Ricevi Aleteia tutti i giorni
Solo le storie che vale la pena leggere: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Niente annuncia Cristo come la fratellanza: leggere e comprendere il documento congiunto

Twitter @HHShkMohd
Papa Francisco en el encuentro interreligioso en el Founder’s Memorial ©HumanFraternity
Condividi

Papa Francesco ha avuto grande coraggio storico e diplomatico, nel volere e nel firmare il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” insieme con il grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Sul piano carismatico e profetico, però, egli ha fatto anche di più: con la serena franchezza del primo apostolo ha compiuto una mirabile impresa di evangelizzazione. Ai cristiani e ai musulmani insieme.

Da quando certa pubblicistica sedicente cattolica sta abituando i propri lettori a toni da Sant’Uffizio do-it-yourself, non soltanto dilaga la sciagurata moda del “mezzogiorno di fuoco dogmatico” (ogni giorno all’ora dell’Angelus si deve sparare a qualcuno), ma si diffonde con stolida protervia l’uso di leggere i pronunciamenti magisteriali impugnando la matita bicolore: oggi è la volta del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato due giorni fa ad Abu Dhabi da Papa Francesco e da Ahmad Al-Tayyeb.

Del resto, chi non la memoria di cortissimo respiro si ricorderà che su quella stessa pubblicistica si levarono alti lai quando nel messaggio Urbi et Orbi del Natale 2005 Papa Ratzinger ebbe la malaugurata idea di usare il sintagma “nuovo ordine mondiale”:

Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici.

“Nuovo Ordine Mondiale”? Ma allora il Papa è un mondialista! Sarà al soldo di Soros anche lui? «Niente di nuovo» – spiegava solerte (ma sette anni dopo…) la su ricordata pubblicistica –:

è nella linea della sua enciclica “Caritas in Veritate” in cui auspicava l’avvento di un’autorità universale economico-sociale la quale è a sua volta nella linea dell’enciclica di Giovanni XXIII “Pacem in Terris” che chiedeva anch’essa un governo mondiale.

Anche Paolo VI e Giovanni Paolo II si pronunciarono spesso in favore del nuovo ordine come ha ricordato qualche settimana fa dal cardinal Appiah Turkson al forum della finanza di Davos.

Ovviamente basta sfogliare la Caritas in veritate per scoprire che Benedetto XVI non favoriva alcun super-governo massonico, anzi:

Anche l’autorità politica ha un significato plurivalente, che non può essere dimenticato, mentre si procede alla realizzazione di un nuovo ordine economico-produttivo, socialmente responsabile e a misura d’uomo. Come si intende coltivare un’imprenditorialità differenziata sul piano mondiale, così si deve promuovere un’autorità politica distribuita e attivantesi su più piani. L’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze.

E ovviamente niente di diverso da questo avevano detto Paolo VI, Giovanni Paolo II né – buon ultimo – il cardinal Turkson. Ma a chi vuoi spiegarlo, se sempre più cattolici – per dirla con la boutade attribuita a Von Balthasar – «si sono messi sulla testa la tiara che Paolo VI ha deposto»?

Così oggi al Papa viene imputata la firma a un trattato che col solo nome di “fraternità” puzzerebbe di sincretismo. E sì che contro il sincretismo aveva parlato proprio nell’allocuzione che aveva preceduto la storica firma:

La fratellanza certamente «esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità» [Francesco, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1o gennaio 2015]. La pluralità religiosa ne è espressione. In tale contesto il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità. Vorrei qui ribadire la convinzione della Chiesa Cattolica: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio» [Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra ætate, 5].

No all’uniformità forzata, dunque, e no anche al sincretismo conciliante. Quelli che si sono scandalizzati per il fatto che Francesco abbia chiamato “fratelli” dei non-cristiani sembrano non vedere due cose importanti:

  1. le parole con cui il Papa fa questo sono prese dai documenti del Vaticano II (e questa si configura come “evangelizzazione ad intra”);
  2. quelle stesse parole con cui si definisce Dio “Padre di tutti gli uomini” sono meno scandalose per i cristiani gelosi (i quali sembrano presumere di essere figli unici) che per l’islam ortodosso (abbiamo dunque uno schietto esempio di “evangelizzazione ad extra”).

Non si può certo dire “ad gentes”, perché

la Chiesa guarda […] con stima i musulmani che adorano un Dio unico [qui unicum Deum adorant], vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.

Nostra ætate 3

Tuttavia – se anche il Papa non ha pronunciato in quella sede il nome di Gesù – la citazione dalla dichiarazione conciliare risulta nel contesto un franco annuncio della grande novità cristiana, attuato con tutta l’autorità apostolica del Vescovo di Roma: fra i 99 nomi che la tradizione islamica attribuisce ad Allah, infatti, non figura quello di padre, poiché nella sura XIX – quella comunemente nota come “di Myriam” – si legge:

Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano. Non si addice ad Allah prendersi un figlio. Gloria a Lui! Quando decide qualcosa dice: «Sii!» ed essa è.

