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Suor Fulvia, catechesi per le donne del monastero Wi-Fi. Qual è il nostro chiostro?

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Grazie a Lucia Massolo, che ha pazientemente trascritto la strepitosa catechesi fatta il 19 gennaio a San Giovanni da Suor Fulvia Sieni sul monachesimo dei laici, possiamo mettere a disposizione di tutti questo compendio di sapienza e bellezza. Ascoltarla, guardandole gli occhi brillare, è stato davvero bello, ma rileggerla lo è forse anche di più, perché c’è davvero tanto, tanto qui dentro, e vale la pena tornarci su, con calma. Fermarsi a metà frase, tornare indietro, ripartire.

Ndr: i titoli dei paragrafi sono del redattore Aleteia For Her e non sono dell’autore della catechesi; sono inseriti solo per aiutare nella lettura del testo.

di Suor Fulvia Sieni

Saluto e introduzione

Il benvenuto ve l’ha dato il vescovo, io vi dico che trovarci qui, in questa Chiesa – Basilica- che è la madre di tutte le Chiese ha un fortissimo valore simbolico, perché siamo accolte oggi nel grembo della Chiesa Madre, per essere generate a vita nuova, per essere, speriamo, dopo questa giornata, ripartorite da questo grembo meraviglioso che è la Chiesa, che sempre ci è madre, a una vita rinnovata, risorta.

Sono con noi, e prima di noi, questi dodici signori che avete attorno a voi, che sono i dodici apostoli, grandi (quindi non potete non vederli) ed è solo grazie a loro che la Chiesa è arrivata fino a noi oggi. Sono le dodici colonne, è il collegio apostolico, che ha fatto si che la fede arrivasse fino a noi, a prezzo del loro sangue. Questa Basilica è una catechesi, un’architettura particolarissima, vedete che questi dodici apostoli sono posizionati davanti a delle porte – sembrano chiuse, ma vi dico che sono aperte- sono le porte, le dodici porte della Gerusalemme celeste e loro ci danno il benvenuto, sono lì per apricele queste porte e per farci entrare.

E quindi è bellissimo per me, ma penso per tutte voi, sentirci comunione con tutta la Chiesa, con il collegio apostolico, prima di tutto, con la cattedra di Pietro, di cui siamo ospiti. Cattedra non è quella della scuola, la cattedra è la sedia (da cui il nome cattedrale), cioè la cattedrale è la Chiesa che contiene la sedia del Vescovo, da cui si dipartono gli insegnamenti, il magistero. E’ decisamente inappropriato che io stia qui a dirvi qualcosa, però il Signore ha fatto questa cosa qua e noi la prendiamo dalle Sue mani, così com’è venuta.

La vocazione monastica per noi che viviamo nel mondo. Cosa significa e come si vive?

Mi dicono che siete qui perché avete la vocazione monastica (così mi ha detto Costanza!) cioè che voi sentite la vocazione al monachesimo. Questo potrebbe essere un problema, perché dovremmo costruire… ma un monachesimo speciale che avete riconosciuto in monastero particolare che chiamate wi-fi. Giusto? Allora siamo qui per fare discernimento, se la vostra vocazione è vera, è una vera vocazione al monachesimo. Io non mi interrogo più sulla mia, ormai mi “tocca” stare in monastero (dove vado? Ormai non ho più chance nella vita…mi tocca fare la monaca!), ma voi forse potete ancora rifletterci!

Io vi dirò poche cose, perché ne so pochissime, qualcuna l’ho copiata dai padri della Chiesa e prima di tutto vorrei ridirvi (non dirò cose nuove, ma -spero- cose vere), perché voi ci pensiate bene, cos’é un monastero e chi è una monaca. So che avete già riflettuto sul fatto che monaco, monaca, monastero viene da una parola greca che è μόνος (monos) che dice un’unità.

Traduce solo e si fa riferimento al cuore, indiviso. Il monaco, la monaca è colei che ha il cuore indiviso, ha il cuore unificato. Vi annuncio che questa persona non esiste, nessuno di noi ha uno status unificato in sé, ma il monachesimo, quindi l’unificazione del cuore, è un processo che dura tutta la vita, per cui la monaca più propriamente è una peccatrice perdonata, è una che combatte ogni giorno per avere un cuore unificato, quindi la monaca non esiste, esiste una donna che cammina più o meno faticosamente per unificare il cuore, e vedremo di che si tratta. Ma, e qui dobbiamo uscire da un equivoco, potremo pensare che la monaca è una, sola, che vive cuore a cuore con Dio intimamente (c’è questo modo così, che “se la canta e se la suona” si dice a Roma).

