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Notizie dal mondo: lunedì 7 gennaio 2019

YELLOW VESTS
Farid DJEMMAL/CIRIC
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Venezuela: giudice della Corte Suprema fugge negli USA

Un giudice della Corte Suprema del Venezuela, Christian Zerpa, è fuggito negli Stati Uniti. Lo ha riferito domenica 6 gennaio l’agenzia Reuters. In un’intervista con EVTV, Zerpa ha detto di aver «deciso di lasciare il Venezuela per sconfessare il governo di Nicolás Maduro». «Credo che non meriti una seconda possibilità, perché le elezioni che apparentemente avrebbe vinto non sono state libere e competitive», ha dichiarato l’ex alleato di Maduro al canale televisivo fondato a Miami, Florida, dalla diaspora venezuelana. Da parte sua, la Corte Suprema ha confermato la fuga di Zerpa, definendolo «ex magistrato» e spiegando che era finito sotto inchiesta perché accusato di «molestie sessuali, atti lascivi e violenza psicologica».

La fuga arriva solo pochi giorni prima dell’inizio del secondo mandato di Maduro, previsto per giovedì 10 gennaio e definito «illegittimo» dal nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale (controllata dall’opposizione), Juan Guaidó, che sabato 5 gennaio ha prestato giuramento. Maduro ha esautorato nel 2017 il parlamento del Venezuela e convocato un’Assemblea Costituente, controllata dalle forze vicine al governo. Nel frattempo continua l’esodo dal Paese sudamericano, che sta attraversando una grave crisi economica e umanitaria. Secondo alcuni dati, sono già circa 4 milioni i cittadini venezuelani emigrati, segnala El Mundo.

Malaysia: abdica il sovrano Muhammad V

Il re della Malaysia, Muhammad V, rinuncia al trono. «Il Palazzo Nazionale informa che Sua Maestà si è dimesso da 15esimo re, con effetto dal 6 gennaio», così si legge in una breve dichiarazione diffusa dal Palazzo reale. E’ la prima volta dall’indipendenza dal Regno Unito, avvenuta nel 1957, che un sovrano della Malaysia abdica. Viene eletto ogni cinque anni dalla «Conferenza dei Governanti» tra i sovrani monarchici di nove dei 13 Stati, che compongono lo Stato federale della Malaysia. Muhammad V, eletto nell’ottobre 2016, è l’attuale sultano di Kelantan. Mentre la dichiarazione non ne spiega i motivi, la rinuncia al trono di Muhammad V, che nei mesi scorsi aveva preso un congedo per motivi di salute, arriva dopo settimane di speculazioni sul presunto matrimonio del sultano 49enne con una modella russa 25enne, Oksana Voevodina.

Muhammad V non è l’unico sovrano asiatico che rinuncia al trono quest’anno. Il 30 aprile prossimo, l’imperatore o «tenno» (tradotto significa «sovrano celeste») del Giappone, Akihito, abdicherà a favore del principe ereditario Naruhito, 57 anni. Una folla record di circa 155.000 persone ha assistito nei giorni scorsi all’ultimo discorso di Capodanno del sovrano 85enne, provato da vari problemi di salute. Il 10 aprile prossimo Akihito celebrerà anche il 60esimo anniversario di matrimonio con l’imperatrice Michiko, che di recente ha ringraziato con molto affetto per essere stata «sempre» al suo fianco.

Francia: figura chiave dei «gilet gialli» annuncia nuovo partito

Una delle figure chiave della protesta dei «giubbotti gialli» in Francia, Jacline Mouraud, ha confermato lunedì 7 gennaio una notizia lanciata da Le Figaro e annunciato che creerà un nuovo partito politico, chiamato «Les Émergents» (cioè «Gli emergenti»). Con la sua mossa, la 51enne bretone originaria del Morbihan, ritenuta «troppo moderata» da una parte dei «gilets jaunes», si smarca quindi dal movimento di protesta. La nuova formazione sarà «un partito del buon senso», «senza etichetta», con «idee nuove e costruttive per il Paese, in armonia con le sfide del cambiamento climatico», ha dichiarato la Mouraud.

