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Caro marito, custodisco il nostro amore come pane che lievita

Shutterstock
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Dopo l’inizio esaltante dell’innamoramento, nel giorno dopo giorno si fa spazio all’autenticità, alla fedeltà, al senso di appartenenza a una persona, a una situazione, a un luogo, alla nostra unica e irripetibile vita.

In forno si sta scaldando la pagnotta di pane che ho cucinato ieri. A Natale abbiamo ricevuto un bellissimo dono da parte dei miei genitori: la macchina del pane. Il profumo del pane appena sfornato ha accompagnato molte delle mie giornate a casa. Era una piccola certezza sapere che mamma preparava il pane per tutti. Una certezza, ma allo stesso tempo una sorpresa. Infatti mentre lo studio, i pensieri, le preoccupazioni affollavano la nostra mente, il profumo del pane inondava piano piano la casa e avveniva una sorta di vero e proprio miracolo: ci ritrovavamo tutti in cucina incuriositi e affamati.

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Beh, esagerata, cucinare il pane non è proprio un miracolo, si potrebbe pensare. Ma, oltre al fatto che cucinare è diventata una rarità quando l’idea dei piatti pronti che impiegano cinque minuti per essere preparati sta diventando sempre più allettante, il miracolo vero era un altro. Ritrovarci lì tutti insieme, guardarci, accorgerci, domandare, attendere. E papà, quando tornava dal lavoro, a volte poteva trovarci tutti lì. Chi con il sorriso, chi ancora preoccupato ma un po’ più rilassato, ma comunque lì, insieme. E poi, diciamocela tutta: mamma, il tuo pane è davvero un miracolo!

Mentre l’altro giorno mi affaccendavo a cercare gli ingredienti migliori, il lievito (qual era il lievito che usa mamma? Come fa a crescerle così il pane? Ancora sono in fase di sperimentazione…), la farina adatta (non avevo idea esistessero così tanti tipi di farina, qual è quella più salutare?

KNEADING BREAD
Shutterstock

Qual è la più adatta all’impasto?) e tentavo di quantificare le giuste dosi (sì, le dosi sono un mio grosso problema, ma, permettetemelo, passare da sette a due non è semplice… o forse è solo una scusa perché in matematica non sono mai stata forte), il marito ha proferito parola. Io ne dico tante, così tante che in mezzo ci finisce sempre qualcosa di troppo, qualcosa che invece avrebbe trovato un posto più consono custodito nel mio cuore. Invece te ne dici di meno, ma molto spesso di qualità. A volte sembrano essere state sottoposte a una dura selezione le parole che dici.

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Però il risultato devo ammettere che spesso è sorprendente, perlomeno quando ho la pazienza di attendere e darti spazio. Ammetto che certe volte il limite temporale (secondo i miei canoni) entro il quale devi rispondere, spiegare, chiarire, tranquillizzare (e a volte molto molto altro ancora), è di circa due secondi e mezzo. Scattato quel lasso di tempo, il più delle volte potrei spazientirmi e trasformarmi in una sorta di buco nero enorme che risucchia ogni speranza e la situazione sfiora puntualmente il tragicomico.

Altre volte invece avviene un altro miracolo: non pretendo e attendo. Come sempre, l’etimologia delle parole ci aiuta, perché “pretendere” deriva dal latino “prae-tendere” che significa pressappoco “tendere innanzi”. Siamo sempre troppo avanti quando pretendiamo e diventiamo incapaci di riconoscere ciò che realmente abbiamo di fronte, perché troppo preoccupati a mettere in atto ciò che abbiamo programmato nella nostra testa.

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Il verbo “pretendere” non è molto amico del paziente “attendere”. “Ad-tendere”“tendere verso”“rivolgere l’animo a”, molto più poetico, permettetelo alla mia mente letteraria. Sicuramente attendendo ci accorgiamo di ciò che ci circonda e non rendiamo la nostra testa l’unica protagonista sovrana.

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