come pure luce e porta una gioia perfetta, allora essa appare come fuoco. Esistono due possibilità: nel primo caso (si tratta del purgatorio) la resistenza è di natura passiva, paragonabile ad un reumatismo dell’anima, ad una malattia, ad una svogliatezza; nell’altro caso si tratta di una resistenza attiva che domina lo spirito, afferma il male e vi si appoggia».


SAINT FRANCESCA

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Il Purgatorio è un fuoco di gioia, l’inferno un fuoco di tormenti. L’amore ci circonda sempre: sta a noi se vogliamo trasformarci in luce o in fuoco. Così possiamo anche capire che una mistica profonda e peculiare possa ispirare gli uomini che si dedicano alle anime del Purgatorio. Non si tratta soltanto di una specie di visita ai prigionieri, quantunque anche quest’idea dell’amore del prossimo e della compassione non è detto che debba mancare. Come farebbe Colui che benedice pure queste visite che si fanno nella luce con pii pensieri e preghiere in quel luogo misterioso di attesa e di purificazione? Ma ci sono altri punti di vista: le anime del Purgatorio fanno un’esperienza come quella che una volta fecero i grandi mistici e la stessa Madre di Dio, sebbene ella fosse esente dal peccato originale».

Ma si distinguono dai grandi mistici della terra (che sono sempre in lotta e la cui fine è ancor sempre in qualche modo incerta) «perché non conoscono più l’irrequietezza; esse sono nelle mani di Dio: sono salve. E mentre l’attesa della salvezza procura loro dolori, forse tanto maggiori quanto più si avvicinano alla meta (ad ogni modo io feci questa esperienza quando ero prigioniero in guerra) esse hanno almeno un’assoluta certezza: sono nell’eternità. Non conoscono per nulla ciò che il cardinale Newmann scrisse nella sua meravigliosa poesia sul Paradiso che designò come “Il sogno di Geronzio”».




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Esse, conclude Guitton, sono libere dal loro involucro biologico e dai loro obblighi verso la società. Esse appartengono pienamente a Dio, sono tutte di Dio, tutte per Dio. Si può perfino pensare che esse non vogliamo abbreviare questo tempo, nel caso che ne risultasse un grado inferiore di beatitudine. E’ quindi comprensibile che gli uomini contemplativi si riuniscano sulla terra: si sostengono e vengono a loro volta sostenuti. Fra di loro esiste uno scambio di gioia, di dolore e d’amore, formano una società con meriti terreni e celesti. Fra le molte possibilità che si offrono allo spirito umano per l’unione del visibile dell’invisibile, del tempo e dell’eternità. Questa è forse la più concreta, la più efficace, la più umana; poco mancò che dicessi la più rassicurante. E perché non dovrei effettivamente dirlo?

«Chi ha incontrato talvolta uomini che si sono proposti di pregare per le anime del Purgatorio – chiosa il filosofo francese – avrà pure notato che esse irradiano santità. Ciò fa concludere che, malgrado i dolori, pure in mezzo a questo stato intermedio del purgatorio c’è un mare profondo di pace e di serenità. E per noi, poveri peccatori, che non possiamo sperare di riuscire subito ad avere la visione di Dio, è una gioia sapere che in questo luogo di purificazione ritroveremo la dolce compagnia dei nostri congiunti e degli amici terreni., la famiglia non si sciogliere; sorgerà di nuovo nella dimora eterna. La separazione attraverso la morte da una parte e dall’altra risulta superata: quella fra purgatorio e paradiso è una separazione fra persone che si amano; essa produce una moltiplicazione di relazioni e un accrescimento di amore».




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