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La domanda di Don Sturzo: ci sono ancora uomini liberi e forti?

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Al centro dell'appello del sacerdote la necessità di costruire una forza che garantisse non la chiesa, ma gli italiani, il Paese, dalla povertà e dalla schiavitù

Al di là delle celebrazioni formali, questo centenario della nascita del popolarismo è passato davvero in sordina. Tutti hanno citato don Luigi Sturzo, tutti a rammentarsi dell’appello “ai liberi e ai forti”, ma nessuno o quasi che si sia fatto domande sulla validità e permanenza delle intuizioni del sacerdote siciliano, sulle cause del declino dell’esperienza del popolarismo – che pure un ruolo nella rinascita dell’Italia ce l’ha avuto eccome -, in quella sorta di “damnatio memoriae” che ha colpito, a dirla tutta, l’intera cosiddetta “Prima Repubblica”. Agli albori della “Terza Repubblica”, quelli che c’erano prima sono solo i ladri, gli approfittatori, i buonisti, gli spreconi. Un giudizio che i nuovi signori dello Stato condividono in verità con i loro “padrini” della Seconda Repubblica. Eppure 25 anni dopo la fine di quell’esperienza politica fatta di studio, militanza e fumosi congressi, la situazione degli italiani non pare proprio cambiata drasticamente. Ma qui si rischia di finire fuori tema.

Don Sturzo voleva far uscire i cattolici italiani dalla minorità, non dalla minoranza perché all’epoca sicuramente la società era più profondamente e diffusamente cattolica, ma da uno stato di “apolidia”, il non expedit delle gerarchie relegava i cattolici a non partecipare alla nascente vita democratica, condannandosi a essere “non-cittadini”. Ma la società, per quanto più informata di quella attuale del cristianesimo, non era affatto una società cristiana, semplicemente perché essa non esiste sulla terra, Sant’Agostino ce lo ha spiegato agli albori della civiltà cristiana: in Cielo vige la regola dell’Amore, e il Vangelo è la Costituzione della Gerusalemme celeste, in terra vige la politica fatta dai peccatori. Lo Spirito Santo agisce, ma sempre di una somma di uomini e donne immerse nel peccato, nemmeno nei monasteri – isole di Paradiso – dove tutto è in comune e dove si elegge il proprio leader sono esentati dalla tentazione e dagli abusi. Una società che tenesse al centro Cristo e gli insegnamenti della sua Chiesa andava e va (ancora oggi) perseguita. Don Sturzo, avido lettore di sociologia (l’Istituto che a Roma porta il suo nome ha una ricca biblioteca in tal senso, frutto dell’intuizione del sacerdote) e ammiratore della democrazia anglosassone, capace di coniugare autonomia locale e democrazia rappresentativa, ambiva a contrastare da un lato il socialismo rivoluzionario, dall’altro il liberalismo classico, facendosi mediano tra le due posizioni: la libertà deve essere una libertà completa, tanto dal bisogno quanto dallo Stato. Per Sturzo i sindacati, i corpi intermedi, la famiglia, dovevano avere un ruolo fondamentale, la libertà religiosa gli era carissima, e non a caso il Partito Popolare Italiano sarà un partito cristianamente ispirato ma laico, profondamente laico, capace di mettersi “contro” le gerarchie ecclesiastiche (Don Sturzo patirà la sospensione a divinis, Alcide De Gasperi disse “no” al Papa quando nel 1952 voleva imporre una alleanza con il Movimento Sociale e i Monarchici per le elezioni comunali di Roma) per ribadire l’autonomia del laicato in politica.

