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Per scelta o no… essere single non è una cosa facile

Pani Wieczna Maruda

Ariane Lecointre-Cloix - Giovanni Marcotullio - pubblicato il 24/01/19

Per molti essere single è causa di sofferenza. Nella Chiesa sembrano talvolta “i parenti poveri”, eppure i single hanno un posto unico e degli interrogativi profondi che è urgente ascoltare.

Héloïse è la primogenita di diversi fratelli. Ha visto sposarsi un fratellino, dapprima, poi una sorellina, e poi tutti gli altri a seguire. Tutti a parte lei. Nei primi tempi gli amici scherzavano – «Hai perso la priorità acquisita» – oppure le assicuravano che sarebbe stata “la prossima”. Oggi nessuno si diverte più con l’argomento. A 37 anni questa professionista aspetta ancora di poter dire un bel “sì” davanti a Dio.


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Talvolta è difficile conservare la fiducia: spero di sposarmi, credo che sia la mia vocazione. Vorrei avere dei bambini, anche se so che le mie chances diminuiscono vertiginosamente. È doloroso.




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Come conservare la speranza? Come darsi fiducia? «Ho l’impressione di essere in una sala d’attesa e che il mio turno non venga mai», sintetizza Héloïse. Sebbene stando all’Insee [l’Istat francese, N.d.T.] nel 2018 il 41,3% dei francesi risulti single – più precisamente “non sposati legalmente” – questo stato di vita è polimorfo e raggruppa realtà estremamente variegate. Sophie Cadalen, autrice di Tout pour plaire… et toujours célibataire [Ho fatto tutto per piacere… e sono sempre single, N.d.T.] (Albin Michel), ritiene che

la società non sia più organizzata soltanto per la coppia. Esistono tante diverse vite da single: quella che precede o segue la vita di coppia, talvolta lunga; c’è anche un celibato scelto, specie da donne che rivendicano la loro libertà…

La psicanalista ritiene che sia necessario interpellare la propria “sofferenza”, quando si è single. Si soffre riguardo a una norma sociale? A causa di uno stato subito e non scelto? Lo sguardo degli altri è fonte di sofferenza… severo e ingiusto come il proprio che si rivolge su di sé?




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Questo incrocio di sguardi coincide spesso con la presa di coscienza del celibato. Estelle, 31 anni, racconta così che fu una delle sue colleghe a farle realizzare che era single:

Mi ha chiesto se mi facessi un problema dell’essere sola, mentre io non mi ero mai posta la questione. Ho molte attività, una vita bella piena… Pressappoco al contempo, un prete ha toccato la questione con me. È stato in quel momento soltanto che il mio nubilato è diventato un tema.

Per Antoine, invece, la presa di coscienza è arrivata come un pugno quando ha lasciato Parigi per una periferia a ben più elevato tasso di famiglie:

Quando ero circondato da single, non era facile rifletterci. Arrivando in un contesto pieno di famiglie la cosa m’è balzata agli occhi. È stato come un risveglio.

Un risveglio doloroso, per il 33enne:

È stato difficile per me sentirmi a posto di fronte a uomini con un bel lavoro, un grosso salario e – a coronare il tutto – una moglie e quattro figli.

Le testimonianze danno a questa sofferenza i nomi di “assenza”, “lutto”, “vuoto”, “mancanza”… Una croce pesante da portare. Ma secondo Padre Éric de Thézy, che organizza ritiri per single all’abbazia di Ourscamp,

bisogna restare in contatto con questa sofferenza, se si vuole uscirne. Moltiplicare le serate, i week-end fra amici single, impedisce di affrontare il problema alla radice.

Se è vero che esistono poche – troppo poche – proposte pastorali per i single, alcuni percorsi li invitano a identificare il proprio dolore, a disegnarne i contorni, a comprendere i loro blocchi per tentare di guarirli.

«Il vero problema non è il celibato»

La parrocchia di Sainte-Cécile a Boulogne (Hauts-de-Seine) ha messo in cantiere un percorso chiamato “Célibataires, chemins de vie” [“Single, cammini di vita”, N.d.T.], per consentire di fare un “check-up”, secondo Emmanuelle Vignes, co-organizzatrice delle sessioni con padre Barthélémy Port:

Raduniamo un gruppo di una trentina di persone, uomini e donne in pari numero, per accompagnarli nell’arco di un anno attorno a grandi questioni: la storia famigliare, il rapporto col corpo, l’equilibrio tra vita professionale e personale, la fecondità.

