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Alcuni errori di Enzo Bianchi (e altri dei suoi detrattori)

dominio pubblico / wikipedia

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 28/01/19

Al di là dei suoi incontestabili pregi letterari, l’opera del p. Martelet testimonia un lodevolissimo intento apologetico teso non solo a trasmettere l’insegnamento della Chiesa, ma anche ad aiutare i cristiani disorientati e i non cristiani a comprendere e ad accettare un dogma che può sembrare uno “scandalo” per una mentalità scientifica. La sua “libera risposta” non è priva di interesse, di vigore, ma contiene affermazioni eccessive, che oltrepassano ciò che, nel quadro della dottrina definita, è permesso a una legittima ricerca di intelligibilità. In particolare, due punti appaiono carenti: il legame tra il peccato originale e la morte e la trasmissione del peccato di Adamo a tutti gli uomini.

Giovanni Marchesi, Gustave Martelet, Libera risposta ad uno scandalo, in La Civiltà Cattolica 3327 (1989), 196-199, 196

Come scriveva Pio XII ai suoi tempi e come afferma Marchesi di Martelet, anche Bianchi sarà certo guidato da zelo apostolico e da desiderio divulgativo: nondimeno il risultato viene pregiudicato (almeno) da queste due gravi mancanze, che difatti nella conferenza del 14 dicembre balzano all’occhio dell’ascoltatore non digiuno di teologia.

Non è sul diavolo, dunque, che Bianchi ha detto cose trasgressive rispetto alla fede cattolica, e Marchesi lo spiega bene:

In sé non è certamente erroneo mettere in discussione […] l’esistenza di un legame di causalità diretta tra il peccato originale e la morte empirica. Infatti è lecito pensare che la morte, intesa come il termine dello status viatoris, appartiene alla costituzione ontologica dell’uomo, così come egli fu creato all’inizio. Tuttavia il p. Martelet crede di poter identificare questa dimensione creaturale, propria dello status-viæ e di per sé indipendente dal peccato, con la morte fisica come essa viene sperimentata nella nostra condizione presente. In tal modo, non solo egli giunge a negare che questa morte sia una conseguenza del peccato originale […], ma va più lontano, fino ad assimilare praticamente la finitudine creaturale al male inerente al nostro destino attuale. Sottolineando in modo unilaterale «il male di finitudine» […], «la morte di finitudine e di dolore che sono naturali alla nostra condizione» […], o ancora la «miseria di dolore e di morte naturale nel grande senso innocente del termine» […], l’Autore dà così l’impressione che il Dio creatore ne sia responsabile, come se la creazione, nella sua origine, non fosse intrinsecamente buona e avesse bisogno, in quanto tale, di essere redenta da Cristo.

Ibid.

La nemesi del naturalismo… e il Concilio di Trento

Marchesi mosse poi a Martelet una critica armata coi ferri dell’esistenzialismo novecentesco di matrice heideggeriana: non si può distinguere morte biologica da morte spirituale come se la morte dell’uomo, anche in natura, non fosse già sempre un evento spirituale. È nota la tesi del filosofo di Freiburg per la quale l’uomo è l’unico animale capace di morire, e che anzi si comprende come un Essere-per-la-morte: in tal senso concepire una morte biologica così separata da quella spirituale da poter sussistere indipendentemente l’una dall’altra è cosa non solo impossibile al limite dell’impensabile, ma che riecheggia ironicamente la dottrina della “natura pura” che Bianchi tanto (giustamente) aborre quando si parla di fini dell’uomo. Marchesi prosegue richiamando la profondità del depositum fidei:

Quando la Scrittura afferma: «Dio non ha creato la morte», Egli «ha creato l’uomo per l’immortalità» (Sap 1, 13; 2, 23), essa intende l’evento della morte, così come l’uomo lo vive nella sua condizione presente. Questo insegnamento, ripreso dal Concilio di Cartagine e dal II Concilio di Orange, mostra il piano originario di Dio, che non ha voluto la morte così come essa tocca concretamente l’uomo d’oggi. Anche a livello fisico, questa morte – come sottolinea il Concilio di Trento […] – è legata al peccato originale. Ciò significa che l’uomo si trova soggetto a una forma di morte che originalmente non gli era destinata: al termine del suo pellegrinaggio terrestre egli muore non solo della morte dovuta alla finitudine, ma di una morte che deriva dal peccato (cf. Rom 5, 12) e che, nella misura in cui non è recuperata dalla grazia redentrice di Cristo, lo “priva” per sempre «della gloria di Dio» (cf. Rom 3, 23).