Oggi questa autonomia è quello che manca, molti aspettano che i vescovi dicano, facciano, indichino. Ma il lavoro dei vescovi è creare buone coscienze, indicare i problemi, non le soluzioni, altrimenti tanto vale tornare al Papa-Re e allo Stato Pontificio. In democrazia la vera “adultitudine” del cattolico è essere libero di alzarsi in piedi e dire “no questa situazione va risolta, me ne assumo la responsabilità”. Agire, assumersi responsabilità, sbagliare, riprovare. Il Presidente della CEI, il cardinal Bassetti nel centenario ha ricordato che:

“Gesù è tornato in città e non è rimasto fuori dal luogo abituale in cui gli uomini vivono!” e dunque “vi abbia anche in un certo modo esercitato un ruolo civile, che certamente si esprimeva attraverso l’interessamento per la vita di quella povera gente, che viveva principalmente grazie alla pesca e ai commerci”. “È questo il passo – ha proseguito il cardinale Bassetti nella sua riflessione – che ci permette di ritenere ancora attuale l’Appello di don Luigi Sturzo ai liberi e forti. Un messaggio che ci permette di cogliere in tutta la sua portata il valore storico-sociale dell’opera di don Sturzo, un uomo che, dall’esperienza concreta del suo vissuto di sacerdote,ebbe l’intuizione di chiamare a raccolta i cattolici liberi dalle pastoie e dagli interessi di parte e forti nello spirito, per offrire un servizio all’intero paese, lacerato da lotte sociali talora strumentalizzate da logiche di potere e da visioni contrastanti, sullo sfondo di uno scenario economico-sociale devastato dalla guerra e da povertà diffusa”. L’arcivescovo di Perugia ha poi voluto rilevare “l’amore di Sturzo per i poveri”, che “non è un epidermico sentimento di filantropia, né è dettato da un superficiale sentimentalismo, ma è un fatto consapevolmente cristiano fondato sulla fratellanza comune per la divina paternità” (In Terris).

Non ci si può sottrarre dalla lotta, la cosiddetta “opzione benedettina” non è praticabile né auspicabile se non nell’ottica anticristiana del “tanto peggio, tanto meglio”. Il cristiano deve far politica da cristiano, con una mano sul Vangelo e l’altra sulla Costituzione, un equilibrio difficile come è difficile essere cristiani oggi, come è difficile essere cristiani e avere rapporti col potere. Santi politici ce ne sono pochini in effetti. Oggi molti cattolici scendono a patti col potere, ma molti altri no, sono quelli del volontariato (segno di gratuità) che però non ha uno sbocco diretto, e c’è anche chi immagina una propria presenza “in quanto cattolici”, tra questi sicuramente c’è il piccolo ma combattivo movimento guidato da Mario Adinolfi, il Popolo della Famiglia, che proprio in queste ore va a Congresso e che non ha dimenticato la lezione sturziana, anzi la rivendica orgogliosamente.

“Abbiamo scelto il 20 gennaio e non i giorni delle celebrazione dell’appello ai liberi e forti perché siamo noi del Popolo della Famiglia i soli veri eredi di don Luigi Sturzo, quelli che porteranno il soggetto politico autonomo cristianamente ispirato nella sfida del secondo secolo della sua storia” (Affari Italiani)

L’appuntamento per il PdF sono le elezioni Europee di maggio, dove l’asticella è “alta” (4%), ma dove spesso il voto “in libera uscita” riserva sorprese, e dove a volte si premia e a volte si bastona il governo in carica. Per Adinolfi il popolarismo sturziano – che pure ebbe vita breve – fu il piccolo seme che germoglia e dà molto frutto, ricordando come

La grande lezione dell’appello fondativo del 18 gennaio 1919, anno in cui oltre al Partito popolare venivano fondati anche i Fasci di combattimento di Benito Mussolini, è che c’è una strada per chi non rinuncia a essere religiosamente ispirato nella gestione della cosa pubblica. E, certo, la spregiudicatezza amorale di Mussolini nella conquista del potere diede al Duce la vittoria nel breve, lo condusse molto rapidamente a mettere fuori gioco Sturzo, ma Sturzo morì da senatore a vita in un’Italia finalmente pacificata, all’altro questa sorte non fu riservata (La Croce).

Dall’altro lato c’è Gianfranco Rotondi che è riuscito a ristabilire i contatti con tutti gli ultimi spezzoni della DC, lui che si dichiara orgogliosamente democristiano, proverà in Abruzzo a ripresentare il glorioso scudocrociato, in autonomia. Se sarà una autonomia di popolo o di mero ceto politico lo si vedrà nelle urne…

 

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