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L’aborto a New York: leggere e capire a fondo il testo

GOVERNOR ANDREW CUOMO
Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
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È stato un incauto azzardo, quello dei redattori di Open – di Enrico Mentana – nel tentativo di delegittimare la nostra informazione sul Reproductive Health Act firmato dal governatore Andrew M. Cuomo il 22 gennaio. Il tentativo di minimizzare la portata del provvedimento di Cuomo mediante l'appiattimento sulla legge 194/1978 italiana denota ignoranza e/o malafede. Cerchiamo qui di offrire una disamina esaustiva.

  • L’ultima condizione è la vera svolta dell’impianto normativo abortivo che il RHA introduce. L’impegno profuso dai fact-checkers nel nascondere o nel ricondurre il termine “salute” (“health”) alla “vita” (“life”) della gestante non è passato in secondo piano: il testo le disgiunge chiaramente “vita o salute” (“life or health”), indicando una netta distinzione. Il diritto nello Stato di New York già prevedeva la possibilità di un aborto oltre le 24 settimane nel caso di documentati rischi per la vita della gestante. È perciò evidente che una simile modifica non possa essere un pro-forma. Per capire in che termini si declini il cambiamento è necessario entrare nell’ordine delle idee che nel regime di common law degli Stati Uniti (stare decisis) la legge non è la sola fonte per lo sviluppo del diritto, ma le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti e delle corti statali, ognuna nella propria competenza e secondo la gerarchia giudiziaria, possono aggiornare l’impianto normativo.

È giustamente stato ricordato in questi giorni che la legge di New York sull’accesso all’aborto (1970) ha preceduto la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti Roe v. Wade (1973) che afferma il “diritto all’aborto” come aspetto del “diritto alla privacy personale” secondo l’interpretazione del 14esimo Emendamento, consentendo così ai singoli stati la legiferazione sull’aborto nel senso di depenalizzazione. Nella Roe v. Wade esiste il riferimento alla “vita o salute” (“life or health”) materna rifacendosi al precedente Abortion Act del 1967, ovvero come “salute fisica e mentale”, a sua volta ricezione della definizione dell’OMS del 1948 secondo cui la salute è «non la semplice assenza di malattia, ma uno stato complessivo di benessere fisico, psichico e sociale». Dunque il par. 1 del RHA effettivamente si allinea alla Roe v. Wade. Ciò che si è dimenticato di ricordare è che nell’allineamento, il RHA non si limita ad esaurirsi testualmente nel contenuto di questa prima sentenza, bensì riferisce alla sua sentenza gemella, elaborata e pronunciata nello stesso giorno dagli stessi giudici: la ben meno nota Doe v. Bolton, che è definitoria di cosa significhi “salute” (“health”).

Il giudizio medico [sul fatto che l’aborto sia necessario] può essere eseguito alla luce di tutti i fattori – fisici, emotivi, psicologici, familiari e l’età della donna – rilevanti per il benessere del paziente. Tutti questi fattori possono essere connessi alla saluti. Ciò permette al medico curante lo spazio di cui ha bisogno per realizzare il suo miglior giudizio medico. E c’è spazio per agire per il beneficio, non in sfavore della gestante.

La Doe v. Bolton fornisce la disgiunzione di cui la Roe v. Wade aveva bisogno perché la “salute” in questione non sia in vista di concreti e seri rischi per la vita della gestante, ma amplia la definizione ad un generico stato di benessere al cui conseguimento concorrono fattori di vario genere. Non solo le dimensioni di salute della persona verso le quali si possono effettuare analisi e offrire cure codificate in sede clinica, la dimensione fisiologica o psicologica. Le maglie sono allargate al punto da includere situazioni aleatorie e provvisorie come un disagio emotivo, oppure l’opportunità di avere un figlio in un dato momento della propria vita o di aumentare il nucleo familiare.