I padri della Chiesa quando parlavano di monos, uno su tutti Agostino, alla parola monaca non davano questa accezione di uno solo con Dio (e felice), ma la attribuivano, risalivano agli Atti degli Apostoli dove si dice che la moltitudine di coloro che erano diventati credenti erano un cuore solo e un’anima sola. Allora monos non è uno solo, una sola fra sé e sé, e Dio appiccicato da qualche parte, ma quando si parla di monachesimo si parla di comunione, si parla di Chiesa, si parla di qualcosa che non ha a che fare con una solitudine vissuta per sé stessa, ma con una comunione di credenti, una moltitudine. Siccome non pensiate che io mi inventi le cose, Agostino dice così:

“In realtà monos significa “uno”, sebbene non uno in qualsiasi caso. “Uno” infatti può si può dire anche di chi è immerso tra la folla, un singolo, un individuo; ma “uno” si può dire anche di chi si trova insieme a molti, ma di lui non si può dire propriamente che è monos, cioè solo, monos infatti significa uno solo. Eccovi ora della gente che vive nell’unità, al segno di costituire un solo uomo, gente che veramente ha un cuore solo e un’anima sola. Molti sono i corpi, molte sono le anime, molti corpi, ma non molti cuori. Di costoro giustamente si afferma che sono monos”.

Non soli, ma in comunione. Non unificati ma in cammino per diventarlo

Quindi abbiamo un problema, noi credevamo che la nostra spiritualità, le nostre devozioni, la nostra fede ce la potevamo vedere tra me e Dio e invece l’insegnamento della Chiesa ci dice che la fede se non è condivisa, non è. Cioè non esiste la TUA fede, il TUO Dio, ma esiste un Dio che si è rivelato nella storia, alla quale tu hai accesso attraverso una comunione molto più grande di te. Noi siamo qui appunto in questo grembo, in questa Chiesa e non stiamo costituendo noi la Chiesa, la Chiesa ci precede e noi possiamo essere qui perché Qualcuno ha dato la vita, ha dato il Suo sangue perché noi fossimo qui oggi.

Allora c’è una comunione, c’è però una solitudine, allora ci sono delle contraddizioni nella vita di una monaca, cioè devo stare in comunione o devo stare sola? Devo stare in silenzio o devo annunciare? Devo condividere oppure trattenere?

Papa Francesco: la vostra vita di monache non è un equilibrio precario ma una tensione vitale

Quando nel 2015 Papa Francesco ha indetto l’anno della vita consacrata, con la diocesi di Roma abbiamo avuto in dono una giornata da trascorrere con il Santo Padre per fare a lui delle domande. Noi, come comunità, siamo state invitate a fare una domanda a nome di tutte le monache d’Italia e gli abbiamo chiesto:

Santità, ma come si fa nella vita monastica a tenere insieme il silenzio e la Parola, a tenere insieme l’annuncio e il nascondimento, la solitudine e la comunione?

Papa Francesco ci ha risposto così:

Lei (a una monaca che gli faceva la domanda) parla di un delicato equilibrio tra nascondimento e visibilità -noi ingenuamente chiedevamo qual è il punto di equilibrio tra questo monos e questa moltitudine- io dirò di più (cioè non è un equilibrio), è una tensione, la vocazione monastica è questa tensione, tensione nel senso vitale, tensione di fedeltà, l’equilibrio si può intendere con un bilanciamento (un po’ di qua, un po’ di là), invece la tensione è la chiamata di Dio verso la vita nascosta e la chiamata di Dio a farsi visibili, ma come deve essere questa visibilità e come deve essere questa vita nascosta? Questa è una tensione che voi dovete vivere nella vostra anima, questa è la vostra vocazione: voi siete donne in tensione.

Cioè non ci ha detto voi siete donne tese (quello sono capaci tutti a dircelo!), non ha detto voi avete un disturbo d’ansia! No, voi siete donne in tensione, cioè c’è un continuo ritrovare, un continuo fare un passo verso un disequilibrio e recuperare.

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