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La bellissima fatica di andare a Messa in 3: io, mio marito e la nostra bimba sempre affamata

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La prima volta che siamo andati a messa in tre è stato perfetto, dalla seconda volta in poi… meno semplice e più movimentato. Stiamo imparando a goderci la Messa domenicale così come viene. Siamo lì per ringraziare Dio, non per fare bella figura!

Siamo andati a messa per la prima volta in 3 la domenica delle palme. Linda Maria compiva un mese proprio quel giorno. Emozione, allegria, un po’ di preoccupazione. Dopo la sua nascita ci eravamo alternati “io vado a quella delle 8,30 e tu a quella delle 10?” – e finalmente con mio marito ritornavamo in chiesa insieme. Quale giorno migliore? Una vera festa!

È stato bellissimo sedere mano nella mano nel banco della nostra parrocchia con la carrozzina decorata dalla glassa di lana rosa della copertina e da due ciuffi di ramoscelli d’ulivo che avevamo messo ai lati della cappottina e facevano pensare all’elmetto con le ali di Asterix. E poi l’accoglienza della comunità che veniva a salutarci, il calore del sole tiepido di fine marzo, Linda che dormiva senza fare un pianto, gli auguri delle persone del quartiere e il sacerdote che dall’altare dava il benvenuto a nostra figlia.

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Questo è stato il nostro splendido debutto, la parte occhi a cuore della storia, ma c’è anche un’altra parte, quella occhi di sonno/borse sotto gli occhi/occhi di gatto/occhiatacce.

Sì, perché c’è stata una sola domenica così, tutte le altre sono state e sono diverse: un po’ faticose, più o meno concitate. Usciamo quasi sempre di corsa e arriviamo in ritardo. Linda piange qualche volta. Le mie risposte acide in macchina non sono così rare e due o tre bofonchiamenti di mio marito neppure. I primi mesi poi mi dispiaceva quando prima di chiudere la porta di casa diceva: “Allattala adesso, no? Almeno non devi farlo in chiesa”. “Perché quale caspita di problema c’è se l’allatto in chiesa?”, rispondevo irritata e tra una parola e l’altra avrei voluto addormentarmi, perché a volte bastano anche pochissimi minuti di sonno, il tragitto casa-parrocchia, per un breve pisolino ristoratore dopo le nottate insonni.

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Mio marito era forse solo imbarazzato, come me temeva di creare confusione durante la funzione con la nostra bambina piccina appena venuta al mondo, quasi sempre affamata nonostante i rotolini di ciccia generosi, una donnina della Michelin. Ma poi credo abbia capito e ho capito anche io che non possiamo controllare e prevedere tutto e che dobbiamo goderci la messa domenicale così come viene. Siamo lì per ringraziare Dio, non per fare bella figura! Io spesso allatto Linda (perché la fame non ha orari e farlo non equivale a denudarsi sull’altare!) e lei mangia contenta e dopo poco si addormenta, se inizia a urlacchiare durante l’omelia magari mi alzo e la porto in fondo, o mio marito la culla nel passeggino, se ha il pannolino sporco e non si può più aspettare vado al bagno e la cambio. Insomma viviamo quel che viene: senza sentirci elefanti in una cristalleria. Davanti al Signore siamo tutti preziosi e… inadeguati. A me tutto questo serve perché mi aiuta a mollare l’idolo della famiglia cristiana perfetta, mi insegna ad offrire tutto al Signore, anche il mal di schiena quando tengo in braccio Linda dall’inizio alla fine della celebrazione senza riuscire a seguire come vorrei le letture, perché non deve essere come voglio io, ma come vuole Lui. Non devo dare gloria a me, ma a Lui.

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