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Maternità e paternità responsabili? Ecco come ci educa la Chiesa

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Il matrimonio cristiano esige l’apertura alla vita da parte degli sposi: ciò non significa sospendere la ragione né agire indiscriminatamente. La Chiesa è madre davvero e nelle sue norme sta la nostra felicità.

Una delle esigenze del Sacramento delle nozze è di essere aperti alla vita, cioè di lasciare a Dio spazio e fiducia, perché il futuro della nostra coppia sia nelle Sue mani.

Ma questo, concretamente, cosa significa?

La Chiesa ci illumina, con gli scritti di tanti ispirati pontefici, e ci fa comprendere il senso della paternità e maternità responsabile. La fiducia in Dio non elimina la nostra ragione, anzi la eleva, perché diventi sapiente e responsabile discernimento.

I testi della Chiesa che più ci aiutano e ci accompagnano in questa riflessione sono la Costituzione conciliare Gaudium et Spes (GS) e l’Enciclica Humanae Vitae (HV), entrambe mirabilmente commentate ed illuminate da Giovanni Paolo II nelle sue catechesi sulla Teologia del corpo, in particolare quella del 1 agosto 1984 (GP).

Leggi anche: Perché la Chiesa cattolica è contraria ai metodi anticoncezionali?

Cerchiamo oggi di dare alcuni sintetici spunti, rispondendo ad alcune delle domande più frequenti che vengono poste all’interno del gruppo su questo tema. Rimandiamo quanti siano interessati all’approfondimento diretto delle fonti.

Che cosa significa paternità responsabile?

innanzitutto significa “deliberazione ponderata generosa di far crescere una famiglia numerosa” (HV,10). Il presupposto fondamentale, quindi, rimane quello dell’apertura alla vita.

Ciò significa che la coppia deve essere sempre aperta alla vita?

Paternità responsabile significa anche decidere “di evitare temporaneamente a tempo indeterminato, una nuova nascita” (HV, 10)

Leggi anche: E se per apertura alla vita l’Humanae vitae intendesse anche quella alla propria?

Quali sono i motivi validi per evitare una nuova nascita?

La decisione di evitare una nuova nascita può essere presa sulla base di “gravi motivi“, cioè ponderati e seri, che possono essere legati a “condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali” (HV, 10) e che devono tenere conto

sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio tempo e del proprio stato di vita, nel loro aspetto tanto materiale, che spirituale; e, infine, salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare, della società temporale e della stessa Chiesa. (GS, 50)

Chi può decidere se sussistono le condizioni per evitare una nuova nascita?

Questo giudizio, in ultima analisi, lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi” (GS, 50). Sono quindi i coniugi cristiani che,

con riflessione e impegno comune si formeranno un retto giudizio”(GS, 50).

Attenzione, però! Ciò non significa che i coniugi

procedono a proprio arbitrio” (GP), perché sono chiamati a “conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio. (HV, 10).

Leggi anche: Una riflessione sul valore profetico dell’«Humanae vitae»

Stabilito, in retta coscienza, che sussistono le condizioni, in che modo possono i coniugi cristiani evitare una nuova nascita?

E’ moralmente lecito “il ricorso ai periodi infecondi”  per “regolare la natalità senza offendere i principi morali”(HV, 16). Quindi si permette l’uso dei metodi naturali, in quanto gli sposi, in questo modo “usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale” (HV, 16).

Leggi anche: “Sono un uomo e preferisco i metodi naturali”

L’uso invece di mezzi contraccettivi, che “impediscono lo svolgimento dei processi naturali” rendendo impossibile la procreazione è considerato “sempre illecito”. (HV, 16)

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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