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Una giornata insieme al diacono. Così Luigi unisce famiglia, volontariato e il Signore

Luigi insieme alla moglie ad un evento a Roma.
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Ecco come vive oggi un diacono che dedica parte della sua vita alla Chiesa. “Ma la mia non è stata una scelta…”

Don Pietro ci ha accolto con molto entusiasmo e da subito ci ha coinvolto nelle varie attività parrocchiali che abbiamo sempre cercato di vivere senza alcuna riserva; siamo da sempre due persone che abbiamo veramente gusto nel vivere le varie realtà. Un bel giorno, verso il finire della primavera del 1995, mi viene fatta la proposta, da parte del parroco, di provare a verificare la possibilità del diaconato permanente. Sinceramente sono rimasto sorpreso e spiazzato. Non mi aspettavo una tale proposta».

I 5 anni di cammino

Dopo un anno di verifica iniziale nel settembre del 1996, Luigi ha iniziato il suo cammino di verifica/formazione durato ben 5 anni, affiancato da Daniela, «anni che hanno segnato positivamente la mia storia chiarendomi sempre di più cosa io e la mia famiglia eravamo chiamati a vivere. Insieme abbiamo risposto di si e la grazia di Dio ha guidato la nostra mente, il nostro cuore e le nostre azioni a mettere in atto un diverso stile di vita».

I due figli

I figli, in questo coinvolgimento, osserva il diacono, non sono stati di intralcio. «Ma sono stati una parte importantissima perché continuamente, senza che noi chiedessimo niente si sono sentiti pienamente partecipi di questa storia ed hanno trovato, nell’amicizia con tutti gli altri figli di diaconi ordinati ed in formazione, motivo di vera contentezza».

«Un piccolo esempio che penso mi resterà sempre nel cuore lo voglio citare», dice Luigi. «Prima di iniziare a settembre del 1996 (anno in cui è nato Simone il 27 maggio 1996) abbiamo chiesto a Flavia (la nostra figlia maggiore) che in quel periodo aveva circa 9 anni e 7 mesi, cosa ne pensasse del nuovo impegno che ci avrebbe coinvolti anche da un punto di vista di tempo. Forse saremo potuti stare un po’ meno con lei. Flavia è sempre stata un bambina allora, oggi donna di trentadue anni, molto riflessiva, ci ha pensato un po’ su poi ci ha chiesto (sue testuali parole) “ma è una cosa per il bene o per il male?”. Abbiamo risposto che secondo noi era per il bene senz’altro lei ci ha risposto “allora fate e non vi preoccupate di niente”. Questo è stato l’inizio».

Un approccio diverso

Dal 2001, o anche più indietro nel tempo, ad oggi la missione dei diacono è cambiata? «Non ritengo – risponde Luigi – che i riferimenti di base del ministero del diaconato siano cambiati, quello che secondo me è cambiato è il modo di essere inseriti nel mondo. Sono le modalità di approccio con le diverse povertà che sono cambiate, è il modo di come affrontare un servizio verso il prossimo che mi sembra sia cambiato o che dovrebbe cambiare, le modalità di ascolto ed il linguaggio della comunicazione».

«Se ci dobbiamo far capire dal prossimo non si può pensare di utilizzare una modalità di comunicazione vecchia (è un po’ come fare il catechismo a dei bambini o ad adulti), se non impariamo a saper farci ascoltare allora sempre di più diventiamo piccole isole felici che però non permettono a nessuno di attraccare ai porti. Mi sembra che in questi anni si sia fatto questo cammino, forse con difficoltà ma è un processo che è sempre in corso».

Punto di riferimento per tutti

Prerogativa del diacono, «è quella di essere essenzialmente tra la gente, per condividere con tutti le problematiche di tutti, perché le persone sappiano vedere in lui un punto di riferimento che li aiuta non solo materialmente ma anche moralmente e spiritualmente».

«Punto di testimonianza con tutta la sua famiglia (luogo dell’amore di Dio), perché susciti nell’altro una domanda, una speranza, che dia risposta ai suoi mille perché.

Si può vivere di altro, si può vivere di Cristo. Avendo solo Lui come riferimento. Vivere il servizio a 360 gradi con l’unico scopo di far conoscere, attraverso il servizio, Cristo».

Rischio isolamento

Un messaggio che però deve essere trasferito in modo comprensibile a tutti per essere accolto. E per farlo «non si può trascurare un aggiornamento non solo linguistico ma anche culturale. Pronti a saper dare giustificazioni della propria fede. Mi sembra che in questi anni uno sforzo in tal senso sia stato portato avanti (parlo essenzialmente della realtà del diaconato di Roma)».

«Un diacono che non accetta di cambiare i propri modi di comunicare (si badi bene che non dico debba modificare l’essenzialità del suo essere, né i principi che stanno alla base del ministero) diventa un diacono che non è più in grado di comunicare, fasi capire. Questo significa – sentenzia Luigi – il suo isolamento progressivo dalla gente. Dobbiamo imparare a capire i bisogni delle persone e a capire come dargli risposta. Se uno ha fame innanzi tutto lo devo sfamare, poi viene tutto il resto. Anche in quest’ottica mi sembra si siano fatti numerosi passi di cambiamento».

La ricetta del “buon diacono”

Luigi conclude con «un altro punto importante di cambiamento», che è «la propria testimonianza spirituale».

«Se si vede un diacono, nelle sue espressioni, innamorato di Cristo e desideroso di comunicarlo alle persone non solo con parole ma con fatti – chiosa – allora si è testimonianza, partendo da gesti quali la devozione a Maria, la preghiera costante, la partecipazione alla liturgia eucaristica che ti portano alla gioia del cuore, ad avere sempre un sorriso per tutti, tanta pazienza per il proprio ed altrui limite, la capacità di riconoscere che tutto va dove deve andare secondo una sapienza che ringraziando Dio non è la nostra ma Suo dono».

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