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Perché la “settimana ecumenica” culmina proprio con la “conversione” di san Paolo?

Giovanni Baglione, Santi Pietro e Paolo, Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, 1601 (fotografia di G. Marcotullio)

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 25/01/19

Tutto vero, però Gesù chiede a Pietro se lo ama «più di tutto questo» e Pietro risponde che sì, lo ama. E allora «Pasci le mie pecore». Punto. Paolo stesso, “patrono della Riforma”, non può negare che le cose stiano così, e forse è proprio per questo che Baglione non ha dotato Paolo del suo abituale attributo, il codice delle epistole: per non contrapporre libro a libro, poiché nell’unica Chiesa di Cristo non c’è Pietro contro Paolo o Paolo contro Pietro – difatti il libro che Pietro ostende non è suo, è la Scrittura. È della Chiesa.




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E com’è accaduto che nel frattempo Paolo fosse diventato “il patrono della Riforma”? Me lo spiegò a suo tempo Giancarlo Pani, in un corso di storia della Chiesa moderna. Anche nel suo bellissimo Paolo, Agostino, Lutero si trovano squarci illuminanti, ad esempio laddove si riporta dagli statuti dell’università di Wittenberg (esatto, quella di Lutero) la dedicazione:

Il nuovo centro di studi, si legge nel caput primum, istituito a gloria di Dio ottimo massimo [traduzioni dal latino mie], è dedicato allo stesso Dio […] e alla sua intemerata madre, Maria Vergine. Si prosegue poi: come patrono speciale e nume tutelare di tutto il nostro ginnasio eleggiamo e deputiamo Aurelio Agostino, e in specie per la facoltà teologica san Paolo. Si indicano quindi i santi protettori delle altre facoltà.

G. Pani, Paolo, Agostino, Lutero: alle origini del mondo moderno 122

È poi noto come la teologia luterana sia stata radicalmente accentrata da fratel Martin nell’evangelo paolino (un’idea già avanzata da Marcione nel II secolo…), e naturalmente possiamo criticare i frutti acerbi dello zelante entusiasmo di Lutero in tal senso… ma perché possiamo farlo?




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Perché Paolo non è stato eletto “patrono della Riforma” quasi in opposizione a Pietro, bensì la Riforma ha rivendicato per la propria primavera un importante carisma che quel gigantesco discepolo di Gesù noto come Albert Schweitzer chiamò “il diritto a pensare”: era stato Paolo a «introdurlo nel cristianesimo», stando al nobile figlio d’Alsazia.




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Un altro strepitoso figlio della Chiesa – a differenza di Martin e Albert questo fu un ortodosso russo – individuò a sua volta in “Paolo” l’eponimo dei protestanti. La modernità ormai sfociava nel secolo breve, e mentre Nietzsche moriva pazzo Vladimir Solov’ëv vergava di getto i suoi Tre dialoghi, culminanti nel vertiginoso Racconto dell’Anticristo. Lì si narra – tra mille altre cose – dell’ultimo concilio ecumenico (anzi di quello convocato illegittimamente dall’Anticristo e di quello presieduto dal piccolo resto): la figura-simbolo dei cattolici è Papa Pietro II (chi conosce le leggende medievali sa già che con lui dovrà finire il mondo); quella degli ortodossi è lo Starec Ioann; e

a capo dei delegati evangelici al concilio era invece un dottissimo teologo tedesco, il professor Ernst Pauli, un vecchietto piccolo e rinsecchito, dalla fronte enorme, il naso affilato e il mento accuratamente rasato. I suoi occhi si distinguevano per lo sguardo al tempo stesso intenso e mansueto. Si stropicciava continuamente le mani, scuotendo la testa, aggrottando minacciosamente le sopracciglia e serrando le labbra; e nel frattempo pronunciava con voce cupa delle parole spezzate: so! nun! ja! so also! Indossava uno sfarzoso abito da cerimonia: cravatta bianca e lunga redingote da pastore adorna di decorazioni.

È tedesco come Lutero, certo, ma la fisionomia di Pauli descritta dal Russo è proprio quella dell’Apostolo delle Genti (almeno stando a come ce la riportano gli Atti di Paolo e Tecla). Poiché il ritratto che ne viene non è attraente, e a scanso di equivoci, riporto il paragrafo in cui si narra di Onesiforo – il quale riconosce il mai prima visto Apostolo sulla base della descrizione di Tito – che va incontro a Paolo:

Scorse Paolo che stava venendo: era un uomo di bassa statura, la testa calva, le gambe arcuate, il corpo vigoroso, le sopracciglia congiunge, il naso alquanto sporgente, pieno di amabilità; a volte infatti aveva le sembianze di un uomo, a volte l’aspetto di un angelo.

Molto è stato scritto a proposito di questo stravagante ritratto, e forse è da tener per buona, in mancanza di meglio, l’interpretazione che vuole leggere nel passaggio un’influenza del cosiddetto “canone di bellezza socratico” – quella di un vecchio basso e tarchiato, dalla faccia simile a quella di un fauno, la cui prestanza spirituale è tale da sedurre aitanti giovanotti come Alcibiade.


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Di certo è valsa a sedurre, o perlomeno a persuadere, i pittori, che sempre meno si sono attenuti al testo apocrifo – che permane nondimeno la più antica descrizione fisica di Paolo – e sempre più hanno cercato di esaltare, al limite mantenendo calvizie e naso pronunciato, “la bellezza interiore” di Paolo.


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E qual era questa bellezza? Proprio quella per cui almeno dal IX secolo alcuni martirologi ci riferiscono della sua festa odierna: la conversione. In un bell’articolo dello stesso Giancarlo Pani, comparso su La Civiltà Cattolica il 4 gennaio 2014, si legge:

Certo, nell’incontro del Risorto con Paolo si può parlare di “conversione”. L’evento tuttavia ha una certa varietà di denominazione: “vocazione”, “rivelazione”, “illuminazione”, “folgorazione sulla via di Damasco”, “rivoluzione, trasformazione”, “trasfigurazione di Paolo”. […]

Che nella vicenda di Paolo sulla via di Damasco si tratti anche di “conversione”, non c’è alcun dubbio.

G. Pani, Paolo sulla via di Damasco: conversione o vocazione?, in La Civiltà Cattolica 3925, 4 gennaio 2014, 32-46, 32

Dopo aver esplorato in lungo e in largo nello spazio di quindici dense pagine la migliore letteratura specialistica sull’argomento, Pani conclude:

Ma allora, in conclusione, se si tratta di dare un senso specifico a un termine che ha già un significato proprio, tanto vale adottare quello di “vocazione”, che Paolo stesso ha scelto per indicare la sua missione di apostolo

Ivi, 46

E del resto è innegabile che, risemantizzata al culmine dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, la festa odierna diventa senz’altro per noi ciò che fu ed è per lo stesso Apostolo, un munus, cioè un dono e un mistero, una chiamata e un impegno, in breve una vocazione che invoca una conversione. Non esiste un’altra strada verso l’unità.


CHRIST PANTOCRATOR

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concilio vaticano iiecumenismosan paolosan pietrosettimana preghiera unità cristiani
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