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Tanguy, un giovane puledro «dotato assai per la felicità»

© Léonard de La Seiglière
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Tanguy de La Seiglière, morto nel 2015 all'età di 13 anni, era un adolescente pieno di vita che ha segnato quelli che l'hanno conosciuto con la propria profondità spirituale e la sua semplicità. Anne e Léonard, i suoi genitori, si sono raccontati ad Aleteia.

«C’era in lui una forza allucinante». Né aereo – malgrado la sua passione per gli aeroplani – né disincarnato, Tanguy de La Seiglière era in tutto e per tutto un adolescente della sua età, pieno di passione per la vita e desideroso di morderla a fondo. Era malato, sì, ma la sua vitalità non ha lasciato indenni quelli che l’hanno costeggiato. Molto furbo, intuitivo e filosofo, rideva di tutto.

Era un ragazzino molto dotato per la felicità, e al tempo stesso distaccato. Era sempre al limite dell’insolenza, bizzarro, allegro, con una risposta pronta da restarci secchi,

esclama sorridente sua madre Anne, capelli castani appena sulle spalle. Morto il 15 dicembre 2015 all’età di 13 anni, ha lasciato dietro di sé una traccia durevole. Terzo di quattro figli, colpito da una malattia genetica, il ragazzino ha portato un busto da quando aveva tre anni. Operato più volte per dei tumori, ha sfiorato la morte a varie riprese.

Nel maggio 2015, tuttavia, gli eventi sono precipitati: la recidiva di un tumore situato nella schiena. Dal mese di settembre i medici avevano riconosciuto che non avrebbero potuto guarire Tanguy. Ne è seguito un cammino di tutta la famiglia per accompagnare l’adolescente fino alla morte – e per lasciarsi accompagnare da lui – senza tuttavia rinunciare alla vita. Appassionato di aviazione, Tanguy sognava basi aeree, voli, brevetti.

Volare è il mio sogno! […] L’aviazione la mia passione: ci penserò forse un’ora e mezza al giorno,

scriveva col bell’entusiasmo della sua giovane età. Suo padre Léonard, barba e capelli brizzolati, racconta:

Visto che stava morendo lo abbiamo sfinito, abbiamo fatto una marea di cose. È stato bellissimo.

Senza batter ciglio, Tanguy è allora andato a visitare la Charles De Gaulle col padre grazie a un aereo noleggiato appositamente per l’occasione: pilotare un aereo da caccia al fianco di Hervé de Saint-Exupéry, il nipote diretto del “Principe dei piloti”, pregare la Vergine a Lourdes con i genitori e i fratelli… E altrettanti eventi che sembrano il segno di un desiderio matto di vivere.

© Léonard de La Seiglière

«Vorrei che tutti i genitori possano percepire la grazia dei loro figli»

Anne e Léonard testimoniano di aver avuto ciascuno una relazione peculiare con il loro figlio.

Per quanto riguarda Anne, si trattava di un tipo di affetto molto viscerale – riconosce Léonard –, carnale. In qualità di padre, ero più nel fare, nel dire “andiamo!”. Questo mi ha permesso di capire meglio il posto di Giuseppe nei Vangeli. È lui che rende le cose possibili, che si rallegra di assistere alla comunione tra il Figlio e la Madre.

Due relazioni innegabilmente complementari: «Un figlio è sempre una grazia per una famiglia», sottolinea padre Thomas Binot, parroco di Garches dal 2002 al 2007, che conosce bene la famiglia La Seiglière.

Gli eventi hanno dato una risonanza a questa particolare grazia. I genitori di Tanguy hanno potuto misurare questa grazia più di altri grazie alla malattia che ha permesso di percepirla con maggiore acutezza. Auspico che tutti i genitori possano percepire la grazia dei loro figli, anche senza malattia.

«La morte è solo un gradino»

Oggi Anne e Léonard de La Seiglière non si nascondono: sono stati edificati dal figlio. Non ne fanno un santino ma riconoscono in lui una persona luminosa che si è rivelata un dono per tutta la famiglia, attraversando la prova della malattia con un coraggio mescolato a una profonda fiducia in Dio. «Dal di fuori va bene. All’interno, mi agito come un cane», confidava un giorno. Anna dice:

Aveva la capacità di creare una relazione unica con ciascuno, accordandogli tutta la sua attenzione. Aveva sempre una battuta pronta per riportarci al bello, al buono.

E poi Léonard rincara la dose:

Ci ha smossi, ci ha resi migliori. Eravamo i suoi genitori, lo educavamo, ma è stato lui a istruirci e ad elevarci. Tutto gli è stato dato e tutto gli è stato tolto.

