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Crisi in Venezuela: a che titolo il Papa potrebbe far da mediatore?

Maduro
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Nel pieno della crisi politico-istituzionale in Venezuela, Nicolas Maduro ha annunciato di aver scritto a Papa Francesco per domandargli il suo aiuto. Interpellato in merito da un giornalista, il Santo Padre ha risposto: «Vedremo cosa si può fare». Giornalista, storico e specialista in cose vaticane, Christophe Dickès lascia ad Aleteia alcuni elementi per capire meglio la situazione.

Contestato nel proprio Paese e da numerosi capi di Stato, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha chiesto a Papa Francesco aiuto e mediazione:

Gli ho detto che sono al servizio della causa di Cristo […] e in questo spirito gli domando il suo aiuto, in un processo di facilitazione e di sostegno del dialogo.

Così Maduro ha detto durante un’intervista televisiva registrata a Caracas per il tg italiano Sky 24.

Interpellato sulla lettera da un giornalista durante la conferenza stampa in volo al ritorno da Abu Dhabi due giorni fa, il 5 febbraio, il Santo Padre ha confermato di aver letto la lettera che gli ha fatto pervenire il presidente Maduro.

Non l’ho ancora letta ma vedremo che cosa si può fare,

ha dichiarato il Santo Padre ricordando: «Io sono sempre disposto» ad assicurare una mediazione, ma questa dev’essere domandata «dalle due parti». Giornalista, storico e specialista di cose vaticane, Christophe Dickès, già autore di Vatican, Vérités et légendes  [Vaticano, verità e leggende] e di 12 papes qui ont bouleversé le monde [12 Papi che hanno cambiato il mondo], vede in questa risposta una perfetta sintesi del ruolo che gioca la diplomazia pontificia sulla scena internazionale.

Agnès Pinard Légry: Come comprendere la risposta di Papa Francesco circa la lettera che gli ha indirizzato il presidente venezuelano Nicolas Maduro?

Christophe Dickès: La sua risposta è tutta diplomatica ed è normale che così sia. Penso che Papa Francesco abbia letto la lettera di Nicolas Maduro, anche prima della divulgazione mediatica della notizia. Ma la sua risposta è rivelatrice di quello stato d’animo che consiste nel non dire pubblicamente cose su un dossier estremamente sensibile. Un dossier che necessita un lavoro nell’ombra (nel senso nobile del termine). In effetti la diplomazia pontificia lavora “nel segreto” – e per fortuna che è così, perché in questo modo riesce a ottenere i suoi risultati. Se subisse una pressione mediatica non potrebbe perseguire i propri obiettivi. Ecco perché le parole del Papa “vedremo cosa possiamo fare” riassumono perfettamente il ruolo della diplomazia pontificia, che è quello di offrire i suoi “buoni ufficio”, ma sempre su richiesta degli Stati e dei protagonisti. La Santa Sede propone un arbitraggio, offre la sua mediazione e interviene in modo disinteressato sia che la faccenda riguardi conflitti fra gli Stati sia che concerna la politica interna. Egli fa questo sempre in una duplice prospettiva: per la dignità dell’uomo e per la pace. È in questo che la Santa Sede si distingue da altre potenze: essa resta esclusivamente una potenza morale, senza interessi militari o economici.

Si può dire che con la sua risposta il Santo Padre si chiuda a catenaccio?

Sì, ma anche se Papa Francesco è un amante del calcio, la comparazione calcistica si ferma qui: il santo padre non è in una delle squadre che si affrontano in campo. Però può esserne l’arbitro… In Venezuela si affrontano in campo due squadre: numerosi capi di Stato si sono già posizionati e hanno preso partito. Che scelta farà il Papa? Difficile rispondere a una simile domanda: la diplomazia è sempre una questione di relazioni umane. Essa è l’arte del possibile. Nel caso del Venezuela si tratta di un conflitto esacerbato e molto mediatizzato. Il Papa sta lì per facilitare la mediazione. Maduro sentirà ragioni? Il Papa riuscirà a far incontrare i contendenti avviandoli a una soluzione negoziata? Tutto è possibile. Il suo obiettivo è di fare in modo che le cose si svolgano più pacificamente possibile. L’ambasciatore Bruno Joubert ha detto della diplomazia della Santa Sede che si tratta di una diplomazia dai segnali deboli. Questa frase significa che i servizi diplomatici della Santa Sede faranno di tutto per sfruttare la minima apertura per arrivare a una soluzione negoziata. Ma il caso del Venezuela è complesso nella misura in cui è profondamente mediatizzato e Maduro ha reso nota la lettera.

Papa Francesco ha una legittimità nella risoluzione di questa crisi?

Sì, e a duplice titolo – secondo me. Il primo, come abbiamo accennato, è la natura stessa della diplomazia della Santa Sede, che è una diplomazia al servizio della Pace, del Bene comune. All’occorrenza viene sollecitata da una delle due parti. Ma si tratta di un esercizio di equilibrismo perché il Papa non può rimandare l’immagine di una persona manipolabile da una delle parti. Il secondo titolo inerisce a Papa Francesco stesso, che viene dall’America Latina e che conosce perfettamente il continente latino-americano. Egli possiede una vera competenza, come fino ad ora ha già mostrato nei casi di Cuba e della Colombia.

La mediazione: è tutta qui la forza (e la debolezza) di Papa Francesco per pesare nella risoluzione delle crisi?

Si vorrebbe che le cose andassero più rapidamente e che producessero una pace più durevole… Nella storia si tratta di una costante: da Benedetto XV che voleva evitare il conflitto generalizzato in Europa nel 1914, fino alla diplomazia di Giovanni Paolo II sulla questione irachena o Francesco in merito a quella siriana. Il Papa ha per vocazione l’essere un profeta della pace, e l’esercizio è tutto fuorché facile. Il Papa non ha armi belliche, né economiche: non può decretare un embargo – ad esempio. Il Papa dispone unicamente della forza della parola, ma il suo disinteresse fa sì che possa essere ascoltato – e lui ci proverà sempre.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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