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Notizie dal mondo: lunedì 21 gennaio 2018

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Irlanda del Nord: torna l’incubo del terrorismo

Nell’Irlanda del Nord, la polizia ha effettuato finora quattro arresti legati all’attentato con un’autobomba che ha scosso sabato 19 gennaio dopo le ore 20 il cuore della città di Derry (nota anche con il nome di Londonderry). Anche se non ci sono state vittime o feriti, secondo la polizia locale l’ordigno «rozzo e instabile» aveva comunque l’obiettivo di uccidere. «Era un tentativo significativo di uccidere persone in questa comunità», così ha spiegato il vice capo della polizia nordirlandese, Mark Hamilton, citato dall’Irish Independent. Due ore prima dello scoppio uomini armati si erano impadroniti di un furgone per la consegna delle pizze usato nell’attentato. La polizia aveva ricevuto anche una telefonata di avvertimento, la quale ha permesso di evacuare la zona.

L’attentato, che è stato attribuito alla «new IRA» o «nuova IRA», cioè una frangia di dissidenti dell’IRA che non hanno accettato l’accordo di pace (noto come «accordo del Venerdì Santo») del 1998, è stato condannato da esponenti politici britannici e irlandesi, gli indipendentisti del Sinn Féin inclusi. «Questo tentativo di interrompere i progressi nell’Irlanda del Nord è stato giustamente accolto con una condanna totale da tutte le parti della comunità», ha detto la ministra responsabile per l’Irlanda del Nord di Londra, Karen Bradley. Da parte sua, il primo ministro o «Taoiseach» irlandese, Leo Varadkar, ha parlato di «uno spaventoso, spericolato e cinico atto di terrore». Per La Repubblica, l’attentato è «un campanello d’allarme su quello che potrebbe accadere in Irlanda del Nord con la Brexit se risorgerà un confine con la repubblica d’Irlanda».

Messico: almeno 89 vittime per l’esplosione di un oleodotto forato illegalmente

Si aggrava il bilancio dell’esplosione di un oleodotto avvenuta nella serata di venerdì 18 gennaio a Tlahuelilpan, nello Stato messicano di Hidalgo. Come ha comunicato lunedì 21 gennaio durante una conferenza stampa il ministro della Sanità, Jorge Alcocer, citato da El Universal, il numero delle vittime è salito a 89, mentre i feriti sono 51. A provocare lo scoppio dell’oleodotto Tuxpan-Tula della compagnia di Stato Petróleos Mexicanos (PEMEX) è stato un tentativo di furto di carburante, un fenomeno noto con il termine di origini maya «huachicoleo» e molto diffuso nel Paese latinoamericano. Secondo BBC Mundo, cosiddetti «huachicoleros» o ladri di petrolio hanno provocato negli ultimi anni «perdite milionarie» a PEMEX: dati ufficiali parlano di 60 miliardi di pesos l’anno, cioè circa tre miliardi di dollari.

Anche se l’esercito messicano era stato informato già nel primo pomeriggio, i militari inviati sul luogo non sono riusciti a contenere la folla sempre più grande, stimata in circa 600-800 persone. «Erano in troppi, cosa potevamo fare?», ha raccontato un soldato sotto anonimato al quotidiano spagnolo El País. La tragedia umana si è prodotta proprio in un momento in cui il carburante scarseggia in Messico e lunghe code si formano alle pompe, effetto della guerra contro il «huachicoleo» dichiarata dal nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador e della decisione di spegnere vari oleodotti. «Accogliamo favorevolmente la battaglia contro il furto di carburante», ha detto dieci giorni fa il governatore dello Stato di Michoacán, Silvano Aureoles, citato dal Los Angeles Times. «Ma non a costo di bloccare l’economia e causare problemi peggiori. Il rimedio ci costa più della malattia».

Cina: nuovo freno alla crescita economica

Anche se comunque in linea con le attese, la crescita dell’economia cinese ha fatto registrare nel quarto trimestre del 2018 un ulteriore rallentamento. Negli ultimi tre mesi del 2018 il Prodotto Interno Lordo (PIL) è cresciuto infatti del 6,4% su base annua, ossia lo 0,1% in meno rispetto al terzo trimestre, quando il tasso era stato del 6,5%. Lo rivelano i dati diffusi lunedì 21 gennaio dall’Ufficio Nazionale di Statistiche. Il tasso di +6,4% corrisponde a quello registrato nell’arco del primo trimestre 2009, ricorda il South China Morning Post, ovvero al picco della crisi globale. In quel momento si trattò del tasso di crescita più basso dal 1992, cioè l’anno in cui Pechino iniziò a pubblicare i dati trimestrali.

