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Una riflessione sul valore profetico dell’«Humanae vitae»

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Il paradosso dell’oblio del corpo femminile

Anticipiamo un articolo in uscita sul prossimo numero di «Vita e Pensiero», intitolato La dignità della donna e l’Humanae Vitae.

 

di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

In che cosa risiede l’elemento “sconveniente” che tutt’oggi risuona nell’enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, uscita in quell’anno inquietante che fu il 1968? Nella frase «che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» (Humanae vitae, 11). E ancora, che questa dottrina si fonderebbe «sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo» (ibidem 12). Frasi davvero esplosive. Anche se non nuove, nell’atmosfera surriscaldata della rivoluzione sessuale del 1968 ebbero un effetto non soltanto antiquato, ma chiaramente provocatorio. Il rigetto quasi senza eccezioni della tesi secondo cui amore e procreazione apparterrebbero inscindibilmente l’uno all’altra sarebbe stato avvalorato entro breve tempo dallo sviluppo medico della fecondazione extracorporea, anche se la prima “figlia in provetta”, Louise Brown, sarebbe nata in Inghilterra soltanto nel 1978.

L’enciclica è consapevole della sua sfida allo spirito del tempo e alla sua prassi indiscussa. Si presentano tuttavia due importanti obiezioni che occorre ponderare. La prima è di tipo psicologico e tocca l’unità complessiva del matrimonio che non è composto certo da singoli atti, ma è retto da un atteggiamento di base di reciproco affetto. Per questo è lecito domandare se davvero ogni singolo atto abbia in sé un’importanza tanto straordinaria. L’intero è sempre più delle sue parti; il matrimonio è più della somma dei rapporti sessuali. Ciò vale soprattutto quando è presente una volontà di massima di procreare, testimoniata nella promessa di matrimonio.

La seconda obiezione è di tipo empirico. La “natura” stessa separa l’uno dall’altra amore e procreazione: nei giorni infecondi della donna o durante la gravidanza o nel caso di una naturale sterilità maschile e comunque nella vecchiaia, dove i due ultimi fattori non rappresentano un ostacolo al matrimonio. Per questo motivo i matrimoni non volutamente infecondi non possono essere sciolti. La seconda obiezione pertanto afferma: amore e procreazione non sono irrevocabilmente saldati insieme, dato che il Creatore stesso ha allentato il legame tra i due.

Tuttavia, l’enunciazione dottrinale del Papa conserva l’enfasi originaria per cui ogni singolo atto sarebbe abbinato a un duplice orientamento: alla passione amorosa e alla volontà procreativa. È ovvio che sia la brevità del documento sia il permesso di “utilizzare” i giorni per natura infecondi non rispondano in dettaglio e neppure rimuovano del tutto i dubbi sollevati. Soprattutto ripiegare sui giorni infecondi veicola di per sé l’intenzione di escludere la procreazione. In alternativa, si procederebbe con modalità manipolative o chimiche (ad esempio, con la pillola). Ma cosa differenzia le due intenzioni?

Si può rinviare al fatto che, nel caso dell’infertilità periodica, viene mantenuto il dialogo fiducioso tra i coniugi e si tiene in considerazione il ritmo femminile, mentre nella contraccezione chimica un simile dialogo viene meno e il motto «Sempre pronta!» impone alla donna una costante disponibilità, con l’esito di una possibile strumentalizzazione del corpo femminile, per non parlare del continuo stress fisico dovuto alla pillola. Permettere l’“utilizzo” dei giorni infecondi può invece condurre a un rapporto dall’atmosfera più umana tra i coniugi e ha decisamente riguardo per la donna, apprezzando il suo ritmo naturale e accrescendo anche l’attesa reciproca.

Tuttavia, anche in questo caso, è in gioco l’intenzione. Probabilmente, però, siamo di fronte a una di quelle questioni che non possono essere decise in modo soddisfacente con le nostre categorie e per le quali non sono sufficienti i distinguo razionali. Perciò questa difficoltà, invece di essere indagata a partire dall’“intenzione”, potrebbe essere illuminata da un’altra angolazione: che effetto provoca sulla donna se amore e fertilità vengono separati? Non potrebbe forse emergere una comprensione della corporeità femminile posta in una luce degna di riflessione dall’enciclica? La donna (mulier) viene testualmente menzionata soltanto due volte nel documento, altrimenti si parla di coniugi o genitori. Tuttavia, il ragionamento dell’enciclica attribuisce indirettamente alla donna una rilevanza maggiore che all’uomo, poiché la ragionevole pianificazione dei figli coinvolge il suo ciclo mensile.

Già solo la considerazione della corporeità finemente differenziata della donna è un evidente guadagno nell’intera questione. Lo si può chiaramente constatare nel caso contrario, ossia laddove la fertilità della donna venga interrotta chimicamente o fisicamente (ad esempio, da una spirale). In un tempo come il nostro di esaltazione della “natura”, resta incomprensibile il motivo per cui giovani donne debbano sopprimere per due o tre decenni il loro ciclo mensile, iniziando purtroppo molto presto, a volte già nella pubertà quando l’organismo non è ancora adulto. Esperienze ginecologiche e psicologiche (frigidità), come si può dimostrare, parlano contro questa pratica. Inoltre, l’interruzione manipolativa dell’atto sessuale non consente che si sperimenti l’intimo convenire di uomo e donna nel fine accordo tra i loro organi, ma turba la loro appartenenza proprio nel punto culminante. La donna poi viene davvero fisicamente ferita da pratiche associate, come la pillola del giorno dopo o addirittura l’aborto. E una ferita fisica comporta sempre una ferita psichica. Da un punto di vista psicologico, la costante sterilizzazione del ciclo femminile conduce a blocchi che varrebbe la pena approfondire in ricerche a lungo termine. Ricerche che pare evidente non siano auspicate per ragioni ideologiche.

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