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Alcuni errori di Enzo Bianchi (e altri dei suoi detrattori)

dominio pubblico / wikipedia
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Un lettore ci ha segnalato una conferenza del Priore di Bose tenutasi nella diocesi di Ivrea il 14 dicembre u.s., chiedendoci (fra l'altro): «Ma ha davvero detto che non esiste il diavolo?». E no, Bianchi non ha affermato una cosa simile, almeno in quel contesto, ma quella sera ha riproposto all'uditorio le tesi di un vecchio libro di Gustave Martelet che a suo tempo aveva già ottenuto le debite critiche. E l'uditorio non era preparato a fronteggiarle come sarebbe stato auspicabile. Dove lo zelo apostolico scade nell'imprudenza.

Il fondatore ed ex priore del monastero di Bose è sovente additato, perlomeno nella blogosfera, come una specie di eresiarca, e questo tanto più da parte dei media “cattolici” quanto più sovente egli viene considerato e celebrato dai media “laici”. In questo giocano senz’altro la loro parte un’umanissima invidia e una legittima preoccupazione per il non riuscire a incidere come si vorrebbe (e come invece a lui riesce di fare) nell’affermazione di una “cultura cattolica”.

Sono ancora nell’aria, a tale proposito, le parole che Papa Francesco ha rivolto quattro giorni fa ai vescovi centroamericani:

Il risultato del lavoro pastorale, dell’evangelizzazione nella Chiesa e della missione non si basa sulla ricchezza dei mezzi e sulle risorse materiali, o sulla quantità di eventi o attività che realizziamo, ma sulla centralità della compassione: una delle grandi caratteristiche che come Chiesa possiamo offrire ai nostri fratelli. Mi preoccupa come la compassione abbia perso la sua centralità nella Chiesa. Anche i gruppi cattolici l’hanno persa – o la stanno perdendo, per non essere pessimisti. Anche nei mezzi di comunicazione cattolici, la compassione non c’è. C’è lo scisma, la condanna, la cattiveria, l’accanimento, la sopravvalutazione di sé, la denuncia dell’eresia… Che non si perda nella nostra Chiesa la compassione, e non si perda nel vescovo la centralità della compassione. La kénosis di Cristo è l’espressione massima della compassione del Padre. La Chiesa di Cristo è la Chiesa della compassione, e questo inizia a casa.

Lo scisma, la condanna, la cattiveria, l’accanimento, la sopravvalutazione di sé, la denuncia dell’eresia: si direbbe che il Santo Padre sia ben informato dello stato di salute della blogosfera cattolica, e dato che queste parole le ha pronunciate a Panama viene da pensare che non si tratti di problemi solo italiani (il che suona consolatorio anche se non lo è).

I crediti ecclesiali di Enzo Bianchi

Tornando a Enzo Bianchi, a sentirne parlare si matura talvolta l’impressione che si tratti di un esaltato che inspiegabilmente è giunto ad essere uno dei punti di riferimento della cultura cattolica in Italia, anche a livello ecclesiastico: avviare un’esperienza monastica come Bose e portarla avanti per mezzo secolo, invece, è cosa che richiede un ingegno, una determinazione e una costanza fuori dal comune. Basti ricordare che Benedetto XVI convocò personalmente Enzo Bianchi tra gli “esperti” per il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, nel 2008, anzi lo convocò pure all’assise sinodale del 2012, l’ultima convocata da Papa Ratzinger e dedicata alla nuova evangelizzazione e alla trasmissione della fede cristiana. Questo lo si ricordi giusto per ridimensionare le narrazioni complottistiche sui “poteri forti” che piloterebbero nomine e incarichi nella Chiesa Cattolica. Ci sono le lobbies, certo, ma ci sono anche i meriti: basta la sua storia personale a rendere Enzo Bianchi un interprete importante del periodo post-conciliare in Italia, e quindi un attore imprescindibile del dibattito sulla coscienza ecclesiale (anche a livello globale).

Ciò detto, si deve pure riconoscere che talvolta è lo stesso Bianchi ad alimentare le dicotomie di cui vivono le suddette narrazioni manichee. Ad esempio – prendendo la parola venerdì 14 dicembre 2018 (appena “una quaresima fa”) nella chiesa della Madonna della Tenerezza a Banchette Borgonuovo (diocesi di Ivrea) – Bianchi ha detto:

Chi conosce anche l’attuale situazione di confronto non facile, nella Chiesa cattolica, tra tradizionalisti e quelli che cercano di respirare il rinnovamento teologico e spirituale del Vaticano II sa che su questo tema c’è un grande scontro. Uno dei rimproveri che viene fatto sovente alla Chiesa attuale, alla Chiesa di Papa Francesco, è quello di non riconoscere la dottrina del peccato originale. Ora, questo non è vero, ma è un tema – quello del peccato originale – […] che ha avuto effettivamente una interpretazione diversa: oggi il Magistero stesso della Chiesa non sostiene più il peccato originale come era stato capito nell’Occidente a causa di un’accentuazione della dottrina che ne fece sant’Agostino.