L’ottava giornata di mobilitazione dei «gilet gialli» è stata caratterizzata sabato 5 gennaio da una radicalizzazione della violenza. Secondo il quotidiano Le Temps, si è assistito al ritorno della «prospettiva di uno scontro spietato tra il governo e i manifestanti», di cui il simbolo è lo sfondamento con una scavatrice dell’entrata degli uffici del portavoce del governo, Benjamin Griveaux, situati nella Rue de Grenelle, ritenuta una delle «vie cult» di Parigi. A Digione, una trentina di «giubbotti gialli» ha attaccato anche una caserma della Gendarmeria, ricorda Le Monde.

«Ancora una volta, una violenza estrema ha attaccato la Repubblica», ha reagito il presidente Emmanuel Macron in un breve messaggio pubblicato sulla pagina dell’Eliseo. «Chi compie questi atti dimentica il cuore del nostro patto civico. Giustizia sarà fatta.» Ad alimentare la rabbia dei manifestanti è stato il breve arresto di un’altra figura chiave della protesta, Éric Drouet, avvenuto mercoledì 2 gennaio.

Ucraina: firmato il «tomos» che dichiara l’autocefalia del patriarcato ucraino

Durante una cerimonia nella chiesa patriarcale di San Giorgio, situata nel quartiere di Fanar a Istanbul, è stato firmato sabato 5 gennaio il «tomos» (ovvero decreto), con il quale il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha concesso l’«autocefalia» (o indipendenza) alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Al solenne evento hanno partecipato oltre al nuovo patriarca e metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Epifanyj (o Epifanio), anche il presidente ucraino Petro Poroshenko. Rivolgendosi a Epifanio, il patriarca Bartolomeo, le cui parole sono state riprese dal SIR, ha dichiarato: «Beatitudine, è stato un tuo diritto chiedere e richiedere l’autocefalia. Ed era un diritto e un privilegio della Tua Madre Chiesa di Costantinopoli conferirti questo stato».

Mentre quella ucraina è diventata quindi ufficialmente e canonicamente la quindicesima Chiesa autocefala dell’ortodossia, la mossa ha suscitato la rabbia da parte di Mosca, che nelle scorse settimane ha criticato pesantemente la decisione di Bartolomeo, definendola «scismatica», e ha persino sospeso i rapporti con il patriarcato ecumenico. Il presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca e metropolita di Volokolamsk, Hilarion, ha paragonato l’attuale situazione con lo scisma tra Oriente e Occidente del 1054 e ha avvertito che il conflitto potrebbe prolungarsi «per decenni, e inclusi secoli», ricorda Clarín.

Bill Gates: Energia nucleare «ideale» per combattere il cambiamento climatico

A meno di dieci anni dal disastro di Fukushima, in Giappone, sorprendono forse le parole dedicate da Bill Gates all’energia atomica. «Il nucleare è ideale per affrontare il cambiamento climatico», così scrive il filantropo statunitense e «padre» di Microsoft nella sua lettera di fine anno, pubblicata il 29 dicembre su GatesNotes. «E’ l’unica fonte di energia scalabile e libera da (emissioni di) carbonio disponibile 24 ore al giorno», spiega Gates, il quale è convinto che «i problemi dei reattori odierni, come il rischio di incidenti, possono essere risolti attraverso l’innovazione». Bill Gates, che dieci anni fa ha lanciato l’azienda TerraPower con l’obiettivo di progettare reattori di tipo TWR o «Traveling Wave Reactor» (Reattore a Onda Movente), che «è sicuro, previene la proliferazione e produce pochissime scorie», esorta perciò i leader statunitensi a riabbracciare il nucleare, un settore in cui 50 anni fa era il «leader globale».

Mentre l’attuale situazione politica ha reso «improbabile» il lancio di un progetto pilota in Cina, come osserva lo stesso Gates nella sua lettera con la «lista delle cose da fare» nel 2019, in controtendenza con il resto del mondo proprio quest’ultimo Paese «non smette di costruire nuove centrali», segnala il quotidiano svizzero Le Temps, che descrive quello che definisce «l’idillio della Cina con il nucleare». Pechino è dopo gli USA e la Francia il terzo produttore di energia nucleare al mondo ed è la sua fame di energia che ha fatto balzare in alto il prezzo dell’uranio: a fine dicembre ha raggiunto quota 29 dollari per libbra, cioè un aumento del 41% rispetto ad aprile. La Cina del resto sta esportando il suo «know-how» nucleare in vari Paesi del mondo, fra cui anche quattro Paesi africani.

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