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Nove conversazioni attraverso «il mondo letterario di Giacomo Biffi»

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Monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha voluto che due giovani teologi milanesi (uno sacerdote, l'altro laico) preparassero qualcosa per celebrare efficacemente il novantesimo compleanno di Giacomo Biffi (che il Cardinale festeggia in excelsis). Don Samuele Pinna e Davide Riserbato hanno quindi escogitato una serie di interviste con interlocutori d'eccezione, che ci restituisce l'immagine di un pastore attento, di un cristiano appassionato, di un “italiano cardinale” il cui lascito siamo invitati a raccogliere.

Per un’auspicata rinascenza europea

E qui non solo si sprigiona una dimensione trascendente e perfino teologica dell’umorismo – «riesce bene solo a Dio», diceva Biffi –, ma si evidenzia anche il limite della nostra “società [già] aperta”, la cui satira non sorride ma ghigna, non giudica ma condanna, non lascia spiragli, non offre orizzonti perché in fondo non ha Speranza. E di che potrebbe mai sorridere? «Ritorni solo se / cambia tutto tranne te»: sono le parole che Takagi e Ketra hanno fatto cantare a Elisa, e che potrebbero rivolgersi alla stanca civiltà occidentale, che tanto appassionatamente Biffi amò. L’umorismo potrebbe dunque essere un antidoto – o almeno parte di esso – a quella fragilità e inconsistenza che ci rende così vulnerabili, paurosi e violenti riguardo ai nostri tempi.

Biffi stesso parlò espressamente di “contravveleno” – a metà tra il Panarion di Epifanio e la valenza “politica” del lavoro di Poretti – nella sua opera su Chesterton, lungamente ricordata nell’intervista a Paolo Gulisano:

Chesterton è un antidoto efficace contro i veleni che sono imperversati lungo l’intero secolo XX […] e stanno attossicando anche gli inizi del secolo XXI. Nei suoi scritti […] si trovano denunciate praticamente tutte le nostre follie. Ricordiamo alla rinfusa non solo le aberrazioni disumane  del comunismo e le intemperanze del capitalismo selvaggio; non solo il razionalismo e l’irrazionalismo; non solo l’agnosticismo filosofico, l’indifferentismo religioso, il relativismo morale; non solo la mentalità divorzistica e l’allergia moderna a trasmettere la vita, ma anche la mania dei culti esoterici, l’adesione snobistica al buddhismo (e oggi all’islamismo) dei cristiani vuoti e annoiati, le varie ideologie vegetariane e animaliste, le ambiguità dell’internazionalismo pacifista, eccetera.

G. Biffi, Gilbert Keith Chesterton ovvero il contravveleno, 145; in S. Pinna e D. Riserbato, Filastrocche e canarini, 157

Gulisano racconta di aver conosciuto Biffi nella scia di un altro autore inglese, meno dedito di Chesterton al paradosso ma altrettanto impegnato nell’illustrare il Mistero cristiano come inveramento storico-teologico dell’epopea di ogni cuore – Tolkien:

Furono due ore incredibili, che mi sono veramente rimaste nel cuore, e in cui siamo partiti da molto lontano: aveva infatti esordito, un po’ bruscamente, chiedendomi se appartenessi a Comunione e Liberazione, perché aveva saputo che avevo curato delle mostre per il Meeting di Rimini. Gli risposi che non lo ero, benché fossi molto legato ad alcuni membri del Movimento. Al | che Biffi aggiunse: «No, perché, guardi, io sono considerato un vescovo ciellino… ma all’amico don Giussani ho sempre detto quello che dovevo dire!». E così ha cominciato a raccontarmi una serie di aneddoti gustosissimi riguardanti lui e don Giussani, e di come per esempio lo trascinasse con sé al mare, perché don Giussani non andava mai in vacanza… Mi ha raccontato anche di quando l’ha portato sulla tomba di Garibaldi!

Ivi, 162-163

Continuare ad alimentare “il fuoco del Cardinale”

E via da una conversazione all’altra: in alcune mancano totalmente aneddoti personali sul Cardinale – ad esempio in quella con Alberto Guareschi – perché il punto di contatto con Biffi verte tutto sull’autore (nella fattispecie il padre Giovannino) e sulle sue opere; in altre si spazia dall’alta divulgazione alla vera letteratura accademica – è il caso di Alessandro Ghisalberti e di Vittorio Possenti – ma non mancano i riferimenti agli incontri col prelato.

Questo libro – scrive mons. Zuppi nella Postfazione – […] [mostra che] i suoi interessi non si sono […] fossilizzati sulla riflessione teologica di matrice scientifica o su una continua ricerca di perfezionamento di strategie pastorali. Egli ha attinto a ciò che di buono la realtà offriva, muovendosi in molti campi, ma armonizzandola, poiché riconosceva nel Verbo fatto carne l’elemento unificatore e l’origine del senso di ogni essere creato.

M. M. Zuppi, Postfazione in S. Pinna e D. Riserbato, Filastrocche e canarini 246

«Comprendere Biffi attraverso i “suoi” autori» è un bell’esercizio di libertà, oltre che di autentica Cultura, perché porta «a conservare il fuoco, non ad adorare le ceneri» – questo è il senso di ogni vera e feconda Tradizione (secondo l’espressione di Gustav Mahler già più volte ripresa anche da Papa Francesco) – e se tante volte abbiamo nostalgia del Cardinale, della sua intelligente schiettezza, della sua schietta intelligenza… dobbiamo impedirci pure di impugnare le sue parole per fini diversi dall’alimentare quella compagnia cristiana a cui egli consacrò la vita:

Certo, non essendosi mai asservito a nessuna moda dominante – è ancora Zuppi a scrivere – e avendole viste scorrere numerose sotto il suo sguardo attento (e diverse esaurirsi da sole), non ha mai inteso annunciare una “sua” verità, ma solo quella insegnataci da Cristo, via, verità e vita (Gv 14, 6). Non aveva nulla da difendere, perché aveva Tutto ricevuto nella fede come dono bellissimo. Per questo, nonostante i mutamenti sociali sempre più accelerati, che hanno spesso schiacciato l’uomo, non aveva perso il sorriso, né il suo umorismo tanto contagioso, sempre incline a far riflettere e mai banale.

Ivi, 245

Ecco, il proposito che sta all’origine di questa singolare “intervista multipla” dovrebbe essere pure un criterio di discernimento per l’autenticità del nostro cammino – individuale e comunitario, ovvero sempre e comunque ecclesiale.

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