Per san Paolo questa morte è il sintomo primordiale della propagazione della colpa originale attraverso il genere umano. Sullo sfondo ultimo del “peccato del mondo”, c’è il «regno del peccato per la morte» (Rom 5, 21), il “peccato di Adamo”, in conseguenza del quale «tutti sono morti» (Rom 5, 15). Un tale principio adamitico originario responsabile della morte secondo il disegno di Dio creatore non avrebbe dovuto colpire l’uomo nello stesso modo in cui lo colpisce nell’umanità dopo Adamo.

Ivi, 197

Padre Marchesi non lo cita espressamente, ma il sostantivo “propagazione” che usa nel secondo di questi due paragrafi è precisamente quello che si usa nel terzo anatematismo del Decreto Tridentino sul Peccato Originale, ove si afferma appunto che “il peccato di Adamo” «è uno solo quanto alla sua origine e viene trasfuso a tutti per propagazione, non per imitazione, e a ciascuno inerisce come cosa propria» (DH 1513). È vero, sì, che nel quarto anatematismo si parla invece di “generazione”, e dunque sembra che si alluda più strettamente a una “discendenza genealogica”, ma sembra che la scelta di tale parola nel contesto sia da comprendersi alla luce della giustapposizione a “rigenerazione”.




Leggi anche:
Se non ci fosse stato il peccato originale, l’uomo vivrebbe ancora nell’Eden?

Piuttosto, è vero che la questione del traducianesimo – ossia di come possa il peccato dell’umanità primordiale trasmettersi agli altri uomini – appare compressa dalla scelta della traduzione latina che i Padri Tridentini adottarono per Rom 5, 12 (“ἐφ’ ᾧ πάντες ἥμαρτον” viene reso con “in quo omnes peccaverunt” invece che con “eo quod omnes peccaverunt”), ma anche considerando quel pronome maschile e non neutro l’immagine che ne risulta è simbolica, non biologica (certo non s’intende che nelle gonadi del protoplasto fossero presenti tutte le anime degli uomini fino alla fine del mondo!).

L’“immortalità preternaturale”

E qui viene la questione della tradizione orientale, a cui tanto volentieri e tanto spesso Bianchi si richiama: è vero, sì, che il diavolo è stato ed è indagato a Oriente più nelle sue operazioni sull’anima dell’uomo che nella sua identità personale (i dottori orientali sono spesso maestri spirituali, non pensatori metafisici); è vero pure che – per la medesima ragione – fin dai tempi dei Padri in Oriente si pensa più ai peccati attuali dei singoli uomini che a quelli “trascendentali” dei protoplasti (innegabilmente l’espressione “originale peccatum” è un conio occidentale); ma non è vero che in Oriente si prospettava ad Adamo una morte analoga a quella che vive l’umanità decaduta. Marchesi muoveva l’obiezione a Martelet:

A questo proposito l’Autore, che si appoggia preferibilmente sui Padri greci, avrebbe potuto ricordare l’idea di immortalità preternaturale, un’ipotesi che significa tutt’altra cosa che una vita empiricamente prolungata in æternum. In tutta la Tradizione, soprattutto greca, la morte dell’uomo, immagine e somiglianza di Dio, è presentata all’interno di una dialettica di scelta: se l’uomo non pecca, entrerà tutto intero nell’aphtarsia [cioè nell’incorruttibilità, N.d.R.]; se egli cade, sarà dominato da quest’ultima e non potrà entrare nella gloria se non attraverso la corruzione (exire de corpore, dice il Concilio di Cartagine […]).

Ibid.

Il gesuita italiano cercava di valorizzare il lavoro del confratello francese, e così vorremmo noi oggi – si parvos licet magnis comparare – con Enzo Bianchi:

Con piena ragione l’Autore si oppone a una concezione di Adamo come causa efficiente della corruzione di tutta l’umanità, se s’intende questa causalità in un senso per così dire scientista, come una sorta d’influsso fisico che procede dall’antecedente al conseguente. Ma l’espressione tridentina, di cui meglio avrebbe dovuto tener | conto, non afferma affatto ciò; al contrario è significativa proprio la sua riservatezza su questo punto. Non si può affermare – così dichiara esattamente il Concilio – che Adamo non abbia nociuto che a se stesso […]. Si tratta quindi, se si vuole, di una causa “deficiente”, che colpisce la natura e attraverso di essa si ripercuote sulla persona, secondo il vecchio adagio: Adamo corruppe la natura, la natura corrotta corrompe quindi la persona [trad. d.R.].