Corano, 19, 34-35

Ora invece la massima autorità carismatica dell’islam sunnita ha sottoscritto col capo (visibile) della Chiesa Cattolica un testo che parla di fraternità. E qui occorre fare attenzione: né gli islamici si sono rimangiati il versetto 35 della 19esima sura né i cattolici sono disposti a negare il fatto che figli di Dio, in senso proprio e stretto, lo si divenga per il battesimo. L’aveva precisato proprio Papa Francesco indicando – sulla scia del dettato conciliare – che non si stava ricercando “una fratellanza teorica”:

Vari interrogativi, tuttavia, si impongono: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una fratellanza non teorica, che si traduca in autentica fraternità? Come far prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione in nome della propria appartenenza? Come, insomma, le religioni possono essere canali di fratellanza anziché barriere di separazione?

Il dilemma moderno e contemporaneo di una “fratellanza non teorica”

Fratellanza non teorica, vera fraternità: ecco il dilemma. Mi colpisce sempre come in tutta l’immensa mole de Il genio del cristianesimo François-Réné de Chateaubriand non utilizzi se non due sole volte la parola “fraternità”. Quasi cinquant’anni più tardi, nelle Memorie d’oltretomba, il grande polemista e diplomatico francese avrebbe raccontato le atrocità che aveva veduto commettere in nome della “fraternità” giacobina; ma già da ragazzo, nei “Frammenti” apposti alla sua superba opera di apologetica cristiana e di sintesi di tutte le culture note, il giovane Visconte esiliato in Inghilterra scriveva:

I filosofi moderni, risvegliati a questa morale dall’Evangelo e credendo di fare meglio del Dio dei dolci e dei piccoli, non hanno più visto alcun istinto di patria: si sono messi ad amare il genere umano, cioè a non amare nessuno. Allora tutto ha trasudato di filantropia; credettero che i cuori, subitaneamente arroventati d’un amore inestinguibile, avrebbero gemuto per il non saper dove riversare tutto quel tesoro. Era mio fratello il nero! Mio fratello il giapponese! E tuttavia la verità è che mai ci sono stati più Caini che al tempo degli enciclopedisti, che mai su di un popolo è scorso un secolo altrettanto freddo. Non c’è mai misura, con quella gente: o tutto nei loro scritti porta una scia di gelo oppure il calore vi arriva soltanto dalla testa. Mai un solo movimento del cuore.

E poco oltre, in un altro dei Frammenti, il Visconte avrebbe scritto a proposito del giudizio finale:

Il Giudice Supremo dirà a quei filantropi: «Non avete fatto alcun male, ma non avete fatto alcun bene. Venga alla mia destra, quest’uomo che fu debole ma che soccorse ed amò davvero i suoi fratelli, quest’uomo che cadde ma che vestì l’orfano, protesse la vedova, riscaldò il vecchio e diede da mangiare a Lazzaro; perché è così che agivo io quando abitavo tra gli uomini». Ecco quale sarà il linguaggio del Figlio dell’Altissimo; e il grande tormento dell’inferno consisterà in un desiderio inestinguibile di bellezza e di virtù – senza poterlo mai appagare.

Dilemma e disillusione che si trovano vivide in un aneddoto riportato da Oriana Fallaci in La forza della ragione (2004 – ma lo aveva già raccontato in alcune interviste nei decenni). La grande giornalista raccontava di cosa gli rispose Pietro Nenni (che Roberto Fabiani nel ’73 rivelò affiliato all’obbedienza massonica di Palazzo Giustiniani) quando – con «il tipo d’intesa che v’è tra nonno e nipote» – lei si sfogò per lo sfregio che Critica Sociale (all’epoca rivista del Psi) le aveva inflitto dandole brutalmente dell’assassina di Alekos Panagulis (sic!):

Dicendo Nenni-guardi-che-m’hanno-fatto gli mostrai la nefandezza, e lui chiuse gli occhi. Poi, con un filo di voce, mormorò: «Se tu sapessi che hanno fatto a me… Bambina mia, quando difendo gli uomini io non mi riferisco agli uomini. Mi riferisco all’idea platonica dell’Uomo. All’Uomo con la u maiuscola».

