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Alcuni errori di Enzo Bianchi (e altri dei suoi detrattori)

dominio pubblico / wikipedia

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 28/01/19

“Storici no”

Posta la sensatezza e la legittimità di questa domanda, purché si tenga presente la posizione da cui è posta, resta da rispondere. Agli autori non si può più accedere direttamente, ovviamente: ci rimane il testo, per comprendere l’intenzione degli autori. Non pretendo naturalmente di poter fare questo lavoro da solo, né presumere di essere il primo, per cui raccoglierò ciò che si può dire sappiamo sull’argomento.

La prima evidenza da raccogliere è che i primi capitoli di Genesi (fino all’undicesimo come limite massimo) raccontano una serie di storie unite sì da un legame genealogico, ma con scarsissima pretesa di costituire un unità di cronaca nella quale personaggi e azioni siano privi di “buchi” (pensiamo alle città fondate da Caino una volta assassinato Abele). Molto più utile e non puramente negativo, è rilevare come i racconti, a dispetto di alcuni riferimenti geografici apparentemente circostanziati (i fiumi del giardino dell’Eden) lasci indeterminati luoghi e spazi riconoscibili almeno finché non si arriva ad Abramo (e al capitolo dodicesimo). Sinteticamente, dovendo «tener conto tra l’altro dei generi letterari», e quindi dovendo collocare in particolare i primi tre capitoli di Genesi, dobbiamo dire che lo stile letterario è quello del mito, il genere mitologico.

Simile conclusione consegue dal fatto che questi capitoli non riportano, per stile e caratteristiche, testimonianze di una tradizione che risale a qualche evento facente parte della storia di un popolo, se non al modo di richiami a tradizioni comuni anche al mondo circostante (pensiamo al diluvio, all’albero, al giardino). Ciò motiva la prima parte della risposta alla domanda “Adamo ed Eva sono personaggi storici?”: ebbene, storici no. “Dio non potrebbe rivelare in visione o in locuzione eventi ignoti ed inaccessibili?”, ecco l’obiezione. Certo che si, ma lasciando integre le «loro facoltà e capacità» (DV 11), e dove abbiamo testimonianza di visioni abbiamo l’esplicito richiamo di colui che vede nel testo (Ez 37, 1ss; Dn 10, 1-8; Ap 1, 9-11): se vogliamo andare alla lettera (pur senza essere letterali), la lettera dobbiamo leggerla. E quindi, Adamo ed Eva non sono personaggi storici.

“Esistiti sì”

Forse che questo è tutto? Dicendo che il genere è mitologico in genere si ottiene una condanna al Tribunale dell’Immediatezza per falsità: il mito è falso, dunque il racconto è falso. Il Tribunale dell’Immediatezza è spesso in errore, in questo caso poi è Tribunale che giudica per Superficialità. Il mito in genere veicola un tipo di verità ad un livello diverso dalla cronaca storica, non si tratta dunque di un falso: può esserlo al modo di chi, volendo dire il vero, sbaglia, non al modo di chi dice cose di cui non sa nulla (come il sottoscritto sulla battaglia di Qadesh). Nello specifico Genesi utilizza il linguaggio del mito per veicolare un tipo di verità che richiede sì forma narrativa, ma non una cronaca storiografica. Qualcuno (con cui faccio fatica a riconoscere il minimo debito, ma vi sono costretto: è Karl Rahner) ha chiamato i primi tre capitoli di Genesi un racconto eziologico, ovvero volto a svelare la causa di qualcosa che è connaturato all’uomo, in questo caso il male e il dramma che è la storia umana.

Questo è il livello in cui si colloca la comunicazione di verità che l’autore umano ha fatto propria e nel quale l’Autore per eccellenza ha depositato l’inesauribile verità contenuta nella Scrittura. E quindi, chi sono Adamo ed Eva veramente? I nomi, come acuti interpreti evidenziano, richiamano più dimensioni simboliche dell’essere umano, Adamo fatto di terra ed Eva come colei che dà la vita, di quanto siano nomi propri veri e propri. La narrazione che li vede protagonisti, dal secondo capitolo di Genesi in avanti, ci dà le dimensioni fondamentali in cui collocare l’essere umano di fronte ai suoi simili e soprattutto rispetto a Dio. Dio ha fatto buona ogni cosa, e molto buona la prima coppia di esseri umani, in cui sono contenuti tutti gli esseri umani attraverso l’espediente della genealogia. Essi rappresentano ogni essere umano nella forma in un certo senso più pura, ideale, di esseri appena usciti dalle mani del Creatore.