Ivi, 197-198

Ascoltando la registrazione della conferenza di Bianchi a Banchette Borgonuovo sembra di poter dire, con le parole di Marchesi su Martelet:

Nonostante alcune esplicite affermazioni che vanno nel senso dell’insegnamento della Chiesa, egli rischia, nelle spiegazioni offerte, di ridurre il peccato originale a un semplice dato culturale contingente, o ancora di limitare il legame tra il peccato originale originante e quello originato all’ordine di una mera esemplarità di tipo modale.

Ivi, 198

Illusione e disincanto dal Vaticano II in qua

Malgrado da questo mio scritto non possa sembrare, io devo molto al fondatore di Bose, foss’anche solo per alcuni titoli di Qiqajon. Quel che in generale trovo giovi poco alla sua credibilità è il continuo tentare di accreditarsi come l’interprete autentico dello “spirito del Concilio”, laddove non solo nello spirito ma anche nella lettera sembra talvolta discostarsene non poco. Quello stillicidio di “una volta si credeva… ma oggi invece ormai sappiamo”, inframmezzato di approssimazioni e imprecisioni (vuoi Freud, vuoi propagatio e la distinzione tra peccato originale originante e originato…) dice meno di uno spirito eversivo che di un cuore inquieto stretto dalla nostalgia di un’utopia – quella che tanti vissero nel primo post-concilio – di chi anche nella Chiesa voleva “al potere la fantasia”. Gli suggerirei di riascoltare il messaggio a braccio del suo amico Benedetto XVI nel cinquantesimo del “discorso alla Luna” di Giovanni XXIII:

[…] Eravamo felici, direi pieni di entusiasmo. Il grande Concilio ecumenico era inaugurato: eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera nella Chiesa, una nuova Pentecoste, una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo. Anche oggi siamo felici, portiamo la gioia nel nostro cuore, ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile: in questi cinquant’anni abbiamo imparato e esperito che il peccato originale esiste e si traduce sempre di nuovo in peccati personali, che possono divenire strutture di peccato, visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania, che nella rete di Pietro ci sono anche pesci cattivi, abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volte abbiamo pensato “il Signore dorme e ci ha dimenticato”.

Questa è una parte delle esperienze fatte in questi cinquant’anni, ma abbiamo anche avuto una nuova esperienza della presenza del Signore, della Sua bontà, della Sua forza. Il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo, è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma dà luce e calore.

Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica, anche oggi, a Suo modo, umile. Il Signore è presente e dà calore ai cuori, mostra vita, crea carismi di bontà e di carità che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio. Sì, Cristo vive, è con noi ed è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la Sua bontà non si spegne ed è forte anche oggi. […]

Ero anche io sotto la finestra di Benedetto XVI, quella sera, e personalmente avvertii nel fremito della sua voce il segno di una nostalgia simile a quella che sento in Bianchi (ma Ratzinger non credette mai ad alcuna utopia), il peso di un forte disincanto, perfino il dolore della tentazione di disperare. Eppure Pietro era lì, segnato dalla notte infruttuosa sulle onde, ma pur sempre lì davanti a noi.

Diavolo e peccato originale in Papa Francesco

In questi ultimi anni Pietro parla per bocca di Francesco, e anche da lui abbiamo ricevuto parole di conferma nella fede, anche riguardo al peccato originale:

Il mondo creato è affidato all’uomo e alla donna: quello che accade tra loro dà l’impronta a tutto. Il loro rifiuto della benedizione di Dio approda fatalmente ad un delirio di onnipotenza che rovina ogni cosa. E’ ciò che chiamiamo “peccato originale”. E tutti veniamo al mondo nell’eredità di questa malattia.

