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Quante volte è stata tradotta la Bibbia?

SAINT JEROME

Domaine Public

Daniel R. Esparza - pubblicato il 07/01/19

Fino a oggi è disponibile almeno parzialmente in più di 3.000 lingue

Secondo alcune fonti, l’intera Bibbbia è stata tradotta in 670 lingue. Solo il Nuovo Testamento è disponibile in circa 1.500 lingue, e almeno una parte di tutta la Scrittura (ovvero un libro, un salmo o un frammento dell’Antico o del Nuovo Testamento) è stata tradotta in più di 3.000 idiomi.

Se pensate che si tratti di molte traduzioni, considerate che 3.000 è un po’ meno della metà delle lingue parlate attualmente nel mondo. Delle 7.097 lingue vive, solo circa 4.000 hanno sviluppato un sistema scritto, il che vuol dire che c’è ancora spazio per altre mille traduzioni della Bibbia in altre lingue. È una buona notizia per i traduttori!

Ma quando e perché la Bibbia è stata tradotta dalle lingue originali nelle altre?

Le traduzioni bibliche vennero richieste per la prima volta verso il 3 a.C., perché gli ebrei di Alessandria avevano assunto il greco, la lingua franca dell’epoca, come loro primo idioma, mettendo l’ebraico in secondo piano. A volte chiamata “l’Antico Testamento greco”, questa prima traduzione è più nota come Septuaginta, ed è perfino citata nel Nuovo Testamento (in particolare nelle lettere di Paolo, anche se non verbatim), dai padri apostolici e dai padri della Chiesa greca. San Girolamo dice chiaramente che la Septuaginta era la fonte usata dagli apostoli e aggiunge che gli autori del Nuovo Testamento, quando citavano le Scritture ebraiche o parlavano di Gesù che lo faceva, usavano la traduzione greca, implicando che la ritenevano affidabile.


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Il nome “Septuaginta” (“i 70”) è oggetto di leggenda: la tradizione afferma che il re greco d’Egitto Tolomeo II Philadelphus chiese a 72 studiosi ebrei (sei per ciascuna delle 12 tribù di Israele) di tradurre la Torah dall’ebraico biblico al greco. Secondo il trattato Megillah nel Talmud babilonese, il re “li pose in 72 stanze, ciascuno in una separata, senza rivelare loro perché erano stati convocati. Entrò poi nella stanza di ciascuno e disse: ‘Scrivi per me la Torah di Mosè, tuo maestro’. Dio mise nel cuore di ciascuno di tradurre in modo identico agli altri”.

Questa traduzione, scritta in greco koiné (ovvero la lingua franca del Mediterraneo nella tarda antichità, noto anche come dialetto di Alessandria), comprendeva in origine solo la Torah (ovvero i primi cinque libri della bibbia ebraica, il Pentateuco). Nei due-tre secoli successivi vennero tradotti altri libri, completando l’opera nel 132 a.C.. Questa prima traduzione è la base di quelle seguenti in latino antico (“Vetus Latina”), slavo, siriaco, armeno antico e georgiano antico, e delle versioni cristiane copte dell’Antico Testamento.

Anche se i primi cristiani parlavano fluentemente il greco, con la diffusione della fede nell’Impero romano si sentì ben presto la necessità di una versione latina. Già nel II secolo in Italia e nell’Africa del nord circolavano molte traduzioni in questo senso (con numerose aggiunte e corruzioni). Lo stesso San Girolamo (il grande traduttore della bibbia dall’ebraico e dal greco in latino, responsabile della Vulgata), afferma che nel IV secolo “ci sono tanti testi quanti manoscritti”.




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Nel 382, Papa Damaso chiese a Girolamo di fornire una versione latina definitiva dei Vangeli, usando come base la “Vetus Latina” all’epoca già in uso. Girolamo approfondì il compito e tradusse più libri possibile della Bibbia, usando testi originali ebraici e greci, inclusa la Septuaginta, del suo monastero a Betlemme. Questa traduzione venne adottata in modo così esteso che alla fine la “Vetus Latina” non venne più usata. Giù nel XIII secolo ci si riferiva alla traduzione di Girolamo come alla “versio vulgata”, espressione latina per indicare la “versione usata comunemente”. Il Concilio di Trento (1545-1563) confermò la Vulgata come Bibbia latina ufficiale della Chiesa Cattolica Romana (fino al 1979, quando è stata promulgata la Nova Vulgata).

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