Con impazienza quindi ci chiediamo: sono esistiti? Non sono personaggi storici, rappresentano l’essere umano: esistono soltanto nel senso in cui si può dire che raccontano l’uomo, cosa molto buona, che prende in mano la sua libertà e quando lo fa cade, liberamente, ma con puntuale inesorabilità? In questo senso senz’altro esistono, ma non soltanto.

Due sono le fondamentali dimensioni della verità che Genesi ci trasmette. Prima la fontale, radicale, fondamentale bontà di tutto ciò che è creato in quanto creato e voluto tale, cioè buono e bello da Dio. Seconda la misteriosa presenza del male (il mysterium iniquitatis) nella creazione a partire dal primo giorno di vita dell’uomo, però come qualcosa di estraneo all’intenzione e al progetto di Dio. Giobbe e soprattutto la Crocifissione dimostrano che non era sufficiente questo racconto a convincercene, ma «l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza» dovrà fare altri passi verso di noi, tuttavia Genesi ci presenta il male come estraneo al progetto di Dio. Il male si presenta attraverso una misteriosa creatura (il serpente), come opposizione al disegno di Dio, ma diventa effettivo soltanto quando l’uomo (maschio e femmina) con un identico, ma duplice atto di libertà personale lo pongono in essere.

Queste due dimensioni di verità sono irrinunciabili per il cristiano, sono essenziali alla Rivelazione. Partendo da esse possiamo giungere a comprendere la risposta iniziale (storici no, esistenti sì). Se è vero che Adamo ed Eva non sono personaggi storici, perché i testi della Scrittura non ci permettono di affermarlo (se rispettiamo gli autori umani come “veri autori”), tuttavia devono essere esistiti. Dicendo “devono” intendo che la necessità che siano esistiti Adamo ed Eva è teologica. Bisogna sgombrare il campo da equivoci: proprio per quanto detto sull’obiezione “visioni” (dell’autore sacro sul passato), non si tratta di recuperare per una via traversa quello che abbiamo lasciato per la via diretta della lettura del testo e dell’analisi del genere letterario. La necessità è teologica […].

Lo “schema” che Bianchi ammette esplicitamente e fin da subito di voler oltrepassare – quello dello stato edenico privo di morte e di peccato – non è affatto “semplicistico”, come ben illustra Lusetti: è un necessario postulato teologico, strettamente inerente alla rivelazione cristiana. E non è un argomento cogente l’affermare che gli ebrei leggono i medesimi capitoli con tutt’altra intenzione: il canone ebraico è più breve dello stesso Antico Testamento cristiano, si presenta con una disposizione interna differente e rispondente a un distinto scopo comunicativo – con degli orizzonti ermeneutici tanto distanti come ci si potrebbe stupire della distanza su singoli testi? Altro discorso sulle “tradizioni cristiane orientali”, che fra poco vedremo meglio.




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Enzo Bianchi, il diavolo e Freud

Del resto non è onesto attribuire a Bianchi ciò che Bianchi non dice: non mi pare, ad esempio, che si riscontri nelle sue dichiarazioni l’affermazione secondo cui il diavolo non esisterebbe. Egli dice invece, e più volte, che «al diavolo non si deve credere, se ne fa esperienza». E più volte invita i suoi ascoltatori a “guardarsi dentro” per vedere se davvero siano estranei alla presa della tentazione. Poi è vero che talvolta nelle sue frasi può sembrare che il diavolo coincida con “la forza della tentazione” invece di esserne l’agente, ma questo non basta in sé ad affermare che Bianchi neghi l’esistenza del diavolo. Piuttosto, si può magari contestare la scelta dell’espressione “credere al” diavolo, perché uno che ha in mano le categorie della teologia capisce benissimo che l’uso del dativo dopo il verbo “credere” si riferisce esclusivamente «a Dio che si rivela», e in tal senso è ovvio che al diavolo non si debba credere (anzi, pecchiamo proprio quando gli crediamo). Ma che il diavolo esista non solo lo si crede, ma lo stesso Bianchi sembra qui affermarlo.


