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Chi ama sta alla porta, aspetta il consenso dell’altro prima di entrare nella sua vita

UOMO, DONNA, PORTA

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Matrimonio cristiano - pubblicato il 08/02/19

Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento.

di Padre Salvatore Franco

Ci fermiamo dinanzi alla porta di casa, sulla soglia. La porta è il confine oltre il quale entro nella vita intima dell’altro. Gesù parlando di sé dice che egli è come il buon pastore che ama e si prende cura delle pecore e per questo entra dalla porta, il ladro invece entra da un’altra parte. Gesù approfondisce questa similitudine paragonando egli stesso a quella porta. L’altro è come la porta che sto per aprire e attraversare. Per entrare devo passare da lui e non aggirarlo. Un’altra immagine ci viene dall’Apocalisse dove Gesù dice alla sposa che è la chiesa:

“Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).


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È interessante notare in questo versetto che chi apre non lo fa perché ha sentito bussare ma perché ha riconosciuto la voce di chi bussa. Nasce così la gioia e la fiducia di poter aprire liberamente, senza costrizione. L’altro si fa riconoscere, fa capire  le proprie intenzioni nel modo in cui chiede di entrare.  Gesù chiede personalmente di entrare e aspetta il nostro assenso e permesso che nasce nel momento che lo riconosciamo. La comunione non ammette di aggirare l’altro come se fosse un muro da scavalcare ma lo considera come la porta a cui bussare per entrare e “cenare insieme”. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

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Ogni volta in cui si rinnova questo consenso reciproco la vita che si svolgerà sarà una vita a due nella quale due persone, uniche nella loro inviolabile identità e intimità personale, scelgono nuovamente di vivere tenendo conto sempre dell’altro e in comunione con lui. La comunione non è infatti solo vivere o fare delle cose insieme ma anzitutto tenere conto dell’altro e di ciò che è come persona. C’è come un confine che va valicato con delicatezza e rispetto per l’altro. Pensiamo a Mosè a cui Dio , dal roveto ardente, chiede di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Si tratta di porsi davanti al carattere sacro e della inviolabilità dell’intimità altrui. Quando Jaques Maritain trovò il diario spirituale della moglie Raissa, prese consapevolezza che ella aveva avuto una sua propria vita intima a lui nascosta e al tempo stesso, leggendo quelle pagine, non si trovò per nulla spaesato ritrovandovi tante cose che aveva intuito o che lei aveva condiviso in qualche modo con lui.




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Tenere conto dell’altro vuol dire considerare anzitutto la sua individualità, i suoi bisogni, le sue aspirazioni,  il suo destino, rispettando lo spazio sacro e il mistero che è la sua coscienza e la sua intimità personale. L’amore quanto più è intimo e profondo tanto più esige il rispetto della libertà dell’altro e la capacità di attendere che apra la porta del suo cuore.

A “Permesso” possiamo allora aggiungere una parolina che ne deriva: “Che ne pensi?”: “Che ne pensi se faccio questo, se facciamo questo?”. Anche questo è chiedere permesso perché si chiede il consenso come persone “con-sorti”, che hanno scelto di condividere la medesima sorte, lo stesso destino, lo stesso fine.


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Perché è spesso così difficile chiedere permesso una volta conquistata la confidenza familiare? Quando si vive tanto tempo insieme si può rischiare di non considerare tanto l’altro e si agisce prendendosi da sé dei permessi che sarebbe invece più giusto chiedere. Si entra così nella mentalità del tutto permesso e pian piano l’altro sparisce adombrato dal proprio bisogno e o desiderio. Occorre riapprendere il gusto della cortesia, della finezza e delicatezza dell’amore. Talvolta i bisogni o le idee che ci sono venute prendono così il sopravvento su di noi che l’altro diventa solo l’ostacolo da sormontare. Si è dimenticato di chiedere permesso perché si è dimenticato di considerare l’altro.

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