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Il matematico che ha teorizzato il Purgatorio: le anime chiedono suffragi

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Il beato Francesco Faà di Bruno è uno dei preti-intellettuali che meglio ha spiegato la reale esistenza di questa dimensione spirituale

Il beato Faà di Bruno aveva appreso il culto dei defunti fin dall’infanzia. L’idea e l’abitudine di pregare per i trapassati era presente nella sua famiglia da antica data. Nell’ottobre del 1750 nella Chiesa parrocchiale di Bruno era stata eretta la “Compagnia del Suffragio”, a cui fu riservato l’altare del Crocifisso: era proprio un marchese Faà, Carlo Giovanni, a prenderla sotto la sua speciale protezione. Questo pio sodalizio, che ancora oggi esiste nella parrocchia, ebbe sempre numerosi aggregati; nel 1820 circa un quinto dei parrocchiani ne faceva parte, e naturalmente tra i primi vi erano sempre i Faà di Bruno.

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La “Compagnia” partecipava in modo organizzato alla vita religiosa parrocchiale. Nei primi giorni di novembre tutto il paese ricordava i cari defunti e visitava il cimitero. Accanto a questi momenti collettivi, si poneva l’attività della “Compagnia del Suffragio” che curava la celebrazione di numerose Messe per gli aggregati defunti. Ciò che veniva a Bruno era per altro coerente con l’indirizzo della religiosità cattolica di quei tempi. Un particolare sviluppo di questi elementi è riscontrabile nel cattolicesimo fin dalla fine del sec. XVI. Essi trovano origine nel senso e nel timore della morte.

Urna con i resti di Faà di Bruno

Se presso i protestanti riformati questo timore del giudizio di Dio era superato dall’esaltazione della grazia, tra i cattolici vi furono tendenze diverse: la preoccupazione delle “opere buone”, delle azioni da compiere, delle sofferenze da utilizzare. Dinamismo e volontarismo impregnavano la sensibilità. Certo la Chiesa raccomandava da tempo al fedele di offrire le proprie sofferenze in espiazione, ma fu lo sviluppo della reologia del Purgatorio, ispirata alla dottrina sulla giustificazione data dalla sesta sessione del Concilio di Trento, che gettò su queste idee tradizionali una luce nuova.

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Il valore delle “opere”, al fine della salvezza eterna, coerente con l’idea dell’espiazione dei peccati e, quindi, con l’affermazione dell’esistenza del Purgatorio, unitamente alla dottrina sulla comunione dei Santi, da tempo giustificavano la pratica delle indulgenze e il valore del suffragio dei defunti. Su queste basi il Sei e Settecento sviluppò l’organizzazione del culto dei morti, che fu sentito sempre in modi tradizionali.

All’interno di questi motivi si colloca tutta l’azione del beato Faà di Bruno, che fatti d’esperienza, come la morte prematura della madre e le scene delle battaglie del 1848-’49, avevano sollecitato verso questi interessi sulla condizione nell’aldilà di tutti questi soldati morti in giovane età. Non sappiamo come abbia poi coltivato questa devozione durante gli anni dell’esperienza francese. Gli archivi non ci hanno rivelato, in particolare, se i contatti con la congregazione delle “Auxiliatrices des ames du Purgatore”, fondata dalla beata Smet che ispirarono la sua congregazione, siano da collocare in quel tempo, oppure successivamente.

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Anche nel periodo successivo al suo ritorno a Torino, tra il ’60 e il ’70, sono rimaste tracce indirette da collegare piuttosto al tema della Vergine del Suffragio e alla spiritualità della nascente congregazione di suore. Dagli scritti dell’ultimo periodo risulta che la devozione alle anime purganti del Faà trova il suo principale fondamento nella carità evangelica: “E la carità evangelica appunto ce ne fa precetto; se si comanda di fare agli altri quanto piace sia fatto con noi come avrem fatto cogli altri… Se dunque amiamo per noi suffragi in quei giorni di pena, siamo ora larghi di essi cogli altri”.

La devozione alle anime del Purgatorio è legata anche ad un particolare modo di accettare Dio e la sua giustizia, ma è soprattutto un modo di affermare l’esistenza e l’immortalità dell’anima. Il fatto che Faà di Bruno si orienti di preferenza a questa devozione per le anime purganti fa pensare alla immortalità dell’anima attaccata tanto dal materialismo della sua epoca: avere rapporti con i defunti significa fare una protesta concreta contro il materialismo.

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Non stupisce che il Faà valorizzasse la portata psicologica di una verità come la comunione dei Santi, nella situazione vissuta dalle anime del Purgatorio. La voce del Purgatorio è magistero anche per i vivi perché scuote, interpella e richiama. La devozione alle anime purganti è ricca di spunti pastorali ed è per il Faà un punto critico, ossia una specie di spina dorsale che percorre tutta l’antropologia soprannaturale. In questo senso si può parlare anche di elementi popolari che entrano nella sua devozione alle anime purganti: questa devozione porta un contributo di stabilità alla tradizione famigliare cristiana, sottolineando la continuità degli affetti e dei rapporti umani soprattutto nel mondo rurale. La teologia e la stessa dottrina ascetica per Faà sono ben radicati nella dottrina del Purgatorio.

L’uomo e Dio si incontrano realmente in quello che potremmo chiamare il piano del tempo e della storia, cioè il prima e il dopo, nel modo di esistere delle anime del Purgatorio. Per loro il peccato e la vocazione dell’uomo si intrecciano in modo drammatico come rimorso (passato) e come tensione (futuro), come debolezza-effetto del peccato e come forza per la certezza della salvezza. Recentemente a Torino ho visitato la stanza del beato è sono rimasto colpito dal gran numero di reliquie di santi presenti in essa e le sue suore mi hanno spiegato che poiché ci sono indulgenze per chi raccoglieva e venerava le reliquie dei santi il nostro beato ne raccoglieva il più possibile per applicare poi le indulgenze in suffragio delle anime del Purgatorio.

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