FRESCO,SAN BRIZIO,DUOMO

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La questione delle “tre libidines”, invece, presenta un carattere più anodino: Bianchi dice più volte che questa è la terminologia di Freud e che oggi anche la Chiesa spiega così il peccato originale. Nei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud – che a quanto ne so sono l’opera in cui si esprime la teoria freudiana della libido – si parla di tre fasi infantili dello sviluppo della libido (orale, anale e genitale), le quali sono normalmente seguite da una fase di latenza e tornano poi nella pubertà come una nuova e definitiva fase genitale (che richiede di essere integrata olisticamente nella persona – aggiunge la rilettura personalistica): ma per quanto posso giudicare mai Freud ha scritto di queste “tre libidines”. In realtà non mi riesce di trovare alcun documento magisteriale in cui se ne parli. Di “libido amandi, libido possidendi e libido dominandi” leggiamo su molti siti e blog, nonché su La Stampa e perfino su Avvenire (nota bene: in questi contesti ci si guarda bene dal nominare Freud)… ma si tratta sempre e solo di testi che hanno Bianchi per autore o per letteratura di riferimento. Insomma, queste “tre libidines” non sono categorie freudiane più di quanto non siano categorie magisteriali: sono invece categorie di Enzo Bianchi, il che è perfettamente legittimo (anzi personalmente le trovo utili e feconde), ma pur potendo esse aspirare, in linea di principio, a influenzare il magistero della Chiesa… al momento non sembrano esserci riuscite.

La Genesi, il maschilismo e Giovanni Paolo II

Sul “maschilismo nella Genesi” mi pare che si faccia molto rumore per nulla: da un lato è fin troppo evidente che il Sitz im-Leben della Genesi sia connotato dall’istituto del patriarcato, dall’altro resta metodologicamente illecito ipotizzare “cosa ci sarebbe scritto se…” («con i se e con i ma…») mentre si corre fortemente il rischio di buttare con “l’acqua sporca” del contesto anche importanti dati che il testo vorrebbe forse comunicarci sulla differenza e sulla reciprocità fra uomo e donna. Giovanni Paolo II ha avviato un fecondo filone magisteriale che, pur affondando solidamente le radici nel portato scritturistico, si confronta con le categorie delle scienze umane del XX secolo e con le riletture personalistiche che rinnovavano la philosophia perennis: quel filone magisteriale – noto come “Teologia del corpo” – ha convertito, sostenuto, alimentato e perfezionato negli ultimi trent’anni innumerevoli vite. Difficile che Bianchi possa non tenerne conto.


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Le rimanenti due questioni – che s’intersecano a vicenda – trovano risposta da un lato nella comprensione di cosa sia il “mito eziologico” nella prospettiva rahneriana esposta sopra da Lusetti; dall’altro nella raffinatezza della dottrina cattolica elaborata nella fucina ipponense di Agostino (non uno che si possa snobbare alla leggera) e poi in quelle dei concili di Orange e di Trento. Bianchi dice infatti: «Non esiste un peccato originale, esistono molti peccati originali». E motiva l’affermazione col dire che dopo il peccato edenico ci fu l’omicidio di Caino, e dopo ancora molti e molti altri fino al diluvio universale; ma pure col dire che «nessuno di noi può ricordare il proprio primo peccato, perché il male è presente in noi fin da subito, ben prima che ce ne accorgiamo». Ottimo Bianchi: proprio per questo motivo la dottrina cattolica da Agostino in poi ha sempre distinto – molto meglio di quanto abbia fatto lui in questa conferenza – fra peccato originale originante e peccato originale originato, intendendo col primo la “colpa archetipica”, quella dei progenitori con i quali la natura umana tutta è decaduta; e col secondo l’inclinazione esistenziale al male con cui ciascun uomo viene al mondo.

Le critiche a Martelet sono buone anche per Bianchi

Poiché nella conferenza del 14 dicembre scorso l’ex Priore di Bose ha di fatto (ed esplicitamente) ricalcato la lezione di Gustave Martelet, salvo aggiungere qualche “ricamino” personale come le “tre libidines”, si possono efficacemente riproporre per lui le critiche puntuali che al gesuita francese mosse il confratello italiano Giovanni Marchesi, fine teologo dogmatico nonché redattore de La Civiltà Cattolica (morto nel giugno 2007).

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