[…]

La misericordiosa protezione di Dio nei confronti dell’uomo e della donna, in ogni caso, non viene mai meno per entrambi. Non dimentichiamo questo! Il linguaggio simbolico della Bibbia ci dice che prima di allontanarli dal giardino dell’Eden, Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì (cfr Gn 3, 21). Questo gesto di tenerezza significa che anche nelle dolorose conseguenze del nostro peccato, Dio non vuole che rimaniamo nudi e abbandonati al nostro destino di peccatori. Questa tenerezza divina, questa cura per noi, la vediamo incarnata in Gesù di Nazaret, figlio di Dio «nato da donna» (Gal 4,4). E sempre san Paolo dice ancora: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Cristo, nato da donna, da una donna. È la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati. Ma Dio ci ama come siamo e vuole portarci avanti con questo progetto, e la donna è quella più forte che porta avanti questo progetto

Così diceva Francesco in Piazza San Pietro il 16 settembre 2015. E nella prima omelia di quest’anno a Santa Marta, commentando il passo biblico di Elkanà con le due mogli Anna e Penninà, il Papa non ha perso tempo a criticare l’istituto della poligamia e a ipotizzare una Bibbia segnata dalla poliandria (abbiamo una sola Bibbia: quella che abbiamo); neppure ha tergiversato sull’amore sincero e tenero di Elkanà per Anna, la quale pure non gli aveva dato figli. Francesco ha parlato invece delle parole cattive di Penninà – la realizzata e la potente – verso Anna – la sterile, la meschina –:

Aggredire e disprezzare la persona più debole, perché straniera o disabile, è una «traccia del peccato originale» e dell’«opera di Satana». […]

Io ricordo — questo succede anche tra i bambini — da bambino, avrò avuto sette anni: nel quartiere c’era una donna, sola, un po’ mattocca. E lei tutta la giornata camminava per il quartiere, salutava, diceva stupidaggini e nessuno capiva cosa dicesse, non faceva del male a nessuno. Le donne del quartiere le davano da mangiare, qualcuna anche qualche vestito. Viveva da sola. Girava tutta la giornata e poi andava nella sua stanza, viveva in una stanzina povera, lì.

Si chiamava Angiolina, e noi bambini la prendevamo in giro. Uno dei giochi che noi avevamo era: “andiamo a cercare la Angiolina per divertirci un po’”. Ancora, quando penso a questo, penso: «Ma quanta malvagità anche nei bambini! Prendersela con il più debole!». E oggi lo vediamo continuamente, nelle scuole, con il fenomeno del bullying: aggredire il debole, perché tu sei grasso o perché tu sei così o tu sei straniero o perché tu sei nero, per questo aggredire, aggredire. I bambini, i ragazzi… Questo significa che c’è qualcosa dentro di noi che ci porta a questo, all’aggressione del debole. Credo che sia una delle tracce del peccato originale, perché questo — aggredire il debole — è stato l’ufficio di Satana dall’inizio: lo ha fatto con Gesù e lo fa con noi, con le nostre debolezze. Noi lo facciamo con gli altri. Non c’è compassione in Satana: non c’è posto per la compassione. E quando si aggredisce il debole, manca compassione. Sempre c’è bisogno di sporcare l’altro, di aggredire l’altro, come faceva questa donna [Penninà, N.d.R.].

Si tratta di un’aggressione che viene da dentro e vorrebbe annientare l’altro perché è debole. Gli psicologi daranno spiegazioni buone, profonde — ha aggiunto — ma io soltanto dico: [lo fanno] anche i bambini; questa è una delle tracce del peccato originale, questa è opera di Satana. Come quando abbiamo un buon desiderio di fare un’opera buona, un’opera di carità, diciamo: “È lo Spirito Santo che mi ispira a fare questo”; quando noi ci accorgiamo che abbiamo dentro di noi questo desiderio di aggredire quello perché è debole, non dubitiamo: c’è il diavolo, lì. Perché questa è opera del diavolo, aggredire il debole.

Esiste il peccato originale, come insegna Pietro, ed esiste il diavolo non solo come tentazione, ma soprattutto come tentatore. A fratel Enzo lascio queste parole invitandolo a prendersi del tempo per rifletterci su: ripetere la tesi degli anni Ottanta di uno scrittore francese – tesi nata vecchia e già allora criticata nei suoi punti deboli – non è affatto un servizio alla Parola; ancor meno esprime quel “sentire cum ecclesia” che fino a ieri abbiamo ammirato nella mitria di Romero esposta alla GMG di Panama… È forse sostenere un’utopia, forse perseguire un progetto di apostolato, ma il Signore ci chiede anzitutto un’altra cosa, prima di andare a «rendere discepole tutte le nazioni». Diventare discepoli noi per primi. E imparare un po’ della compassione di Gesù per questa umanità, a cui il Vangelo andrebbe dato puro.

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