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Padre Cantalamessa: “Dio accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”

FATHER RANIERO CANTALAMESSA
Antoine Mekary | ALETEIA
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Nella terza predica di Avvento, il predicatore della Casa Pontificia incentra la propria riflessione su Gesù Cristo, che “non è solo il rivelatore del Dio vivente”. “È lui stesso il Dio vivente”

Il Dio vivente è la vivente Trinità, abbiamo detto l’ultima volta. Ma noi siamo nel tempo e Dio è nell’eternità. Come superare questa “infinita differenza qualitativa”? Come gettare un ponte su un tale abisso infinito? La risposta è nella solennità che ci apprestiamo a celebrare: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.

Tra noi e Dio – ha scritto il grande teologo bizantino Nicola Cabasilas- si ergevano tre muri di separazione: quello della natura perché Dio è spirito e noi siamo carne, quello del peccato, quello della morte. Il primo di questi muri è stato abbattuto nell’incarnazione, quando natura umana e natura divina si sono unite nella persona di Cristo; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte nella risurrezione1. Gesù Cristo è ormai il luogo definitivo dell’incontro tra il Dio vivente e l’uomo vivente. In lui, il Dio lontano si è fatto vicino, è divenuto l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Il cammino di ricerca del Dio vivente che abbiamo intrapreso in questo Avvento ha avuto un precedente illustre: “L’itinerario della mente a Dio” (Itinerarium mentis in Deum) di san Bonaventura. Come filosofo e teologo speculativo, egli individua sette gradini per i quali l’anima ascende alla conoscenza di Dio. Essi sono:

La visione di lui attraverso i suoi vestigi nell’universo.

La contemplazione di Dio nei vestigi suoi in questo mondo sensibile.

La contemplazione di Dio attraverso la sua immagine impressa nelle facoltà naturali.

La contemplazione di Dio nella sua immagine rinnovata dai doni di grazia.

La contemplazione della divina unità nel suo primo nome che è l’Essere

La visione della beatissima Trinità come il Bene.

Il rapimento mistico dell’anima in cui cessa l’opera dell’intelletto mentre l’amore trapassa totalmente in Dio.

Dopo aver passato in rassegna i vari mezzi che abbiamo per elevarci alla conoscenza del Dio vivente e i “luoghi” dove possiamo incontrarlo, san Bonaventura giunge alla conclusione che il mezzo definitivo, infallibile e sufficiente è la persona di Gesù Cristo. Così termina infatti il suo trattato:

Orbene: all’anima non rimane che andare al di là di tutto questo con la contemplazione, e passar oltre il mondo sensibile, non solo, ma persino oltre se stessa. In questo passaggio Cristo è via e porta; Cristo è scala e veicolo come propiziatorio posto sopra l’arca di Dio e sacramento nascosto nei secoli.

Il filosofo Blaise Pascal, nel suo famoso Memoriale, giunge alla stessa conclusione: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe “lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”. Il motivo di ciò è semplice: Gesù Cristo è “il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). La Lettera agli Ebrei fonda su questo la novità del Nuovo Testamento:

“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Ebr 1, 1-2).

Il Dio vivente non ci parla più per interposta persona, ma di persona perché il Figlio “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Ebr 1,3). Questo dal punto di vista ontologico e oggettivo. Dal punto di vista esistenziale, o soggettivo, la grande novità è che ora non è più l’uomo che, “a tentoni” (Atti 17, 27), va alla ricerca del Dio vivente; è il Dio vivente che scende alla ricerca dell’uomo, fino a dimorare nel suo stesso cuore. È lì che d’ora in poi lo si può incontrare e adorare in spirito e verità: “Se uno mi ama, dice Gesù, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”

Chi ha fatto di questa verità –cioè che Gesù Cristo è il supremo rivelatore del Dio vivente e il “luogo” dove si entra in contatto con lui – il cuore del suo vangelo è Giovanni. Ci affidiamo a lui perché ci aiuti a fare della ricerca del Dio vivente qualcosa di più che una semplice “ricerca”, ma una “esperienza” di lui, ad averne non solo la conoscenza, ma un vivo “sentimento”.

Per non perdere la forza e immediatezza della sua testimonianza ispirata, evitiamo di imporre ai testi qualsiasi cornice interpretativa. Passiamo semplicemente in rassegna le parole più esplicite nelle quali è Gesù stesso che si presenta come il definitivo rivelatore di Dio. Ognuna di queste parole è capace, da sola, di portarci sull’orlo del mistero e farci affacciare su un orizzonte infinito.

Giovanni 1, 18: “Dio, nessuno lo ha mai visto:il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,è lui che lo ha rivelato”. Per comprendere il senso di queste parole, bisogna rifarsi a tutta la tradizione biblica sul Dio che non si può vedere senza morire. Basta leggere Esodo 33, 18-20: “Gli disse (Mosè): «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo».

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