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Chi va a Messa è più felice dei cristiani nominali e dei non religiosi

PILGRIMAGE MEDIA
Émilie Pourbaix
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I cristiani praticanti sono più felici dei non praticanti e dei non religiosi, lo scopre il Pew Research Center in una nuova analisi basata su dati provenienti da diversi paesi del mondo. Chi va a Messa è anche più impegnato nella carità e in comportamenti sani.

Si parla di “persone religiose”, in realtà lo studio che presentiamo è svolto in Paesi a dominanza cristiana (e cattolica). Gli stessi autori precisano, infatti: «I paesi analizzati sono per lo più nazioni a maggioranza cristiana, in Europa e nelle Americhe, sebbene l’analisi includa anche alcuni paesi e territori africani e asiatici, come il Sud Africa, la Corea del Sud ed il Giappone».

La conclusione è che i fedeli praticanti, che partecipano attivamente alla Messa e alla vita parrocchiale, tendono ad essere più felici, più civicamente impegnati e meno attivi in comportamenti dannosi e anti-sociali, rispetto agli adulti non affiliati ad alcuna religione o ai credenti non praticanti.

E’ una nuova, enorme, analisi pubblicata due giorni fa dal Pew Research Center, basata sui dati delle indagini svolte negli Stati Uniti e in molti altri paesi del mondo (tra cui Colombia, Ecuador, Australia, Brasile, Perù, Argentina, Germania, Cile, Spagna ecc.). Molti studi precedenti hanno trovato associazioni positive tra religiosità e benessere psico-fisico, qualità e longevità della vita, in gran parte li abbiamo raccolti in un dossier specifico.

Una fede attiva è correlata a livelli più alti di felicità e altruismo.

La nuova indagine ha suddiviso il campione in tre categorie: le persone “attivamente religiose”, cioè coloro che si recano a Messa e partecipano ai sacramenti (almeno una volta al mese); le persone “credenti nominali”, coloro che rivendicano un’identità religiosa ma non frequentano e non praticano (chiamati anche “inattivi”); e le persone “religiosamente non affiliate”, cioè coloro che non si identificano in alcuna religione organizzata.

Il primo dato che emerge è che «questa analisi rileva che negli Stati Uniti ed in molti altri paesi, la partecipazione regolare ad una comunità cristiana è chiaramente collegata a livelli più elevati di felicità e impegno civico (in particolare, il voto durante le elezioni e l’adesione a gruppi di carità o organizzazioni di volontariato). Ciò potrebbe suggerire che le società con livelli decrescenti di coinvolgimento religioso, come gli Stati Uniti, potrebbero essere a rischio di declino nel benessere personale e sociale».

Soltanto negli Stati Uniti, il 58% degli adulti attivamente cristiani è attivo in organizzazioni di volontariato, gruppi di beneficenza, club sportivi o sindacati. Al contrario, lo è il 51% dei credenti nominali e il 39% dei non affiliati religiosamente.

Il secondo fattore rilevante dall’indagine è che negli Stati Uniti e negli altri paesi studiati, «le persone attivamente religiose hanno meno probabilità rispetto ad altre di impegnarsi in determinati comportamenti, come fumare e bere alcolici». Non si riscontra una correlazione diretta tra il praticare più attività fisica e l’obesità, tuttavia i credenti praticanti godono, in generale, di buona salute.

La pace sgorga quando l’esistenza si giudica alla luce di un Significato tangibile.

I ricercatori non spiegano il motivo di questa positiva correlazione tra una fede vissuta con coscienza e una migliore felicità ed un più alto impegno civico, «l’esatta natura delle connessioni tra partecipazione religiosa, felicità, impegno civico e salute rimane poco chiara e richiede ulteriori studi», scrivono.

La risposta proviamo a darla noi ed è piuttosto semplice. Innanzitutto, si dimostra che non è la stessa cosa, non è uguale credere o non credere, non è indifferente vivere attivamente la fede piuttosto che limitarsi a difendere un’identità cristiana nazionalistica. Soltanto chi si coinvolge nella comunità cristiana, vive la parrocchia e i Sacramenti sperimenta la profonda possibilità della pace. Questo perché costruisce la sua esistenza sulla roccia della presenza tangibile di Dio e sperimenta una unità di coscienza, una semplicità unificante nel percepire, sentire e giudicare l’esistenza alla luce di un Significato. Tutto viene valorizzato, tutto si connette, nulla scandalizza e nessun aspetto della realtà è rinnegato (il dolore, la sofferenza, l’ingiustizia ecc.). Questa è la promessa che vive, già ora, la comunità cristiana, i cui effetti oggettivi sono riscontrati anche in studi scientifici come questo.

 

QUI L’ORIGINALE

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