Secondo lei è essenziale invitare i partecipanti, che hanno tutti tra i 25 e i 45 anni, a riflettere sulla loro vocazione:

A che cosa sono chiamato? Che cosa devo sbloccare in me per far sgorgare la mia fecondità – al di là della questione “sposato/celibe”?

Ogni mese il gruppo si ritrova per pregare e toccare un tema: «Vogliamo che si sentano amati, scelti».




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Questo gruppo, come il ritiro di Ourscamp, insiste sulla vocazione di ciascuno, «che è anzitutto quella all’amore – sposati, consacrati o single che si sia», martella padre de Thézy. Perché «il vero problema non è il celibato, è di sperare in una fecondità a venire. Di attendere l’altro o il domani per agire», precisa Emmanuelle Vignes. Di fatto, quest’attesa sarebbe un freno all’incontro amoroso, secondo Sophie Cadalen:

Quando si ha un’idea troppo precisa della coppia si ostacola l’incontro: bisogna accettare di lasciarsi sconvolgere per l’altro.

Non attendere l’altro per essere fecondi sarebbe dunque la sfida dei single: siate voi stessi, siate felici, e tutto andrà bene. Forse questo potrebbe perfino – stando a Sophie Cadalen – propiziare l’incontro. Le domande poi si affollano attorno a quest’idea, ma in modo più sfumato. Alcuni single non amano essere “limitati” al loro stato celibatario, come Antoine che non vuole più

godere, in famiglia, della condiscendenza accordata all’adolescente. Sono adulto, autonomo e me la cavo da solo. Non voglio che mi si inviti a guardarmi compassionevolmente l’ombelico.

Altri ancora rifiutano di farne un argomento tabù, ne parlano senza imbarazzo alcuno. Quanto a Louis, 51 anni, è molto chiaro sulla sua situazione, ma la donna amata si fa attendere e spesso la disperazione bussa alla sua porta:

Sono disponibile, certo, indipendente, è vero. Ma disponibile per chi? Indipendente perché?

Antoinette ha una vita molto piena, si occupa di adolescenti, di persone ferite dalla vita, dal lavoro… La fecondità della sua missione presso gli altri è palpabile nel quotidiano. Eppure dentro di lei una vocetta propala il dubbio.

«Si può essere felici fuori dagli schemi!»

E che non si dica a questi adulti che stanno bene nei propri panni che non hanno fatto abbastanza sforzi per incontrare la persona giusta. Cene, incontri, uscite… se ne dànno i mezzi. Anche se molti non sono soddisfatti dei siti di incontri cattolici, perlomeno ci hanno provato. «Ho l’impressione di stare a fare la spesa», si lamenta Antoine, laddove Héloïse accusa dell’imbarazzo nel «dover dire di no a un uomo il cui profilo non corrisponde affatto al mio».


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Non tutti i single hanno la vocazione a sposarsi e – conclude Antoinette – il celibato è un “mistero”. Come per la famosa “Céline”, di cui Hugues Aufray canta la solitudine,

gli hanno sono passati. Perché non hai mai pensato di sposarti? Di tutte le mie sorelle che vivevano qui, tu sei la sola senza marito.

Ma un mistero non impedisce di essere felici e compiuti, malgrado la ferita viva che comporta in alcuni. Antoinette precisa:

Ci sono tante persone che vivono situazioni non desiderate: gli handicappati, i divorziati, le coppie senza figli… Comprendo la mia testimonianza in una situazione analoga. La questione sta nel sapere come viverle. Arriva un momento in cui bisogna accettare di essere in una situazione non desiderata, e dirsi che si può essere felici fuori dagli schemi!

Per padre Denis Sonet

un celibato felice implica anzitutto essere felici in sé, per amor proprio, autostima, disinteressato amore degli altri, la trascendenza verso Dio o verso un grande ideale.

