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Così riprendo lentamente a vivere dopo la morte di mia figlia 13enne

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Lydia Kirkland - pubblicato il 23/12/18

È il dolore più grande che una persona possa affrontare, ma ci sono sempre modi per amare di nuovo

Ho perso mia figlia Brianna il 24 febbraio 2013. Stava male e l’ho portata in ospedale il giorno prima. Il medico mi ha detto che aveva un virus e di portarla a casa e idratarla, e che sarebbe guarita. La diagnosi era sbagliata, e la mattina dopo ho trovato Brianna morta in camera sua. Si è scoperto che in realtà aveva il diabete di tipo 1. Brianna aveva 13 anni.

Dire che mi ha devastato è riduttivo. Ero in agonia. Ero arrabbiata con Dio per aver permesso una cosa del genere; ero arrabbiata con il mondo perché continuava ad andare avanti; ero arrabbiata con amici e familiari perché non riuscivano a capire, e con me stessa per non essere stata in grado di salvare la mia bambina. Chiunque sa che perdere un figlio è il dolore più grande che si possa affrontare. E vedere tuo figlio sopravvissuto piangere la propria sorella defunta ti fa sentire ancor più impotente.

Dopo la morte di Brianna ho trovato una poesia che aveva scritto e in cui parlava del fatto di riempire i secchi (la vita) degli altri. Scriveva che nessuno dovrebbe avere un secchio vuoto, perché abbiamo tutti qualcosa da donare. Un anno dopo aver trovato quella poesia e dopo averla riletta fino allo sfinimento ho deciso di avviare un’opera caritativa a suo nome chiamata Filling Buckets for Brianna (Riempire Secchi per Brianna). L’organizzazione aiuta i genitori che hanno perso un figlio a sostenere le spese del funerale e della lapide. Ho deciso di continuare a riempire i secchi degli altri partendo da dove Brianna aveva interrotto.

Ci sono state molte cose di cui ho cercato di discutere con Dio, anche dopo aver avviato l’opera caritativa, ma a un certo punto è cambiato qualcosa. Non posso dirvi cosa abbia provocato il cambiamento o quando si sia verificato esattamente, ricordo soltanto di non essere più stata tanto arrabbiata. Ho iniziato a smettere di biasimare tutto e tutti – Dio, il medico, il mondo e me stessa. Non la chiamerei accettazione – non sono sicura di come si possa chiamare –, ma penso che ormai sto camminando con il dolore anziché rifuggirlo.

Sono molte le cose che sto ancora imparando sul dolore. Credo che sia un processo di apprendimento permanente. Una cosa importante che ho imparato è il fatto di avere speranza grazie a Dio, che ci dà un potere spesso non sfruttato che ci offre la capacità di andare avanti. Nel dolore si possono trovare il potere dell’amore e una nuova prospettiva, se solo li si cerca. Si impara ad essere grati per il tempo che si ha. Si capisce che tutte le cose materiali del mondo non significano niente. Si capisce che si è ancora lì, che si è più potenti di quanto si creda e che gli altri hanno bisogno di noi. Se ci doniamo possiamo guarire gli altri, e anche noi stessi.

Noi che abbiamo perso dei figli capiamo davvero l’amore che non muore, e che grande prospettiva riuscire a coglierlo in questo mondo! Sappiamo che le cose migliori della vita sono gratis – amore, gioia, pace, famiglia e amici –, e che la vita offre l’opportunità di essere una luce per qualcun altro.

Come i nostri figli hanno lasciato un segno in noi, noi possiamo lasciare il nostro sugli altri.

Coraggio, siate pazienti con voi stessi e riuscirete a riprendervi.

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