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Famiglia web-dipendente: da 2 anni incollati al pc, non uscivano più di casa

MAN DEPRESSED WEB ADDICTED
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Padre, madre, figlio chiusi in casa da due anni, sempre davanti allo schermo, connessi a internet erano quasi immobilizzati. Accade in Puglia, è la foto estrema di un veleno diffuso: la famiglia è una scintilla che si spegne. Come custodirne la fiammella? Chesterton ha un’idea …

Da due anni e mezzo una famiglia pugliese viveva chiusa in casa davanti al computer. Padre, madre e figlio 15enne non uscivano da due anni e mezzo e sopravvivevano, in pessime condizioni igieniche, solo grazie a merendine, biscotti e caramelle comprati dalla figlia di 9 anni, l’unica a lasciare ancora l’abitazione per andare a scuola. Il ragazzo aveva piaghe ai piedi, ormai infette, e non poteva più camminare. (da Corriere)

Leggere ieri questa notizia mi ha bloccata, pietrificata. Per quanto quasi incredibile, non ho stentato a credere fosse possibile. Un tempo il nemico circondava la città dall’esterno e la costringeva a subire un assedio. Oggi non ci sono muri visibili a ingabbiarci e neppure trincee nemiche oltre l’uscio di casa; il virus mortifero viene da dentro.

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Siamo gli uomini impagliati

Abbiamo un sacco di strumenti che ci chiudono nel nostro guscio, connettendoci con tutto. Nuove specie di sbarre. Capaci di creare prigioni attorno a ogni essere umano non solo per strada, ma anche tra persone che condividono la stessa casa. Qualche tempo fa è accaduto un episodio risibile in sé che però mi ha procurato un sottile fastidio: ho ordinato la pizza d’asporto per tutta la famiglia con un’app. Qualche minuto dopo l’ordinazione, il pizzaiolo mi ha telefonato per dirmi che l’impasto integrale che avevamo scelto non era disponibile.

Aveva una voce molto garbata e mi dava del tu. Io quella voce me la sarei persa, se non ci fossero stati problemi con l’impasto integrale.

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Quanto è comodo ordinare con il pigiama indosso, senza fare coda, senza dover uscire di casa, senza usare la voce ma solo i tasti telefono. Eppure mi ha ferito pensare che quella voce me l’ero persa; e non sto denigrando le app … sto dicendo che è pure fatica stare in mezzo alla gente che fa la fila alla pizzeria d’asporto. Anche sopportare i familiari è dura, spesso e volentieri.

IPHONES,FAMILY
Shutterstock

Ma l’allucinante fatto di cronaca che arriva dal Salento ci mette in mano la fotografia di cosa accade quando i rapporti umani – quel guazzabuglio di miserie, rabbie e gioia che ci circonda – spariscono: siamo gli uomini impagliati, la testa piena di paglia – scrisse T. S. Eliot. E se lui usava una metafora, la metafora si è fatta carne. Qui si parla di una famiglia che ha smesso di avere cura del proprio corpo, diventata immobile fino a perdere capacità di deambulazione. E, con mia immensa gratitudine verso il pizzaiolo, noto che il primo segnale allarmante nella famiglia salentina è legato alla convivialità:

Hanno iniziato con il non riunirsi insieme attorno ad un tavolo per consumare il pranzo: ognuno ha cominciato a portare i viveri davanti allo schermo, poi hanno gradatamente dilatato il tempo notturno di permanenza al computer per essere ossessivamente, sistematicamente on-line, sino a perdere ogni equilibrio, ogni sana relazione e la salute. (da La Gazzetta del Mezzogiorno)

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Unico collante con il mondo reale è stata la figlia piccola di questo nucleo domestico anestetizzato, atrofizzato: “costretta” dall’obbligo scolastico a recarsi ogni mattina in classe, alla bambina era delegata la responsabilità della spesa. Il sostentamento minimo e indispensabile era garantito da una piccola pensione di invalidità del padre. Il dato ulteriormente amaro è l’età dei componenti: mamma e papà sono poco più che quarantenni. Leggendo la loro storia me li immaginavo vecchi, invece sono giovanissimi.

Ma torno alla bambina, perché è lei il filo sottile a cui aggrapparsi. Forse il caso del Salento è solo una storia estrema, ma parla di altre situazioni vicine e frequenti: la famiglia è una scintilla che si spegne.

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Tra le mura domestiche accadono mille forme di suicidi senza morti clamorose, progetti di vita che naufragano nell’indifferenza reciproca, destini personali che collidono ferendosi a vicenda e poi allontanandosi senza via di ritorno. Ed è un’ecatombe per la cosa pubblica.

Una fotografia in bianco e nero, nient’affatto sbiadita

Furono i monasteri a ricostruire la nostra terra dopo le invasioni barbariche, lo sappiamo. Piccole cellule di vita, circondate da mura e piene di cultura, spirito, cibo. Fuori le rovine, dentro un seme di vita nuova.

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