Nell’arco del 2018, l’economia del colosso asiatico ha registrato un tasso di crescita del 6,6%, anche questo in linea con gli obiettivi di Pechino, che aveva previsto infatti un ritmo «intorno al 6,5%», così continua il quotidiano di Hong Kong. Si tratta di un leggero calo dello 0,2% rispetto alla crescita registrata nel corso del 2017 (+6,8%) e anche del tasso più basso dal 1990 (+3,9%). Mentre molto dipenderà dall’esito dei negoziati nello scontro commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti, si pensa che Pechino annuncerà in occasione del Congresso Nazionale del Popolo, che si terrà a marzo, un obiettivo di crescita per il 2019 che oscillerà intorno al 6-6,5%.

Oxfam: i ricchi sono sempre più ricchi

Mentre sta per iniziare a Davos, in Svizzera, l’edizione 2019 del Forum Economico Mondiale (WEF in sigla inglese), da un nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione non profit Oxfam sotto il titolo «Public good or private wealth» (tradotto «Bene pubblico o ricchezza privata») emerge che i ricchi diventano sempre più ricchi. L’anno scorso la ricchezza dei miliardari è aumentata infatti di 900 miliardi di dollari, vale a dire 2,5 miliardi al giorno, così sottolinea il rapporto. Allo stesso tempo, continua Oxfam, quasi la metà della popolazione del globo, ovvero 3,4 miliardi di persone, vive attualmente con meno di 5,5 dollari al giorno.

Nel suo rapporto, Oxfam denuncia anche la disuguaglianza fiscale e in particolare quella che definisce la «undertaxation», ossia l’imposizione fiscale insufficiente, dei ricchi e delle grandi società. Se l’1% dei più ricchi del globo pagasse solo lo 0,5% in più di imposte sul patrimonio, potremmo educare tutti i 262 milioni di bambini che oggi non vengono scolarizzati e offrire le cure necessarie per salvare le vite di 3,3 milioni di persone, così suggerisce Oxfam. «Il divario tra ricchi e poveri (…) ci impedisce di sconfiggere la povertà e di raggiungere l’uguaglianza tra donne e uomini. Tuttavia, la maggioranza dei nostri leader politici non riesce a ridurre questa pericolosa frattura», avverte il rapporto, che ricorda che «la disuguaglianza non è inevitabile», ma «è una scelta politica».

Italia: calano gli aborti, ma aumenta l’uso della Ru486

Dalla tradizionale relazione del ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78, che è stata trasmessa venerdì 18 gennaio al Parlamento italiano, emerge che nel corso del 2017 il numero degli aborti è calato nel Bel Paese, ma è cresciuto l’utilizzo della Ru486 (cioè della pillola abortiva). Nell’arco del 2017, così rivelano i dati definitivi, sono stati notificati in Italia 80.733 aborti o IVG (Interruzioni Volontarie della Gravidanza). Si tratta di un calo del 4,9% rispetto al 2016 e del 65,6% rispetto al 1982, quando fu registrata infatti la cifra record di 234.801 IVG.

La relazione – la prima che porta la firma della ministra Giulia Grillo, del Movimento 5 Stelle (M5S) – evidenzia anche il calo del tasso di abortività in Italia, ovvero il numero di IVG ogni mille donne in età fertile (15-49 anni) residenti in Italia. Nel 2017 è stato pari a 6,2 ogni 1.000 donne, una diminuzione del 3,3% rispetto al 2016 e del 63,6% rispetto all’anno 1982. «Il dato italiano – così sottolinea il documento – rimane tra i valori più bassi a livello internazionale».

In aumento risulta invece l’aborto chimico o farmacologico. Nel 2017 il mifepristone (il principio attivo della Ru486) con successiva somministrazione di prostaglandine è stato usato nel 17,8% dei casi, cioè +2,1% rispetto al 2016 (il 15,7%) e +4,9% rispetto al 2014 (il 12,9%).

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