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Bolzano prepara laici a “celebrare” i funerali: ma questa non è “la Chiesa che muore”

MĘŻCZYZNA OBOK TRUMNY
Shutterstock
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In area germanofona si fa già da un po': ora la diocesi altoatesina di Bolzano-Bressanone sta preparando alcuni uomini e alcune donne a guidare il rito cristiano delle esequie (privo di liturgia eucaristica, naturalmente). Nessuno pretende di minimizzare la portata (e i contraccolpi) della riforma, ma la questione non può ridursi all'accusa di “protestantizzazione”. E a proposito di voci germanofone, ci sono alcuni sempre pronti a riempirsi la bocca con le “profezie di Ratzinger”… salvo poi non riconoscerle mentre si avverano.

Se ne sta parlando da qualche giorno, e in realtà la diocesi di Bolzano-Bressanone opera già da alcuni mesi per formare i laici che prossimamente cominceranno ad accompagnare i fedeli defunti al cimitero officiando per loro le esequie cristiane. Ovviamente senza celebrazione eucaristica, e già questa precisazione ridimensiona iuxta modum il verbo “celebrare”, dando al contempo il senso e la misura della scelta della chiesa altoatesina.

Il fatto

La quale, va ricordato, ricalca una prassi pastorale già da tempo in uso in Germania e in Austria. Diego Andreatta, su Avvenire, c’informa che:

Sono le 17 persone che presso lo Studio Teologico Accademico Teologico di Bressanone stanno frequentando l’apposito corso di formazione in 16 giornate che si completerà nel prossimo autunno. Cinque di loro sono diaconi permanenti (con relativa formazione alle spalle), altri 12 sono laici, in perfetta parità di genere: sei uomini e sei donne.

Il Direttore dell’Ufficio pastorale diocesano, Reinhard Demetz, ha commentato così:

Abbiamo atteso qualche anno e abbiamo voluto progettare con attenzione questa iniziativa formativa, perché si presenta nuova per noi e non doveva essere affrettata e superficiale. L’abbiamo condivisa anche con la Conferenza dei decani della diocesi, dalla quale era venuta la sollecitazione più forte a poter contare sulla collaborazione dei laici per guidare occasioni liturgiche così pastoralmente importanti e partecipate.

Sempre da Andreatta apprendiamo diverse altre cose, come il fatto che Hans Duffek, uno dei suddetti dodici laici in formazione, ha già guidato nello scorso ottobre una di queste liturgie esequiali nel duomo diocesano. Dalle parole di Demetz si capisce che tra le preoccupazioni della curia c’è pure quella, appunto pastorale, di preparare le famiglie «che per prime non avranno un prete al funerale del loro caro»; il che equivale a preparare tutta intera la comunità cristiana, dal momento che i funerali non si prenotano se non con qualche dozzina d’ore d’anticipo.

Le opinioni

Le prime reazioni della blogosfera cattolica strillano ovviamente alla “protestantizzazione della liturgia cattolica”, tanto più facilmente in quanto nella fattispecie risulta evidente l’influsso del mondo ecclesiale germanofono – luterano per definizione, nella mente di certi commentatori. La “protestantizzazione” coinciderebbe tout court con l’appaltare ai laici prerogative sacerdotali – a prescindere dalla verifica dei fatti, cioè se davvero quel che viene affidato ai laici sia una prerogativa sacerdotale – e a poco serve ricordare in certi contesti che la parola “liturgia” significa precisamente “azione popolare”.

In realtà, un rischio che mi pare non si debba sottovalutare quando si parla di “devoluzione ai laici” è proprio quello della clericalizzazione dei laici: è uguale e contrario all’altro allarme, ma è tale perché si basa sui medesimi qui pro quo, cioè sul mancato riconoscimento del fatto che il laico sta svolgendo funzioni laicali, e non sacerdotali, anche se in altri contesti storici quelle medesime funzioni le hanno svolte (o ancora le svolgono) dei sacerdoti. Tuttavia, per quel poco che so del contesto ecclesiastico germanofono – in cui rientra anche l’esperienza altoatesina italiana – il rischio davvero imminente non è dato dalla clericalizzazione, come neppure dalla protestantizzazione: viene invece dalla rarefazione della presenza cristiana in sé e per sé, come si vede anche dalla seconda parte dell’articolo di Andreatta, dedicata alla cura pastorale delle cremazioni. Stefan Huber, il responsabile diocesano dell’ufficio liturgico, ha difatti dichiarato (a proposito di un seminario diocesano dedicato al tema):

La nostra Chiesa, se richiesto e possibile, deve farsi trovare presente in queste occasioni con la sua presenza e il suo sostegno.

“Se richiesto e se possibile”, dice Huber. Due condizioni che svelano la grande marginalità sociale e culturale di un’organizzazione – proprio la Chiesa Cattolica – che può benissimo non essere “invitata” a prendere parte a un rito esequiale e che potrebbe pure – sebbene invitata – non avere disponibilità di “personale” da inviare a presenziare.

Debolezza strutturale e irrilevanza culturale. Queste le coordinate che hanno suggerito la revisione delle mansioni pastorali, e la temperatura del contesto è ben data dalla questione della cremazione: più snella nel corto e meno costosa nel lungo periodo, la Chiesa cattolica è giunta ad ammetterla solo a condizione che

  1. non si mini con la sua pratica la fede nella risurrezione;
  2. le ceneri non vengano mai disperse, né conservate in casa.

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