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“Recitate sempre la coroncina del suffragio per le Anime del Purgatorio”

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"Sopratutto nel mese di novembre". Padre Giuseppe Cesa di Avellino sosteneva di essere in contatto con le anime e per loro organizzò un piccolo cimitero

Argomento ricorrente nei discorsi di Padre Giuseppe Maria Cesa di Avellino (1686-1744) era il Purgatorio e le anime che vi si purificano in attesa dell’eterna gioia, ma già «spose di Cristo e figlie di Maria».

Ogni domenica, perché giorno di maggior affluenza, il Venerabile non mancava il sermoncino a loro dedicato e la recita della coroncina di suffragio. Diceva che «dopo l’osservanza della legge divina, due erano le sole devozioni necessarie: quella di Maria e quella delle Anime sante del Purgatorio, poiché Maria come madre dell’Onnipotente e madre nostra, tutto poteva quanto voleva, e le Anime del Purgatorio, giunte alla presenza di Dio, erano obbligate ad esaudirle».

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Ammoniva di conseguenza: «Possiamo essere ricchi e volontariamente vogliamo essere poveri». Tutte le sofferenze raccolte dopo questo sermone andavano per la celebrazione di Messe pro defunti: chiamava le Anime del Purgatorio spose di Cristo e le predicava con tanto fervore che muoveva gli animi a compassione e insinuava la carità, di cui se ne dicevano le Messe. Avvertiva poi di tutte le indulgenze elargite dalla Chiesa perché fossero applicate in suffragio di queste anime, soprattutto le indulgenze plenarie da conseguire dopo confessione e comunione. Alle sue penitenti domenicali dava quasi sempre per carico la recita della “coroncina del suffragio”, soprattutto in novembre.

Alle più devote, penitenze più particolari. Racconta Carmine Barbiero: «Per le anime del Purgatorio mi impose di levarmi ogni notte a dire tre Pater – Ave». Unanime la testimonianza sull’efficacia di questo fervoroso elemosiniere: “Inseriva tutti, aggiunge Fra Antonio. «Faceva di stemprare in lacrime», conferma il parroco del duomo. E il dottor Marcantonio Sannulli confesserà al più giovane dottor Iandolo: «Non si può sentir predicare il Padre Reggente del Purgatorio senza lacrime». Di «tenerezza e compassione», ha viva memoria lo stesso Modestino Iandolo. Ma ancora più lacrime richiese ai suoi paesani Padre Cesa.

Di ritorno da una predicazione, chiese licenza al guardiano di impiegare il denaro per preparare un piccolo cimitero sul lato della chiesa che guardava il chiostro. Vi fece deporre tre bare di ossa e interi cadaveri, a vista di tutti. E il già delicato Padre, che aborriva la sola vista di un qualsiasi cadavere, se ne passò visitando, toccando, baciando con lacrime e sospiri quella ossa, mentre le donne esterrefatte voltavano altrove il viso. Salì poi sul pulpito per la predica sulla morte, nel ricordo di quelle anime.

La chiesa era stracolma. Tanto disse, riferisce il sarto Carlo Todesco, «che commosse tutti ad un pianto dirotto». Chiamava per nome quegli scheletri, fra cui quello dello zio Mastro Bernardino Mallardo, invitandoli a parlare di quegli estremi momenti. Il dottor Iandolo fissò nei suoi appunti quella scena: «Tutto restarono confusi, dolenti, in lacrime e singulti». Ogni domenica successiva inviterà i fedeli a concludere il precetto festivo con una visita al suo piccolo cimitero. Egli non mancava di farlo almeno quattro volte al giorno.

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