Ed ecco come si perpetua attraverso le epoche la grande illusione – con annessa cocente delusione – che si possa essere tutti fratelli in nome di un ideale astratto. Ora, Oriana Fallaci merita non solo ogni rispetto per la sua vita ma anche ogni ammirazione per la sua carriera: però resta lecito non condividere la sua analisi circa “la più grave colpa della Sinistra” che – «insieme con la Chiesa cattolica e agli avanzi del Msi» – avrebbe favorito “l’islamizzazione d’Italia”. E rieccoci a bomba, anzi ad Abu Dhabi. Quando Francesco si preoccupa di far sì che la fraternità di cui parlano con il grande Imam non sia “solo teorica” lo sforzo che compie è quello di anti-astrazione – dall’Uomo con la u maiuscola di cui massonicamente vagheggiava Nenni con la Fallaci – e la proposta cerca di essere estremamente concreta:

Torniamo così all’immagine iniziale della colomba della pace. Anche la pace, per spiccare il volo, ha bisogno di ali che la sostengano. Le ali dell’educazione e della giustizia.

L’educazione – in latino indica l’estrarre, il tirare fuori – è portare alla luce le risorse preziose dell’animo. È confortante constatare come in questo Paese non si investa solo sull’estrazione delle risorse della terra, ma anche su quelle del cuore, sull’educazione dei giovani. È un impegno che mi auguro prosegua e si diffonda altrove. Anche l’educazione avviene nella relazione, nella reciprocità. Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro. Da uomini, e ancor più da fratelli, ricordiamoci a vicenda che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo[7]. È importante per l’avvenire formare identità aperte, capaci di vincere la tentazione di ripiegarsi su di sé e irrigidirsi.

Investire sulla cultura favorisce una decrescita dell’odio e una crescita della civiltà e della prosperità. Educazione e violenza sono inversamente proporzionali. Gli istituti cattolici – ben apprezzati anche in questo Paese e nella regione – promuovono tale educazione alla pace e alla conoscenza reciproca per prevenire la violenza.

I giovani, spesso circondati da messaggi negativi e fake news, hanno bisogno di imparare a non cedere alle seduzioni del materialismo, dell’odio e dei pregiudizi; imparare a reagire all’ingiustizia e anche alle dolorose esperienze del passato; imparare a difendere i diritti degli altri con lo stesso vigore con cui difendono i propri diritti. Saranno essi, un giorno, a giudicarci: bene, se avremo dato loro basi solide per creare nuovi incontri di civiltà; male, se avremo lasciato loro solo dei miraggi e la desolata prospettiva di nefasti scontri di inciviltà.

La giustizia è la seconda ala della pace, la quale spesso non è compromessa da singoli episodi, ma è lentamente divorata dal cancro dell’ingiustizia.

Non si può, dunque, credere in Dio e non cercare di vivere la giustizia con tutti, secondo la regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7,12).

Pace e giustizia sono inseparabili! Il profeta Isaia dice: «Praticare la giustizia darà pace» (32,17). La pace muore quando divorzia dalla giustizia, ma la giustizia risulta falsa se non è universale. Una giustizia indirizzata solo ai familiari, ai compatrioti, ai credenti della stessa fede è una giustizia zoppicante, è un’ingiustizia mascherata!

Le religioni hanno anche il compito di ricordare che l’avidità del profitto rende il cuore inerte e che le leggi dell’attuale mercato, esigendo tutto e subito, non aiutano l’incontro, il dialogo, la famiglia, dimensioni essenziali della vita che necessitano di tempo e pazienza. Le religioni siano voce degli ultimi, che non sono statistiche ma fratelli, e stiano dalla parte dei poveri; veglino come sentinelle di fraternità nella notte dei conflitti, siano richiami vigili perché l’umanità non chiuda gli occhi di fronte alle ingiustizie e non si rassegni mai ai troppi drammi del mondo.

Altro che “oppio dei popoli”: Francesco sembra dire che è il mondo, meglio la mondanità, ad essere la droga non solo dei popoli ma anche delle religioni. Tutto l’opposto è il loro carisma in una teologia della storia: «Siate vigili». Altra parola squisitamente evangelica. E nell’ottenere che la massima autorità religioso-culturale del mondo sunnita sottoscrivesse queste frasi sulla violenza Francesco incorona come meglio non si sarebbe potuto sognare la storica Lezione di Ratisbona di Benedetto XVI.

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni
I lettori come te contribuiscono alla missione di Aleteia.

Fin dall'inizio della nostra attività nel 2012, i lettori di Aleteia sono aumentati rapidamente in tutto il mondo. La nostra équipe è impegnata nella missione di offrire articoli che arricchiscano, ispirino e nutrano la via cattolica. Per questo vogliamo che i nostri articoli siano di libero accesso per tutti, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il giornalismo di qualità ha un costo (più di quello che può coprire la vendita della pubblicità su Aleteia). Per questo, i lettori come TE sono fondamentali, anche se donano appena 3 dollari al mese.