La persistenza di una narrazione “sessantottina” del postconcilio

Già dalla contrapposizione fra “tradizionalisti” e “quelli che cercano di respirare il rinnovamento teologico e spirituale del Vaticano II” veniamo proiettati in uno scenario così manicheo e così ideologicamente schierato che un film western non sarebbe molto diverso: non esiste poi “la Chiesa attuale, la Chiesa di Papa Francesco”, e difatti tutta la conferenza di Bianchi si svolse quella sera sulla falsariga di un famoso saggio di Gustave Martelet del 1986. Bianchi parlò quella sera di Martelet come di “un suo amico”: difficilmente quindi i presenti – in mancanza di conoscenze previe sull’autore – avrebbero potuto immaginare che Martelet sia morto (novantottenne) nel gennaio 2014. Del resto tutte le edizioni italiane del libro di Martelet (ritoccato nell’originale francese in cinque edizioni fino al 1997) sono state curate da Queriniana e non da Qiqajon (l’editrice dell’“amico di Martelet”)… Quali siano, infine, i documenti magisteriali in cui «non si sostiene più il peccato originale come era stato capito» finora… mi sfugge. Eppure dovrebbero esserci… visto che Bianchi parla di “Magistero”.

Ma prima di vagliare ciò che Bianchi disse quella sera vorrei discutere di quanto ci è stato segnalato: oggi infatti ci stiamo occupando dei pensieri dell’ex Priore perché in Redazione abbiamo ricevuto la mail di un lettore che si è trovato ad essere un ascoltatore di quella conferenza, restandone un po’ spiazzato. Il lettore ci ha elencato alcuni dei punti che lo hanno lasciato perplesso, e che troviamo utile sintetizzare qui di seguito a beneficio comune:

  1. Interpretazione della Genesi – non è “la storia degli inizi”
  2. Non bisogna credere al demonio – il demonio è la tentazione delle tre libidines (amandi, possidendi e dominandi secondo Freud)
  3. Maschilismo nella Genesi
  4. Non si conosce la causa del peccato originale – la Bibbia non dà risposta
  5. Peccato originale o peccati originali?

Poiché ci addentriamo adesso in una materia delicata – che tuttavia è stata sottoposta all’attenzione dei fedeli in questa e altre occasioni – preciso in partenza che non sta certo a noi conferire in questa sede patenti di ortodossia o comminare scomuniche: la sola ambizione di questo scritto è di porre domande, come anche Bianchi al principio della conferenza aveva incoraggiato a fare.

Anzitutto è fondamentale la questione del genere letterario dei primi capitoli della Genesi, come rileva il lettore. Bianchi ha detto:

Innanzitutto voi sapete che la Bibbia comincia con quei primi – conosciuti da tutti – undici capitoli, praticamente prima della chiamata di Abramo, dove c’è una storia, che venivano chiamati anche “preistoria dell’umanità” o “storia delle origini”. Ma in realtà noi oggi comprendiamo che quei capitoli non vogliono essere una storia, tantomeno una cronologia: sono dei capitoli che vogliono rispondere a delle domande che abitavano – e abitano ancora – in tutte le terre e in tutte le culture. Sono domande che uno si fa man mano che viene al mondo e che cerca una spiegazione.

Le precauzioni che Pio XII raccomandava

Le domande sono quelle sull’origine della morte e del dolore, e vedremo che questi sono pure i punti più critici delle idee di Bianchi. Frattanto, a proposito di quei primi undici capitoli e delle conferenze ospitate dalle diocesi, mi è tornato in mente il capitolo V dell’enciclica Humani generis di Pio XII, che dedicandosi proprio a questo argomento risultò determinante – con la Mystici corporis e con la Divino afflante Spiritu – nella preparazione del Vaticano II a cui Bianchi continuamente si richiama:

Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, cosi pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In modo particolare si deve deplorare un certo sistema di interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all’arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948; A. A. S., vol. XL, pp. 45-48).

Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli – fa ancora notare la Lettera – con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell’origine del genere umano e del popolo eletto.

Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (il che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che hanno fatto questo con l’aiuto dell’ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle Sacre Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un’accesa fantasia che di quell’amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi son palesemente superiori agli antichi scrittori profani.

Veramente Noi sappiamo che la maggioranza dei dottori cattolici, dei cui studi raccolgono i frutti gli Atenei, i Seminari e i Collegi dei religiosi, sono lontani da quegli errori che apertamente o di nascosto oggi vengono divulgati, sia per smania di novità, sia anche per una non moderata intenzione di apostolato. Ma sappiamo anche che queste nuove opinioni possono far presa tra le persone imprudenti; quindi preferiamo porvi rimedio sugli inizi, piuttosto che somministrare la medicina quando la malattia è ormai invecchiata.

Per questo motivo, dopo matura riflessione e considerazione, per non venir meno al Nostro sacro dovere, ordiniamo ai Vescovi e ai Superiori Generali degli Ordini e Congregazioni religiose, onerata in maniera gravissima la loro coscienza, di curare con ogni diligenza che opinioni di tal genere non siano sostenute nelle scuole o nelle adunanze e conferenze, né con scritti di qualsiasi genere e nemmeno insegnate, in qualsivoglia maniera, ai chierici o ai fedeli.

La sintesi di un giovane teologo contemporaneo

E perché non si dica che qui ci rifacciamo soltanto al Magistero e mai alla teologia, soltanto a quello “vecchio” e mai a quello recente, offro ora in risposta al lettore le parole che Mattia Lusetti, mio amico e collega, ha scritto appena un anno fa per esporre il paradosso di Adamo ed Eva, che non furono personaggi storici ma che certamente esistettero:

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