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“Come una spugna, mi sono imbevuto di speranza nella trincea di dolore e amore del Bambino Gesù”

DANIELE, MENCARELLI, POETA

Daniele Mencarelli

Annalisa Teggi - pubblicato il 16/01/19

Ritorno al Bambino Gesù come luogo di guerra: sotto un bombardamento capita di salvare ed essere salvati, ci si affratella di fronte al comune pericolo. Toc Toc, il bambino malato con cui avvio un dialogo senza parole, ma di sorrisi e giochi, rappresenta esattamente questo, come un fratello minore mi è corso in aiuto, lui che ne aveva bisogno molto più di me, ha bussato alla finestra per salvarmi, mi ha svegliato dal torpore, dagli incubi che mi ero scelto di vivere. Salvezza. Accarezzo questa parola tutti i giorni, tutti i minuti.
BAMBINO GESÚ
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù-(CC BY-ND 2.0)

E Dio? tu scrivi questo: “Non ho Dio tra i miei amici, l’ho cercato spesso, forse nei momenti, nei luoghi sbagliati, ma ne sento la mano, nella bellezza delle cose, negli interrogativi che l’amore mi fa piangere”. Si può dire che la mano di Dio sia tutt’uno con la speranza che non si può non avere nei luoghi di guerra, come un ospedale?

Faccio fatico a pronunciare alcune parole, mi sale una specie di pudore, ho paura di sporcarle. Dio è una di queste parole. Ma anche Poesia. In alcuni luoghi, però, questo pudore svanisce, è come se la mia voce uscisse con un altro suono, un’altra forza.


CATERINA BELLANDI

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Dentro il Bambino Gesù, ci sono tornato proprio questa mattina per un appuntamento legato al romanzo, pronunciare la parola Dio mi torna naturale come il respiro, come la commozione di fronte al dolore, come la reazione che diventa preghiera sottesa. Proteggili tutti, proteggici tutti. In una delle poesie che ho dedicato all’ospedale dico: se valgono questi versi una preghiera. La speranza, la più grande, temeraria, è che queste parole siano gradite al Padrone della speranza, il Padre di tutti.

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Tags:
bambinimalattiapoesia
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