L’attenzione e la delicatezza dei vicini – amici e famiglia – sono pure importanti: trovare il giusto assetto non è sempre facile. Héloïse trova penosi

quelli che si chiedono perché sono single e quelli che a tutti i costi devono offrirmi una soluzione.

Eppure talvolta il silenzio è più pesante. Nella sua famiglia è un argomento sensibile attorno al quale si gira senza affrontarlo direttamente:

I miei genitori non me ne parlano proprio, ed è una cosa dolorosa. Mi chiedo se questo faccia loro qualche effetto. Al contrario, ho una nonna invadente che cerca a tutti i costi di farmi incontrare i nipoti delle sue amiche.

Zia e madrina felice, Héloïse s’è interessata ai temi dell’educazione «per non essere esclusa dalle conversazioni fra donne», talvolta indelicate senza volerlo. Coi suoi nipoti trova un vero conforto: l’abbracciano e la coccolano. Sono tutte dimostrazioni di tenerezza che mancano crudelmente ai single. «È la sola occasione per me di avere dei contatti fisici ravvicinati con dei bambini». Ella sa – ascoltando le loro intenzioni di preghiera – che i suoi fratelli e sorelle pregano per lei. «Alle volte – spiega – bisogna solo stare con le persone o chiedere loro che cosa vogliono».

Proprio ieri Thérèse Hargot esponeva in un thread sul suo profilo Twitter la propria critica alla “campagna di valorizzazione del celibato” promossa da siti/app come Tinder:

https://twitter.com/theresehargot/status/1088082198287302656 https://twitter.com/theresehargot/status/1088082365040246784 https://twitter.com/theresehargot/status/1088082582338764800 https://twitter.com/theresehargot/status/1088082724911542272 Tinder fa campagna per valorizzare il celibato/nubilato in una società in cui la coppia – fin dalla scuola media – rassicura l’ego («Sono amabile perché qualcuno mi ama») e assicurerebbe un benessere indispensabile alla vita felice. Donde l’inevitabile rottura, perché la coppia non è nulla di tutto ciò. Donde il dolore della rottura. Donde l’uso di queste app di incontri, “doping per l’ego” e mercanti di felicità. Trasformare la vergogna di essere single in stile di vita assunto con fierezza è la torsione semantica che Tinder s’incarica di operare, dal momento in cui si propone come organizzatore di “scopamicizie” per quelle e quelli che ambiscono a “consumare del sesso”. Fine dell’amore che dura. Il single modalità Tinder è la gallinella dalle uova d’oro per il mercato (del sesso 2.0).

A scanso di equivoci, la giovane sessuologa belga ha precisato, in risposta a un’osservazione critica:

Per molti essere single è come portare scritto sulla fronte “ho un problema”, e il giudizio di vicini e conoscenti può essere molto pesante… è per questa ragione che Tinder fa campagna: senza single non ci sono utenti. Questo non è ciò che penso sul celibato.



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Prendersi cura dell’altro con la preghiera

La “fraternità” è una plancia di lancio, per i single, come per i religiosi e per le famiglie, tutti chiamati alla santità. Niente è come la preghiera, per prendersi cura dell’altro.




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È quel che pensa Antoinette, che a quarant’anni incoraggia i suoi amici a tenere un single nella propria preghiera, senza che lo sappia: «È una domanda di coppia, nel segreto del cuore». Attorno al percorso “Chemins de vie” si è costituito un gruppo di preghiera per affidare ogni incontro e ogni partecipante. Antoine, da parte sua, ha del tempo per pregare. Tesse con Dio una relazione profonda e intima: «Se avessi una famiglia sarebbe diverso, quindi ne approfitto».


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Antoinette ha l’intuizione, molto profonda, che «siamo profeti in quanto single, abbiamo qualcosa da apportare al mondo». Prega per sofferenze diverse dalla sua, così si decentra da sé stessa. Héloïse è di quelli che pregano per gli amici che desiderano avere figli.


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Ho una lista con dei nomi: li cancello mano a mano che mi annunciano gravidanze o adozioni. So che il Signore non mi abbandona. Mi ama come sono. Credo che con Lui moriamo frutto, e che sia sulla croce che si porta più frutto.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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