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DONNA, PENSIERI, TRISTE

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Cristina Buonaugurio - pubblicato il 16/01/19

La vita è come una casa: non possiamo cambiare le fondamenta, ma la possiamo arredare. Anche di fronte a malattie o ostacoli gravi la nostra libertà di cercare una via di bene non ci viene tolta.

C’è una metafora che amo usare quando lavoro e voglio provocare un cambiamento, che sia un’inversione di rotta nel modo di guardare alla propria condizione o un nuovo slancio nel superare le avversità. Invito i miei pazienti ad immaginare la loro vita come una stanza o una casa che gli è stata assegnata in sorte: non possono cambiarne la forma e le dimensioni, ma possono scegliere come arredarla e renderla così di loro gradimento.


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Anche nelle nostre esistenze ci sono condizioni che ci “toccano in sorte” sulle quali non abbiamo potere decisionale: la famiglia in cui nasciamo, il Paese in cui cresciamo, alcune caratteristiche fisiche, come ad esempio l’altezza. O ancora eventuali incidenti o problemi di salute in cui si può incorrere durante la vita e che possono inficiare in modo più o meno grave la qualità della vita stessa.

Potremmo dire che alcuni sono più fortunati mentre altri lo sono di meno. I meno fortunati potrebbero indignarsi contro il fato avverso, ma non cambierebbe di una virgola la condizione della loro esistenza. L’unica possibilità per non lasciarsi abbattere dalle avversità è guardarle bene in faccia e decidere cosa fare della propria vita. Ritornando nella metafora: decidere quali colori e quali mobili usare per rendere accogliente e confortevole la propria casa.


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Tu hai il potere di scegliere!

Di sicuro non tutte le condizioni in cui ci si trova sono accettabili e superabili con la stessa facilità. Un conto è doversi adattare ad un fisico poco atletico, un conto è aver a che fare con una malattia grave, cronica o invalidante o fare esperienze di violenza in famiglia.

HANDICAP SMILE
Adam Wasilewski I Shutterstock

Anche la loro incidenza sulla qualità della vita è ben diversa. Come diverso è il percorso di accettazione e superamento che ogni situazione richiede. Eppure in qualsiasi tipo di avversità è possibile decidere di non permettere che sia l’avversità stessa a determinare ogni aspetto della vita. E questo potere di scelta è ciò che rende realmente liberi, indipendentemente da quello che accade.


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Che sia un malato di tumore, una donna in difficoltà col marito, una madre sola alle prese con figli maltrattanti o un giovane che ha subito abusi da piccolo, quando incontro una persona desidero trasmettere la consapevolezza che in qualsiasi momento si può scegliere di prendere in mano le redini della propria esistenza.

La bellezza della vita, infatti, è che nessuna condizione determina in modo assoluto ciò che di essa possiamo fare. Tutto sta nel come scelgo di assumere su di me quella condizione (fosse anche la peggiore che si possa immaginare) e portarla avanti, facendo di essa la pietra che mi tiene a terra o la pedana di lancio per conquistare nuovi traguardi. Forse è una scelta non sempre semplice, però tutti abbiamo il potere di operarla, anche quando crediamo che la vita non ci riservi più alternative.

Primo passo: accettare

Come si può giungere a decidere “l’arredamento per la propria stanza”? Ovvero come si arriva a decidere di non lasciarsi condizionare da esperienze negative?

In primo luogo guardando in faccia la realtà e accettando la propria condizione.

Por Photographee.eu/Shutterstock

Conoscendone tutti gli aspetti positivi oltre che quelli negativi. Avendo ben chiari limiti e risorse in proprio possesso. Senza negare il problema e, allo stesso tempo, senza ingigantirlo. E imparando ad accettarlo, ammettendo che esiste e riconoscendo che ormai non potrebbe essere altrimenti.


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L’importante è arrivare ad una simile consapevolezza con i propri tempi, senza imporsi una fretta dannosa e non necessaria. Ogni evento traumatico ha bisogno di una lunga elaborazione, che prevede diverse fasi prima dell’accettazione e del riuscire a convivere con gli effetti di ciò che è stato. A volte è necessario affidarsi ad un professionista per potercela fare ed è giusto che chi ne sente la necessità lo faccia, per evitare di non uscire più dai problemi.

Secondo passo: discriminare

Alla fine del percorso di elaborazione del trauma (di qualunque natura sia) si arriva a poter dire “Io sono questo. Non sono il mio “problema”, ma ho anche questo problema“.

Questa consapevolezza permette di prendere in mano la propria vita e orientarla senza lasciarsi trascinare dagli eventi. Perché se una persona non equivale al suo problema e non può essere racchiusa nella situazione negativa che si trova a vivere, allora in lei c’è molto altro che non deve dimenticare. Ci sono caratteristiche, capacità, possibilità di cui ha il dovere di prendersi cura affinché si sviluppino.

HOUSEWIFE, TIRED, HOME
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Da qui la necessità di discriminare, ossia saper distinguere tra ciò che è possibile o non è possibile fare ed ottenere nella propria vita in virtù delle condizioni in cui ci si trova. Ad esempio io che sono alta 1,55 m non posso pensare di diventare una giocatrice professionista di basket o pallavolo, ma nulla mi impedisce di praticare questi sport per diletto o diventare professionista in un’altra disciplina a me più congeniale. Essere consapevoli dei propri limiti, quindi, ci dà la possibilità di scegliere obiettivi raggiungibili, mentre conoscere le proprie capacità e risorse ci consente di ottenere risultati gratificanti.

Una cosa che succede spesso a chi scopre di avere importanti malattie è smettere di condurre una vita “normale”.

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