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Notizie dal mondo: mercoledì 16 gennaio 2019

AP Images
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Brexit: Theresa May supera mozione di fiducia

Theresa May è salva. Con uno scarto di 19 voti, la prima ministra britannica ha superato infatti nella serata di mercoledì 16 gennaio con 325 voti a favore e 306 contrari la mozione di fiducia presentata martedì 15 gennaio nei suoi confronti dal leader dell’opposizione laburista,

Jeremy Corbyn. Durante il dibattito prima del voto, il vice di Corbyn, Tom Watson, aveva detto che la May non aveva «le necessarie competenze politiche, l’empatia, l’abilità, e soprattutto la politica, per guidare questo Paese più a lungo». «Sono lieta che la House (of Commons) abbia espresso la sua fiducia nel governo», ha dichiarato invece la May dopo il voto, mentre ha promesso di mettersi subito al lavoro per negoziare con l’opposizione un piano alternativo per la Brexit.

Martedì 15 gennaio, la premier britannica aveva incassato infatti una «storica» sconfitta nella Camera dei Comuni, dove ben 432 deputati contro 202 avevano bocciato l’accordo raggiunto dalla May con Bruxelles sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La disfatta della May con uno scarto di 230 voti – «la più grande sconfitta per un governo in carica della storia», ricorda la BBC –, è stata definita «umiliante» da vari quotidiani, tra cui ABC, e aveva costretto Corbyn a presentare la mozione di sfiducia. Per Nicola Sturgeon, prima ministra della Scozia e leader del Partito Nazionale Scozzese (SNP), «l’unica opzione credibile» sarebbe un nuovo referendum sulla Brexit.

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Kenya: «conclusa» l’operazione delle forze di sicurezza

Quattordici vittime. Questo il bilancio dell’attacco lanciato nel pomeriggio di martedì 15 gennaio da quattro terroristi contro il complesso «dusitD2», che nella capitale del Kenya, Nairobi, ospita oltre a uffici e ristoranti anche un albergo di lusso. Lo ha confermato nella mattinata di mercoledì 16 gennaio in un discorso il presidente keniano Uhuru Kenyatta, che ha anche annunciato la fine dell’assalto. «Posso adesso confermare che circa un’ora fa si è conclusa l’operazione di sicurezza del complesso Dusit e (che) tutti i terroristi sono stati eliminati», così ha dichiarato Kenyatta.

Mentre più di 700 persone state portate in salvo dalle forze di sicurezza keniane, l’attacco è stato rivendicato dal gruppo islamista somalo degli al-Shabaab (tradotto significa «i giovani» o «i ragazzi»). L’assalto al complesso «dusitD2» è stato condotto nel terzo anniversario di un altro raid terroristico degli al-Shabaab, cioè quello sferrato il 15 gennaio 2016 contro una base dell’AMISOM («African Union Mission in Somalia») a el-Adde, nella regione di Ghedo (o anche Ghedu), in Somalia, in cui morirono almeno 150 soldati keniani. La lista di attentati di matrice islamista in Kenya è ormai lunga. Il 21 settembre 2013 un attacco lanciato da uomini armati contro il centro commerciale «Westgate» a Nairobi provocò la morte di 63 persone, mentre nell’aprile 2015 almeno 150 persone persero la vita in un raid contro il Garissa University College a Garissa.

Polonia: l’uccisione del sindaco di Danzica sconvolge il Paese

L’uccisione del sindaco di Danzica (Gdańsk), Paweł Adamowicz, ha scosso profondamente la Polonia. Il primo cittadino della città situata sul Mar Baltico, sui cui cantieri navali nacque nel 1980 il sindacato «Solidarność», è deceduto lunedì 14 gennaio in seguito alle gravissime ferite subite nella serata di domenica 13 gennaio, quando un uomo 27enne l’ha accoltellato al petto. Stava partecipando ad un evento di beneficenza. Adamowicz, che dal 2001 al 2015 era stato membro della «Piattaforma Civica» (una formazione centrista ed europeista), era sindaco di Danzica dal 1998. Il politico 53enne, noto per il suo orientamento liberale, fu insignito nel 2001 della Croce «Pro Ecclesia et Pontifice» da papa Giovanni Paolo II.

