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L’aborto a New York: leggere e capire a fondo il testo

GOVERNOR ANDREW CUOMO

Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Gabriele Marconi - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 30/01/19

È stato un incauto azzardo, quello dei redattori di Open – di Enrico Mentana – nel tentativo di delegittimare la nostra informazione sul Reproductive Health Act firmato dal governatore Andrew M. Cuomo il 22 gennaio. Il tentativo di minimizzare la portata del provvedimento di Cuomo mediante l'appiattimento sulla legge 194/1978 italiana denota ignoranza e/o malafede. Cerchiamo qui di offrire una disamina esaustiva.

La notizia dell’adozione del Reproductive Health Act nella legislazione dello stato di New York come estensione dell’accesso all’aborto in Italia ha scatenato una vera e propria corsa al debunking o fact-checking, l’attività para-informativa di lotta e confutazione della disinformazione, lo smantellamento delle nostrane bufale, o delle più internazionali fake-news. I guru dell’antibufala si sono prontamente profusi nelle loro peculiari esibizioni di approssimazione, ma nell’epoca in cui la missione del giornalismo è diventata rincorrere la tendenza all’estemporaneo del social-web, alla fanfara si è unito anche il nuovo quotidiano online di Enrico Mentana, Open, dalla firma di Charlotte Matteini. La notizia aveva infatti catturato l’attenzione della nuova testata del maratoneta di La7 per la condivisione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni del resoconto di Ermes Dovico su La Nuova Bussola Quotidiana e nel mirino era finito anche il contributo di Annalisa Teggi su Aleteia [Matteini e revisori sembrano digiuni di greco, vista l’incapacità di scriverlo correttamente] e uno di Elena Molinari per Avvenire. L’articolo su Open, rilanciato dal direttore Mentana, ha ricevuto corpose contestazioni a mezzo social (tra cui una sopra le righe del sottoscritto) in cui venivano evidenziati i grossolani errori di omissione e mistificazione dell’autrice, nonché l’assurdità di un titolo che smentiva ciò che nel testo veniva confermato, ovvero la possibilità effettiva di accedere a procedure abortive fino al 9o mese di gravidanza, la più lampante delle molte assurdità. Si auspicava il buonsenso necessario alla pubblicazione di una rettifica, ma una replica della stessa Matteini, nuovamente rilanciata direttamente dal direttore nella mattina di domenica, perseverava nello spiegare una serie di inesattezze madornali, condivise dalla galassia di blog e riviste virtuali di debunkers (la Matteini in particolare si rifà ad una testata ben nota in questa pseudo-disciplina, Snopes), che nel loro insieme definirebbero una legge sostanzialmente se non formalmente analoga a quella italiana che regolamenta l’accesso all’aborto, la 194/1978.


PROLIFE, FETO, MARCIA

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Il problema principale di fronte a certi azzardi è l’assenza di cognizione alcuna sia dell’impianto giuridico del common law angloamericano in generale e statunitense in particolare, sia della realtà clinica ginecologica che il RHA va a normare. In questi goffi tentativi si parte per categorie precostituite, quelle relative alla propria comprensione della legge 194/1978 (anch’essa in realtà malintesa) mettendo in scena la più classica petizione di principio: la tesi secondo cui la legge newyorkese sarebbe sovrapponibile alla legge italiana era già contenuta nell’ipotesi comparativa iniziale e non poteva che viziarne il debole tracciato argomentativo. La realtà è che la divaricazione non potrebbe essere più pronunciata.

Cominciamo col vedere cosa introduce il testo di legge. Così recita il RHA approvato nel primo paragrafo relativo all’aborto.

§ 2599-bb. Aborto.1. Un operatore sanitario certificato o autorizzato per effetto del titolo 8vo della legge sull’istruzione, agente nell’ambito del proprio esercizio professionale, può praticare un aborto quando, in accordo al proprio giudizio professionale in ragionevole e buona fede basato sulla realtà del caso della paziente, la paziente si trova entro le 24 settimane di gravidanza, o c’è un’assenza di fetal viability, oppure l’aborto è necessario per proteggere la vita o la salute della paziente.

Considerate le condizioni di accesso alle procedure abortive

  1. la gravidanza non ha superato le 24 settimane,
  2. assenza di fetal viability,
  3. necessità di preservare la vita o la salute della gestante,

Vita o salute?

    • Va fatto notare anzitutto che entro le 24 settimane non si richiede nessun’altra condizione, né qui né nel prosieguo del testo. La condizione era identica e pressoché esaustiva prima dell’emendamento apportato dall’approvazione del RHA,
    • Passando alla seconda condizione, il primo enorme errore (a far intendere come la comprensione del testo sia sfuggita) sta nella traduzione arbitraria di “fetal viability” in “vitalità fetale”. Diversi interventi (compreso quello della Matteini) paiono indicare che s’immagina la viability come la presenza di segni vitali del feto nella vita intrauterina mentre, ovviamente, un feto che non desse segni vitali all’esame ginecologico approfondito non abbisognerebbe di un aborto, essendo già stato abortito spontaneamente. Viability (al contrario della viabilità gestazionale) è un concetto giuridico, in sé stesso estraneo alla medicina prenatale, perinatale e neonatale, affermato nella giurisprudenza federale dalla sentenza Roe v. Wade (di cui si discute compiutamente più avanti) ed indica i termini temporali e le condizioni della capacità di sopravvivenza “autonoma” del feto fuori dall’utero o, in senso meno estensivo, il momento in cui le chances di sopravvivenza fuori dall’utero superano il 50% (tuttavia l’interpretazione è variabile). Anche la traduzione in “sopravvivenza autonoma” è poco utile alla comprensione del concetto, in quanto la viability (all’epoca della sentenza indicata alle 28 settimane) si misura progressivamente secondo lo stato di avanzamento delle cure che si possono offrire ai nati prematuri: non indica cioè la capacità di sopravvivere “da soli”. Oggi la Terapia Intensiva Neonatale permette di salvare più di un bambino ogni due nati alla 24esima settimana e 2 su 5 alla 23esima, perciò la “assenza di fetalviability” come disgiunta dal limite delle 24 settimane sembrerebbe una fattispecie già ampiamente superata. Dunque perché inserirla? L’evoluzione della giurisprudenza federale e di singoli stati ha purtroppo spesso esteso il concetto non solo nei termini di sopravvivenza temporale, ma anche tollerando nella pratica sanitaria l’omissione di rianimazione in condizioni “incompatibili con la vita”, ovvero quelle patologie che, pur arrivando al parto, nascono con terminalità imminente o precoce, come le trisomie 13 o 18, l’anencefalia. A questa prassi ha provato a porre rimedio il Born-Alive Infants Protection Act nel 2001. Ci torneremo più avanti.

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abortoaborto spontaneoaborto terapeuticofake newsfocus abortotrauma post aborto
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