Come ha giustamente ricordato la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti nel 2013, 40esimo anniversario di entrambe le sentenze, è stato il combinato dei due verdetti ad aprire ad una regolamentazione così variegata nei diversi stati, in una decina dei quali oggi non esiste restrizione di tempi o di motivazione alla pratica abortiva, né possibilità di intervenire in sede legislativa con le evidenze scientifiche che smantellano la narrazione dell’aborto a finalità preservative (con buona pace della Matteini, “aborto terapeutico” è un altro concetto sconosciuto alla medicina d’Oltreoceano, dove la dizione è usata non per aborti medi o tardivi, ma al massimo e raramente per quelli precoci). A questa minoranza di stati si è unito New York, superando il solo limite imposto dalle due sentenze, ovvero che alla valutazione fosse deputato un medico laureato. Il Reproductive Health Act supera anche questa condizione, affidando la valutazione “medica” ad un qualsiasi operatore sanitario certificato o autorizzato. È innegabile che l’inserimento della dizione “vita o salute” abbia come scopo l’estensione dell’accesso all’aborto per qualunque motivo e per in qualsiasi momento della gravidanza, fino all’ultimo trimestre, fino al nono mese, fino all’ultimo giorno (ciò è quanto sono costretti ad ammettere in più punti, pur con mille riserve contraddittorie, anche i redattori di Snopes).

Le due sentenze a fondamento della normazione dell’aborto definiscono un accesso così incondizionato, difatti insindacabile, a mera discrezione della gestante (o dell’operatore che non tenta di dissuadere, o che addirittura persuade la gestante), che una volta recepite integralmente è del tutto impossibile contrastarne l’applicazione. Le due sentenze del gennaio 1973 hanno ridefinito l’interpretazione di un diritto costituzionale, dunque nessun organo legislativo o giudiziario può limitarne gli effetti, meno la stessa Corte Suprema. Quarant’anni di storia giudiziaria americana hanno messo in chiaro che anche i provvedimenti presidenziali possono arginare solo relativamente e temporaneamente il processo. Solo rovesciandole con una nuova decisione della Corte Suprema si può invertire la rotta. Ed è precisamente per questo motivo che il governatore Andrew Cuomo ha dato il via libera al Congresso di New York, Senato e Assemblea, per recepire nell’anniversario della Roe v. Wade e della Doe v. Bolton un atto legislativo che era stato respinto diverse volte negli ultimi 5 anni, nel senso più estensivo possibile. Come gesto di opposizione politica all’amministrazione Trump, che ha ribaltato la maggioranza della Corte Suprema verso istanze giusnaturalistiche 5 a 4 e con la possibilità di andare sul 6 a 3 nel prossimo mandato, perciò orientandola alla destituzione delle due sentenze e di quante altre le han prese a precedenti.  Un gesto di opposizione sulla pelle dei bambini non-nati in faccia alla Marcia per la Vita svoltasi due giorni prima. Ma c’è di più.

Si può parlare in assoluto di “aborto necessario” se eseguito nell’ultimo trimestre?

L’aborto tardivo non è mai medicalmente necessario

Nessun aborto tardivo è “necessario per proteggere la vita” della gestante. Nell’ultimo trimestre nessuna complicazione della gravidanza si risolve necessariamente con un aborto, anzi in molti casi un aborto sarebbe controproducente, gravoso e rischioso per la tutela della vita della madre. Tumori, malattie cardiache, forme violente di gestosi, l’intervento conservativo per stabilizzare la paziente o per poter cominciare una terapia senza rischi nell’ultimo trimestre è l’induzione del parto, non l’aborto. Non sopprimere il nascituro, ma anticiparne la nascita. La sola preparazione della cervice uterina per la dilatazione necessaria all’estrazione del feto conseguente all’aborto richiede 2-3 giorni, ma la maggior parte delle gravi complicazioni cardiocircolatorie che possono insorgere nell’ultimo trimestre della gravidanza portano ad infarti o arresti nel giro di poche ore: iniziare una procedura abortiva in quella situazione significa, oltre a togliere al feto la possibilità di sopravvivere in un momento dello sviluppo nel quale ne avrebbe ogni probabilità, rischiare la vita della madre. La soluzione è indurre il parto, che sia naturale o cesareo, dare alla luce il bambino e lasciare che si giochi le sue possibilità in terapia intensiva neonatale. Allo stesso modo, per cominciare le terapie oncologiche o qualsiasi altra terapia il prima possibile, la soluzione non è mai una procedura abortiva. In ogni situazione in cui la vita della madre è a rischio nell’ultimo trimestre, la cura della madre esclude l’aborto. Questa realtà clinica, banale ed arcinota tra medici tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, è purtroppo insistentemente sottaciuta. Se il RHA si fosse fermato alla necessità dell’aborto per la vita della madre non solo non avrebbe aggiunto nulla alla legislazione già vigente, ma avrebbe normato una situazione che nella pratica clinica difatti non esiste.

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