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Di ‘barboni’ e di coperte

ELEMOSINA, POVERO, CLOCHARD
Shutterstock
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“Al barbone la coperta non va buttata nel cassonetto. Al barbone la coperta va regalata”. Un’ex volontaria che ha assistito i senzatetto ci ha scritto dopo il brutto episodio del vicesindaco di Trieste

Dopo il caso del vicesindaco di Trieste che ha trovato e buttato in un cassonetto della spazzatura le coperte e le giacche di un senzatetto per poi vantarsene sui social, riceviamo e pubblichiamo la testimonianza che ci ha mandato una ex volontaria che a Bologna ha lavorato con un’organizzazione che storicamente si occupa di assistenza ai senza fissa dimora sotto le Due torri. L’immagine di quella coperta finita nel cassonetto è qualcosa che l’ha turbata e di getto ha scritto per provare a raccontare cosa significhi toccare con mano la vita in strada. 

 

“La prima cosa che ti chiede un barbone (perché si chiamano così fra loro, barboni) quando gli porti da mangiare è se gli regali il berretto che porti. Perché il barbone ha prima di tutto freddo. Tu lo capisci dopo la prima sera di volontariato e così le volte dopo te ne porti sempre qualcuno di scorta. Poi ti chiede da fumare, se fuma. Tu gli regali il pacchetto e lui subito te ne offre una. Poi parla, ti racconta, ti chiede, e ti racconta, racconta, racconta.

C’è quello che si vergogna così tanto di essere un barbone che una settimana dopo l’altra non fa altro che raccontarti cazzate, che ha fatto un colloquio, che ha quasi trovato un lavoro. E tu dopo un po’ lo capisci che sono cazzate, ma lui era un ingegnere, aveva moglie e figli, e ha perso tutto a forza di bere. E fai finta di credere a quello che ti dice, perché ne ha bisogno per non vergognarsi troppo.

C’è anche quello che non vedi mai in faccia, è sempre chiuso nel suo cartone, e infatti nel giro lo chiamano Cartone. Quando ti avvicini per lasciargli il cibo a volte dorme, a volte no e fa un grugnito per ringraziarti. Ma non esce. Cartone si nasconde.

Poi c’è quello nuovo, giovanissimo, che quando gli allunghi da mangiare ti chiede quanti soldi ti deve. Gli dici che è gratis e lui scoppia a piangere e non smette di ringraziarti. Qualche settimana dopo scopri che si è impiccato. Sarebbe cambiato qualcosa se l’ultima volta che l’hai visto l’avessi abbracciato forte? Niente di niente, è la risposta. Ma tu te lo chiedi lo stesso.

Ci sono i barboni della stazione che ti incontrano una mattina che devi partire, e non c’è verso di fermarli: ti accompagnano al binario portandoti la valigia e si schierano davanti il tuo finestrino per salutarti quando il treno si avvia. E quella scena non la dimenticherai mai più.

Ci sono anche i barboni stronzi, che semplicemente ti mandano a fanculo.

C’è il barbone che è un po’ meno barbone perché ha accettato di stare in un centro. Ha un problema mentale, è come un bimbo. Lo incontri per caso su un autobus, lui vede un neonato in braccio alla madre e prova ad accarezzarlo. La mamma indietreggia schifata e tu gli spieghi, sorridendo, che i neonati non li può toccare nessuno. Lui no, ma neanche tu. Per non mortificarlo troppo.

C’è il centro dove stanno i barboni un po’ meno barboni, ci vai perché ti hanno invitato a giocare a carte e ancora adesso non sai come hai fatto a non vomitare appena entrata per l’odore.

Quasi tutti i barboni non la scelgono, la strada. Ci si ritrovano talmente in fretta che manco capiscono come sia successo. Al barbone la coperta non va buttata nel cassonetto. Al barbone la coperta va regalata. Basta anche lasciargliela vicino la sera, quando dorme. Per noi è una coperta, per lui la possibilità di farcela”.

 

E., ex volontaria

 

QUI L’ORIGINALE

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