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Sanremo: sono solo canzonette, ok. Ma hai sentito di cosa parlano?

SANREMO, RAFFAELE, BAGLIONI
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Arisa sta benone (ma forse no), Renga aspetta a casa, Silvestri grida un'adolescenza disperata ... e per fortuna Cristicchi tiene insieme questo puzzle umano col miracolo della cura.

Infrangendo il bon ton della sedicente intellettuale, non comincerò giustificandomi perché anche quest’anno sto guardando Sanremo. Ieri mattina ero in una quarta liceo a parlare di traduzione e letteratura e ho consigliato agli studenti di stare il più possibile in mezzo alla gente ad ascoltare, in qualsiasi contesto. Questo è l’allenamento migliore per imparare a tradurre, dicevo loro: ancora più importante di impararsi dizionari di parole straniere a memoria. E tradurre è qualcosa di quotidiano come capire chi mi sta di fronte, chiunque.

In inglese “comprendere” si dice “understand”, che letteralmente vuol dire: stare sotto. Gesto rivoluzionario. Per capire devo mettermi in basso, devo mandare in cantina l’ego e la cavalleria dei pregiudizi. Ascoltare, ascoltare tanto … in una quotidianità in cui vogliamo sempre avere l’ultima parola e ci accavalliamo per sovrastare la voce altrui.

Ascoltare tanto, ascoltare tutto; per poter poi giudicare tutto. Ci inorgoglisce poter dire di aver ascoltato una conferenza sulle forme di energia rinnovabile; ma io ho imparato tantissimo anche dalle conversazioni origliate al mercato tra pensionati e badanti straniere. È dura capire la gente e farsi capire.

10 milioni di nostri connazionali hanno ascoltato e visto le prime due serate del Festival di Sanremo e tra loro anche io, anche se non da fedelissima. Mi sono andata a coricare assai presto. Non ho seguito tutto, ho anche chiacchierato con mio marito, ma con un orecchio (peraltro neanche troppo portato per la musica) ho ascoltato le canzonette. Neppure tutte. L’anno scorso, ad esempio, mi persi il brano de Le Vibrazioni e fu quello che poi apprezzai di più.

Storie uniche, ritornelli facili

Molti sono motivetti che ci ritroveremo a fischiettare in macchina da qui a qualche settimana, accendendo la radio ci faranno compagnia mentre rassettiamo casa o siamo in palestra o al supermercato. La canzone pop è pensata per essere popolare, quindi necessariamente deve toccare – superficialmente o profondamente – corde che ci riguardano tutti. Dietro ogni ritornello ci deve essere un’idea basica che riguarda l’esperienza universale dell’uomo medio; ci deve essere un amo che cattura l’ascoltatore.

Ed è proprio questo che mi colpisce sempre. Al netto di canzoni brutte, al netto dei fenomeni mediatici, i cantanti nazional popolari sono la cartina al tornasole della nostra piazza umana. Può essere urticante ammetterlo, io ci sto in mezzo. Che ritratto ne viene fuori? Sappiamo cosa ci esalta e cosa ci ferisce, ma lo tiriamo fuori o con mero sentimentalismo o senza raccapezzarci.

Prendiamo i Negrita, che buttano lì il verso:

Ché la vita è una poesia di storie uniche.

Potente. Funziona, acchiappa. Chissà quanto se la giocheranno i nostri ragazzi sui diari, in chat o nelle note vocali. E non sembra avere altra funzione: è una meteora bellissima, messa sul piatto per stupire, quasi senza prenderla sul serio. La canzone spara immagini veloci, un’autostrada di parole senza aree di sosta per meditare sul serio.

È agrodolce, o tragicomico, constatare che sussultiamo per qualcosa che ci stupisce, ma senza capirne davvero il motivo. Ebbene, la vita è davvero una poesia di storie uniche: Chi l’ha pensata ha fatto della nostra unicità un’armonia con le unicità altrui;ma sono certa che i Negrita sarebbero i primi a storcere il naso se proponessi loro questo affondo sul loro testo …  Eppure l’unico senso possibile è proprio che non siamo parole al vento, ma parte di un poema composto da Dio. Nelle poesie ci sono le rime a testimoniare questo legame insolito, ma presente, tra le parole.

Anche nelle canzoni ci stanno bene le rime, in pochi le sanno usare per il valore potente che hanno. Ieri per strada un gruppo di ragazze canticchiava già la canzone di Shade e Federica Carta:

Ci finisco sempre senza farlo apposta
Aspetto ancora una risposta

Tecnicamente è una rima, ma non lo è. Si tratta di una bella assonanza che aiuta tenere in testa in ritornello. Tutto qui e c’è chi non chiede di più.

Fragili, volare, piccole cose

Più interessanti sono, forse, le rime a distanza e involontarie. Il mio orecchio non ha potuto fare a meno di notare che ci sono delle parole ricorrenti nei testi presentati quest’anno sul palco dell’Ariston e non mi riferisco all’onnipresente “amore”. Ad esempio, la fragilità ritorna sulla bocca di molti cantanti; forse il verso che mi ha colpito di più è quello di Paola Turci,

Che siamo fiamme in mezzo al vento
Fragili ma sempre in verticale

Ne conosco di persone così, spezzate dalle circostanze eppure in piedi. E anche qui oserei un azzardo su quest’immagine, pure senza autorizzazione della cantautrice. Quando guardiamo la Croce come nostra carta di identità umana che altro vediamo se non una fragilità orizzontale che è stata abbracciata da una salvezza verticale? Il cristianesimo, sempre a dire il vero, non appare come un’etichetta in più sulla realtà, ma la risposta a qualcosa che è connaturato al DNA umano. Nulla è più nazional popolare della risposta incarnata che ogni uomo attende.

Le altre parole ricorrenti che ho incontrato nell’ascolto sono il verbo volare (… beh è un verbo sanremese, effettivamente) e l’insistenza sulle piccole cose. Che sono variabili della fragilità in verticale, della nostra attesa di dare un senso alto e alato al quotidiano, che si rivela meno brutto e noioso del previsto.

L’affascinante Renga dopo aver esplorato in un lungo e in largo il regno dell’amore, quest’anno è salito sul palco per raccontare quella meraviglia che è aspettare a casa il ritorno di chi ami. Una piccola cosa che può diventare lo straordinario di ogni giorno:

C’è un universo che mi riempie le mani
Il mondo si perde
Tu invece rimani
C’è un mare dentro negli esseri umani
Aspetto che torni stasera
Per stare con te

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