«I politici che provocano conflitti dovrebbero essere esclusi dalla vita politica, perché causano tragedie. Non possiamo arrenderci a loro». Queste le parole forti pronunciate dall’ex leader di «Solidarność», Lech Walesa, in un’intervista con La Repubblica, riferendosi al clima pesante (la BBC lo definisce persino «tossico») che caratterizza il dibattito politico in Polonia. Simili parole le utilizza anche il sindaco di Poznan, Jacek Jaśkowiak, della «Piattaforma Civica». «La causa di quanto è accaduto sono odio, nazionalismo, lo spauracchio dei profughi», ha dichiarato a La Repubblica. «Sono convinto che è dovuto all’atmosfera dopo le elezioni del 2015: sono stati attivati odio, nazionalismo, paura dei profughi per far paura alla gente», così spiega. Anche La Razón non ha dubbi. «Il discorso dell’odio consuma la Polonia», titola il quotidiano spagnolo.

Brasile: il presidente Bolsonaro liberalizza la vendita di armi

L’aveva promesso durante la sua campagna elettorale. E ha mantenuto la parola. Mercoledì 16 gennaio, il nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha firmato il decreto che liberalizza nel Paese sudamericano la vendita di armi ai cittadini. Il presidente ha motivato la decisione ricordando il referendum del 2005, in cui il 64% circa della popolazione si pronunciò contro  l’interdizione totale della commercializzazione di armi da fuoco. «Come il popolo ha deciso sovranamente in occasione del referendum del 2005, per garantire loro quel legittimo diritto alla difesa, io, come presidente, userò quest’arma», così ha dichiarato Bolsonaro durante la cerimonia di firma, mostrando la sua penna.

Se la mossa contribuirà a rendere il Brasile un Paese più sicuro, come vuole Bolsonaro, resta ancora tutto da vedere. Alcuni giornali, fra cui La Repubblica, temono che il Paese diventi «un Far West». Il Brasile è già uno dei Paesi più violenti al mondo. Nel corso del 2017 sono stati registrati 63.880 omicidi o «morti violente» in Brasile, vale a dire circa 175 ogni 24 ore e circa 7 ogni ora, come rivelano i dati dell’Annuario Brasiliano della Pubblica Sicurezza. Il decreto, che permette – come ricorda sempre La Repubblica – il possesso di fino a 4 armi a testa (in alcuni casi anche di più), arriva in un momento particolare. Il 6 gennaio scorso, cioè solo cinque giorni dopo il suo insediamento, Bolsonaro ha dovuto inviare reparti speciali nella capitale del Ceará, Fortaleza, e in altre città dello Stato, per arginare l’ondata di violenza da parte di bande locali.

America Latina: una persona su dieci vive in povertà assoluta

Chi visita Santiago del Cile e vede i grattacieli del quartiere soprannominato «Sanhattan» dimentica facilmente che l’8% dei cileni vive in case sprovviste di acqua potabile e servizi sanitari. Lo suggerisce il quotidiano spagnolo El País, che presenta il rapporto «Panorama Social de América Latina 2018» diffuso martedì 15 gennaio dalla Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL). Dai dati contenuti nel nuovo documento emerge infatti che la povertà estrema ha raggiunto «i tassi più alti dell’ultimo decennio nella regione», così scrive il quotidiano. «Un latinoamericano su dieci vive attualmente in condizioni di estrema povertà (10,2%), la cifra più alta degli ultimi dieci anni», specifica El País.

Mentre nel 2002 circa 57 milioni di latinoamericani vivevano in condizioni di estrema povertà, la cifra è salita a 62 milioni nel 2017 e secondo le proiezioni della CEPAL sarà aumentata di circa un milione di persone nel corso del 2018, raggiungendo quota 63 milioni. La cifra reale potrebbe essere però più alta, poiché mancano ad esempio i dati relativi al Venezuela, un Paese che – come risaputo – sta attraversando una grave crisi economica e umanitaria. «Dal 2015 non abbiamo dati da quel Paese», ammette Alicia Bárcena, responsabile del settore delle Nazioni Unite per lo sviluppo economico.

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