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Santificarsi la sera del 31 dicembre (e non solo).

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Agnès Pinard Legry - pubblicato il 31/12/18

Che abbiate in programma una cena fra amici, un cocktail di famiglia o una serata in discoteca, il veglione di Capodanno è una bella occasione di fare festa. Lungi dall’allontanarvi dalla vostra fede, questi momenti festivi sono un’occasione privilegiata di mettere in pratica il messaggio dell’Evangelo… e di diventare santi.

Il cristianesimo non si è diffuso nel mondo partendo dalle cattedre universitarie, bensì dalle pubbliche piazze, dai mercati, […] dalle persone della vita di tutti i giorni che uscivano a comprare il pane, a incontrare gli amici… Il cristianesimo si è diffuso partendo dalla vita.

Una visione rivoluzionaria e risolutamente radicata nel tempo: è la proposta di padre José Pedro Manglano nel suo libro “Saints en soirée : scandaleusement libres” [“Santi di sera: scandalosamente liberi”].




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Il tempio dei cristiani non si riduce alla chiesa – lungi da ciò. Si trova nella strada, nei luoghi di lavoro, nei trasporti pubblici; ma è anche, evidentemente, nei luoghi di festa che i cristiani si ritrovano e portano Dio. Mentre ognuno si prepara a festeggiare la notte di San Silvestro, Aleteia vi propone di diventare – per il veglione dell’anno nuovo e per tutte le vostre prossime serate – dei veri “santi di sera”.

In un certo senso, potremmo dire che lo sforzo del cristiano non si colloca nel fare ma nel disfare. E così esistono due tipi di cristiani: quelli che “fanno” e quelli che dicono “così mi sia fatto”. Lasciar fare è in effetti lasciarsi fare.

Ricorda questo padre José Pedro Manglano. A ciascuno spetta dunque imparare a mollare la presa e a creare uno spazio per Dio.

«Non è una questione di quantità ma di pienezza»

Che sia nel consumo di alcool, nella musica o sul versante mangereccio, è importante tenere ben presente che «non è una questione di quantità ma di pienezza». C’è una grande differenza tra saper assaporare un buon bicchiere di vino e infilarsi in giochi consistenti nel bere più alcool possibile senza perdere conoscenza; è un errore attendersi da una cosa ciò che essa è incapace di darci.

Il cristiano autentico è quello che si gode a fondo e che è capace di vedere nelle realtà terrene quelle del cielo che vi si riflettono,

ricorda pure il prete nella sua opera.

«L’uomo è il solo animale che inciampa due volte sulla medesima pietra», ricorda un proverbio popolare spagnolo. Questa pietra, che padre José Pedro Manglano chiama “sasso d’inciampo”, può prendere differenti aspetti: la pigrizia, l’indifferenza, l’egocentrismo… Bisogna identificare il nostro e accettarlo. Non è una fatalità ma un invito a migliorarsi – ogni giorno.




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Il linguaggio ha pure un posto centrale nella nostra attitudine alla santità. Prosegue il prete:

Dalla bocca escono la verità e la menzogna, l’amore e l’odio, la benedizione e la maledizione. Lo stretto legame che esiste tra la lingua e la vita, tra la lingua e il cuore è veramente significativo. La lingua rivela e manifesta la pienezza del cuore.

Che siano gli argomenti scelti nelle conversazioni, il tono impiegato o il vocabolario utilizzato, ciascuno deve vegliare a che il proprio linguaggio testimoni il proprio essere.

Ecco un piccolo “quasi-decalogo delle serate” proposto da padre José Pedro Manglano per mettere la santità alla portata di tutti i cristiani festaioli:

  1. Bevo godendomi ogni bicchiere: «Tutto quello che vate: mangiare, bere e ogni altra azione, fatelo per la gloria di Dio», dice san Paolo. Degustare ogni sorso. Bere con eleganza. Un bicchiere in plastica non è la stessa cosa che un flûte di cristallo; non si potrà mai confondere un buon whisky con un torcibudella.
  2. Non bevo oltre una soglia che mi impedirebbe di amare e di pensare agli altri. Non si tratta di misurare, di sapere se la goccia di troppo costituisca peccato o no. Quel che ci sta a cuore è amare. Il resto non ha importanza.
  3. Dedico agli altri, e soprattutto ai più poveri, il medesimo tempo e il medesimo denaro che investo in serate. Un cuore che dedicasse ogni settimana molte ore a uscire e quasi niente ai più bisognosi sarebbe un cuore malato. Col tempo diventerebbe egocentrico e superficiale.
  4. Vado alle serate in cui Dio ha bisogno di me per toccare il cuore degli altri, al di là delle mie intenzioni. Se Dio ha bisogno di me per una serata, allora io ci vado. Se invece Egli mi attende altrove, per far compagnia a un genitore o a un amico solo, allora sarò lì. Se abbiamo l’impressione di soffrire all’idea di rinunciare a una festa, allora senza dubbio la stiamo idolatrando. […]. Nessuno è morto per non essere andato a una festa. Non diventiamo dei pupi dipendenti da altro. Traiamo vantaggio dalle uscite se sappiamo restarne liberi.
  5. Se non mi sento a mio agio in un dato ambiente, allora me ne vado.
  6. Provo ribrezzo per luoghi utilizzando i quali si offende la libertà delle persone.
  7. Esco con una missione. È la missione della mia vita: trasmettere la vita. È così bello rimettersi a Dio e domandargli di servirsi di noi per dare a ciascuno ciò che Egli stesso vuole dargli; che Dio possa servirsi della nostra gentilezza, del nostro corpo, dei nostri occhi e delle nostre orecchie per trasmettere la sua gioia, per dare la sua tenerezza, per offrire il suo sguardo…
  8. Vado alla festa per servire. Gesù ha comandato ai suoi discepoli di non occupare il primo posto ma l’ultimo. Come Maria, che si è resa conto che non c’era più vino a Cana, dobbiamo anche noi essere attenti a quel che potrebbe mancare alla festa. Dobbiamo metterci nella disposizione di chi serve: essere attenti a chi potrebbe aver bisogno del nostro aiuto.
  9. Non ci limitiamo a “vedere gente”: osserviamo le persone. Quando vedo persone che cercano di estinguere la loro sete con comportamenti inadeguati, devo vedere in loro degli assetati di acqua viva.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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