Anche se restare saldi mentre si avvicinava la sua morte è stata una tappa per forza di cose dolorosa.

Parlare della morte col figlio non è una cosa naturale. È un cammino difficile, le parole si fanno rare. Riuscirci è una prodezza tecnica – spiega Anne –. Non è stato più facile perché avevamo la fede: eppure è stato liberatorio. Parlare in verità della morte, non nasconderla, neanche al proprio figlioletto, permette di entrare in una relazione così vera che libera.

Questa scelta di trasparenza ha dato luogo a begli scambi tra Tanguy e i suoi genitori. Una sera, mentre suo padre dichiarava a Tanguy che sarebbero rimasti in contatto malgrado la sua dipartita per il cielo, il piccolo gli ha risposto:

Papà, non ci sono due vite – una sulla terra e una in Cielo –. Ce n’è una sola. È la stessa. La morte è solo un gradino.

La vita eterna, un’evidenza “assoluta” per lui

Due cose mi hanno colpito in lui – prosegue padre Thomas Binot –. Anzitutto, la gestione molto nobile della sua malattia, che però nei bambini della sua età non è una cosa rara. Aveva una capacità di cogliere tutto ciò che di buono c’era nell’esistenza, e di dargli valore. Era discreto nella sua malattia: ciò che gli interessava era quel che poteva fare e quel che non poteva fare. A questo si accompagnava una fede assoluta e incrollabile nella vita eterna. Ed è cosa parecchio più rara.

Un elemento corroborato da Léonard: «La vita eterna era per lui un’evidenza as-so-lu-ta», scandisce il padre. E di nuovo il prete:

Era un ragazzino della sua età con una maturità spirituale fuori dal comune. La malattia ha fatto da cassa di risonanza a un’attitudine che era già sua. C’era una comprensione delle sfide della vita e uno humour irresistibile che bisognava saper accogliere. Vi introduceva alla sua malattia come se intendesse smorzare l’imbarazzo con lo humour. Si avvertiva una personalità forte.

© Léonard de La Seiglière
Tanguy avec ses parents, ses frères et sa sœur.

E prosegue citando un aneddoto che si collega di solito alla vita del giovane san Domenico Savio. Mentre era nella scuola di san Giovanni Bosco, il celebre educatore gli avrebbe domandato: «Dimmi, piccolo, che cosa faresti se sapessi di dover morire stasera?». E il bambino avrebbe allora risposto semplicemente: «Continuerei a giocare».

Ho ritrovato in Tanguy la medesima attitudine. Aveva già fatto le sue scelte e restava in quella logica. Aveva percepito di essere chiamato alla santità e camminava verso questa meta, con la convinzione di fede che Dio voleva irradiarsi a partire da lui. Era una comprensione della santità che non è l’eroismo che di solito vi intendiamo, quasi una cosa da extraterrestri. In lui la cosa accadeva tramite il peso della giornata e del quotidiano. Credo che abbia vissuto nella santità nel senso che si è lasciato amare da Dio, e che questa vita con Dio si riflettesse nella sua vita.

«Non giocava al santo»

«Quel che lascia stupefatti è che avesse sì una fede viva, ma nient’affatto sovraccarica. Aveva la franchezza e la vivacità di un ragazzino della sua età. Non giocava al santo. Se si arrabbiava, lo mostrava,

spiega un altro prete che celebrava talvolta la messa nella casa della famiglia, quando Tanguy non poteva spostarsi. Perché questo ragazzino scherzoso non esitava a fare i dispetti alla sorella, cosa che – come si capisce – fa parte dell’impiego del tempo di ogni fratello che si rispetti.

Vedo come una maturità spirituale che è sovente data con la prova – prosegue il prete –. La prova fa maturare i bambini più rapidamente e conferisce loro una certa gravità. E al contempo, restano capaci di non prendersi sul serio. Tanguy aveva i progetti di un bambino della sua età. Si sentiva un’intelligenza viva. Era fine, divertente nelle risposte e nelle osservazioni. Aveva i suoi limiti, i suoi combattimenti interiori, senza dubbio. Però si confessava con franchezza e semplicità. Questo irradiamento non è disincarnato.

Un irradiamento che ha colpito la sua famiglia e i suoi cari. «Dalla sua dipartita mi sento forte», confida Léonard. Anne, per evocare i suoi sentimenti, sceglie invece di parlare di una “forza” mescolata alla “fragilità”.

Avevamo a cuore di non dimenticare i suoi fratelli e le sue sorelle. Egli vive nel loro amore per la vita, per la loro pugnace tenacia di fronte alle prove. Questo ha dato una coesione, una forza, una potenza d’amore alla nostra famiglia.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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