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«La crisi ecologica è anzitutto una crisi spirituale»

ADAM EVE
Domaine Public
«Proprio perché la natura era un testimone della presenza e dell'azione di Dio, l'uomo nutriva del rispetto a suo riguardo e le riconosceva un valore oggettivo».
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Ora che si è conclusa la 24esima conferenza sul clima dell’Onu (COP24), e visto che un accordo tra gli Stati stenta a vedere la luce, Jean-Claude Larchet, teologo ortodosso, accusa nell’attuale crisi ecologica una crisi spirituale.

Si prevedeva che terminasse lo scorso 14 dicembre la 24esima conferenza sul clima dell’Onu (COP24) che si tiene a Katowice, in Polonia, mentre l’accordo è stato raggiunto solo tre giorni dopo, per essere subito criticato da associazioni ambientaliste internazionali, le quali l’hanno trovato buono nelle intenzioni ma poco utili sul piano pratico. «Le radici della crisi ecologica che attraversiamo attualmente sono molto antiche» dice ad Aleteia Jean-Claude Larchet, teologo ortodosso e autore del libro  Les fondements spirituels de la crise écologique [I fondamenti spirituali della crisi ecologica, N.d.T.]. Secondo lui si tratta anzitutto di una crisi spirituale.

Agnès Pinard Legry: Qual è l’origine della crisi ecologica che attraversiamo?

Jean-Claude Larchet: Le radici della crisi ecologica che attraversiamo attualmente sono molto antiche. E si tratta anzitutto di una crisi spirituale. Fino alla fine del Medioevo c’era, nella società tradizionale occidentale, un senso acuto della sacralità della natura. Poiché vi si percepivano la presenza e l’azione di Dio, l’uomo nutriva del rispetto a suo riguardo. Nel Rinascimento si è sviluppato l’umanesimo e l’uomo ha perduto quel senso di un legame tra Dio e la natura. La natura non è più stata considerata se non come un oggetto, utilizzabile dall’uomo ai suoi propri fini, come un insieme di risorse da sfruttare. Nella medesima epoca è comparsa in Cartesio l’idea che il compito dell’uomo consistesse nel rendersi signore e possessore della natura. L’uomo s’è allora attribuito un potere sulla natura che non era prima riconosciuto se non a Dio, e che non era più nell’ordine del rispetto ma in quello di un dominio e di uno sfruttamento senza limiti. Quest’attitudine si è sviluppata alla fine del XIX secolo e nel XX, con lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura intensiva suscitato dal capitalismo. Fondate sul razionalismo dei Lumières, le scienze hanno rimpiazzato l’approccio intuitivo e contemplativo della natura con un freddo approccio razionalistico, e la tecnica ha trasformato l’uso rispettoso della natura in uno sfruttamento forsennato e devastante delle sue risorse, con uno sviluppo crescente qualificato di “progresso”.

A. P.L.: Che cos’è il progresso?

J.-C. L.: C’è stato un cambiamento considerevole nel modo di concepire il progresso. Prima, nella nostra società occidentale – come in tutte le società dette “tradizionali” – il progresso era concepito come spirituale, si trattava di un progresso interiore. A partire dal Rinascimento, il progresso è diventato un fatto esteriore, impossibile a realizzarsi se non nell’accumulo dei beni, nell’accumulo materiale. C’è stata una trasmutazione, una svalutazione. Siamo passati dalla ricerca di un progresso nell’essere alla ricerca di un progresso nell’avere. Ma questa esteriorizzazione della nozione di progresso aliena completamente l’umanità. Il capitalismo ha imposto quest’idea molto “borghese”, per la quale il benessere consisterebbe in un accumulo di beni materiali e nel godimento di oggetti di consumo continuamente cambiati. La logica della crescita indefinita nella quale ci troviamo non è quella buona per uscire dalla crisi ecologica: bisogna entrare in una logica di decrescita e ritrovare un benessere fondato sullo spirituale attraverso un ritorno ai veri valori.

A. P.L.: Come vede la COP24 sull’applicazione graduale delle risoluzioni di Parigi sul clima e tutto il resto?

J.-C. L.: Tutto questo è positivo: è una buona cosa che la popolazione e gli Stati prendano coscienza delle loro responsabilità. Ma vediamo bene che le loro azioni sono estremamente limitate e che la situazione continua a degradarsi. Ogni Stato persegue uno scopo di sviluppo economico incompatibile con una decrescita che pure è necessaria. Potenti lobbies, nazionali e internazionali, sono più forti degli Stati e si impongono a loro (li vediamo all’opera, ad esempio, quando si tratta di stabilire leggi per limitare l’uso dei pesticidi). Ancora una volta, i nostri problemi si collocano al di là della politica e dell’economia, sono dei veri problemi di civiltà, di modelli di vita. Questi problemi sono relativi a un certo numero di passioni divenute strutturali nella nostra civiltà moderna: l’attaccamento ai beni materiali, l’avidità – cioè il desiderio di avere sempre di più –, l’invidia, il godimento egoistico del mondo… Non si troveranno soluzioni profonde se non riducendo le passioni che ci animano nel nostro sfruttamento della natura.

A. P.L.: Concretamente, che possiamo fare per mettere fine alla crisi ecologica che lei descrive?

J.-C. L.: La soluzione passa per una trasformazione spirituale che deve animare gli individui e che di rimando animerà quindi le società. I cristiani hanno in questo un ruolo proprio da giocare: hanno un senso della trascendenza, un senso della presenza di Dio nella natura, e dunque del rispetto che si deve a questa. Devono ritrovare essi stessi una relazione contemplativa con la natura, un uso eucaristico dei beni che ci sono offerti da lei. Hanno pure la pratica del digiuno e della condivisione, un’esperienza della sobrietà e del sacrificio. Quest’esperienza della sobrietà e della decrescita – che è un’esperienza felice perché si accompagna alla riscoperta dei valori e delle gioie della vita interiore – può essere contagiosa e ricadere sull’insieme della società, perché la società formatta gli individui che la compongono… ma può anche essere a sua volta formattata da questi.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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