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Papa Francesco: la concretezza è il criterio del cristianesimo

POPE FRANCIS

Antoine Mekary | ALETEIA | I.MEDIA

Vatican News - pubblicato il 07/01/19

Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta Francesco ricorda che Dio si è fatto “concreto, nato da donna concreta, ha vissuto una vita concreta, è morto di una morte concreta, e ci chiede di amare i fratelli e le sorelle concreti”

I comandamenti di Dio sono “concretezza”: essa quindi è il “criterio” del cristianesimo, non le “belle parole”. Così il Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta, dopo la pausa per le feste natalizie. Pregando affinché i Santi, che sono – dice – “i pazzi della concretezza”, ci aiutino “a camminare” su tale via e “a discernere” le cose concrete “che il Signore vuole” rispetto alle “fantasie” e alle illusioni dei “falsi profeti”, Francesco riflette sulla Prima Lettera di San Giovanni apostolo: qualunque cosa noi chiediamo, la riceviamo da Dio, “a patto” – spiega il Pontefice – che osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.

Una porta aperta

L’accesso a Dio è, dunque, “aperto”, prosegue il Papa, e la “chiave” è appunto quella suggerita dall’apostolo: credere “nel nome del Figlio suo Gesù Cristo” e amarci “gli uni gli altri”: solo così possiamo chiedere “quello che vogliamo”, con “coraggio”, “sfacciatamente”, aggiunge Francesco.

Credere che Dio, il Figlio di Dio è venuto in carne, si è fatto uno di noi. Questa è la fede in Gesù Cristo: un Gesù Cristo, un Dio concreto, che è stato concepito nel grembo di Maria, che è nato a Betlemme, che è cresciuto come un bimbo, che è fuggito in Egitto, che è tornato a Nazaret, che ha imparato a leggere col papà, a lavorare, andare avanti e poi la predica… concreto: un uomo concreto, un uomo che è Dio ma uomo. Non è Dio travestito da uomo. No. Uomo, Dio che si è fatto uomo. La carne di Cristo. Questa è la concretezza del primo comandamento. Il secondo anche è concreto. Amare, amarci gli uni gli altri, amore concreto, non amore di fantasia: “Ti voglio bene, ah quanto ti voglio bene” e poi con la mia lingua ti distruggo, con le chiacchiere… No, no, questo no. Amore concreto. Cioè, i comandamenti di Dio sono concretezza e il criterio del cristianesimo è la concretezza, non le idee e le belle parole… Concretezza. E questa è la sfida.

Vigilanza spirituale

L’apostolo Giovanni, un “appassionato dell’incarnazione di Dio”, evidenzia il Papa, esorta poi a mettere “alla prova” gli spiriti, cioè spiega come quando venga “un’idea su Gesù, sulla gente, sul fare qualcosa, sul pensare che la redenzione va su quella strada”, vada messa “alla prova” quell’ispirazione. La vita del cristiano è in fondo concretezza nella fede in Gesù Cristo e nella carità, ma è pure “vigilanza spirituale”, aggiunge.

La vita del cristiano è concretezza nella fede in Gesù Cristo e nella carità ma è anche lotta, perché ti vengono sempre idee o falsi profeti che ti propongono un Cristo “soft”, senza tanta carne e l’amore verso il prossimo è un po’ relativo… “Sì, questi sì che sono dalla mia parte ma quelli, no…”.

I falsi profeti

L’esortazione del Pontefice è dunque credere in Cristo che “è venuto in carne”, a credere nell’amore “concreto” e a discernere, secondo la grande verità dell’Incarnazione del Verbo e dell’amore concreto, per capire se gli “spiriti” – “cioè l’ispirazione”, specifica – provengano “veramente da Dio”, perché “molti falsi profeti sono venuti nel mondo”: il diavolo, ribadisce, cerca sempre “di allontanarci da Gesù, dal rimanere in Gesù”, per questo è necessaria “la vigilanza spirituale”. Al di là dei peccati commessi, riflette Francesco, il cristiano “alla fine della giornata deve prendere due, tre, cinque minuti” per chiedersi cosa sia successo nel proprio “cuore”, quale ispirazione o magari anche quale “pazzia del Signore” gli sia venuta: perché “lo Spirito delle volte ci spinge alle pazzie, ma alle grandi pazzie di Dio”. Come ad esempio, riferisce il Papa, quella di un uomo – presente alla Messa di oggi – che “da più di 40 anni ha lasciato l’Italia per fare il missionario fra i lebbrosi” in Brasile o quella di Santa Francesca Cabrini che fu sempre “in viaggio” per “curare i migranti”. L’invito dunque è a “non avere paura” e discernere.

Chi mi può aiutare a discernere? Il popolo di Dio, la Chiesa, la unanimità della Chiesa, il fratello, la sorella che hanno il carisma di aiutarci a vedere chiaro. Per questo è importante per il cristiano il colloquio spirituale con gente di autorità spirituale. Non è necessario andare dal Papa o dal vescovo per vedere se quello che sento è buono ma c’è tanta gente, sacerdoti, religiose, laici che hanno questa capacità di aiutarci a vedere cosa succede nel mio spirito per non sbagliare. Gesù ha dovuto fare questo all’inizio della vita quando il diavolo gli ha fatto la visita nel deserto e gli ha proposto tre cose, che non erano secondo lo Spirito di Dio e Lui ha respinto il diavolo, con la Parola di Dio. Se a Gesù è successo quello, anche a noi, anche a noi. Non avere paura.

La disciplina della Chiesa

D’altra parte, riflette Francesco, anche al tempo di Gesù “c’era gente con buona volontà”, ma che pensava che la strada di Dio fosse “un’altra”: il Papa cita i farisei, i sadducei, gli esseni, gli zeloti, “tutti avevano la legge in mano” ma non hanno sempre preso le migliori strade. Il richiamo è quindi alla “mitezza dell’obbedienza”. Per questo, aggiunge il Papa, “il popolo di Dio va avanti sempre nella concretezza”, quella della carità, della fede, della Chiesa: e questo – mette in luce – “è il senso della disciplina della Chiesa”: quando la disciplina della Chiesa è in tale concretezza “aiuta a crescere”, così evitando “filosofie dei farisei o dei sadducei”. E’ Dio, conclude Francesco, a essersi fatto “concreto, nato di donna concreta, ha vissuto una vita concreta, è morto di una morte concreta, e ci chiede di amare i fratelli e le sorelle concreti”, anche se “alcuni non sono facili da amare”.

QUI L’ORIGINALE

Tags:
omelia santa martapapa francesco
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