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Notizie dal mondo: martedì 18 dicembre 2018

CHINESE PRESIDENT XI JINPING
By Kaliva | Shutterstock
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  1. Xi Jinping: Nessuno dica ai cinesi cosa fare

«Nessuno è nella posizione di dettare ai cinesi cosa debba o non debba essere fatto.» Questo il netto avvertimento lanciato martedì 18 dicembre dal presidente della Repubblica Popolare della Cina e segretario generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, nel suo atteso discorso pronunciato in occasione del 40esimo anniversario del processo di «Riforma e apertura» introdotto da Deng Xiaoping nel 1978. Allo stesso tempo, Xi ha voluto rassicurare il mondo che la Cina non cerca di dominare. «Lo sviluppo della Cina non costituisce una minaccia per nessun altro Paese», ha sottolineato Xi, il quale ha aggiunto che il suo Paese «non cercherà mai l’egemonia». Il presidente ha anche reso omaggio a dieci personalità straniere, che hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo della Cina, tra cui anche un francese (Alain Mérieux) e un tedesco (Werner Gerich).

Negli ultimi quattro decenni, il più popoloso Paese al mondo ha conosciuto senz’altro una trasformazione straordinaria, come ricorda il sito BBC Mundo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 1978 al 2018 il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Cina è balzato da 150 miliardi di dollari a ben 12.240 miliardi di dollari. Il Paese paga però anche un prezzo «ambientale» per questo sviluppo. Mentre nel 1977 c’erano a Pechino ad esempio appena 77.000 automobili, oggi questo numero è salito a 8,54 milioni. Nello stesso arco di tempo, la Cina è diventata anche uno dei principali consumatori di energia del globo.

  1. Ungheria: continuano le proteste contro la legge «schiavitù»

In Ungheria non si placano le proteste di piazza contro la nuova legge sul lavoro promossa dal partito nazionalconservatore Fidesz del primo ministro Viktor Orbán. La norma, che è stata approvata mercoledì 12 dicembre dal parlamento di Budapest, consente ai datori di lavoro di chiedere ai loro dipendenti di prestare fino a 400 ore di lavoro straordinario l’anno (rispetto alle 250 ore attuali), ma pagato in tre anni. La norma, già soprannominata «legge sulla schiavitù», implica che la settimana lavorativa possa essere prolungata fino a 48 ore, ossia una settimana lavorativa di sei giorni, così spiega El Mundo. L’obiettivo della legge è rimediare alla mancanza di manodopera nel Paese, noto per la sua attuale politica anti-immigrazione.

Mentre i manifestanti hanno gridato ad esempio «Vik-ta-tor», cioè la fusione tra le parole «Viktor» e «dittatore», come riporta la CNN, la protesta è riuscita per la prima volta ad unire le forze dell’opposizione in Ungheria, così sottolinea Gabr Gyori, del pensatoio o «think tank» Policy Solutions, citato da El Mundo. Secondo un sondaggio, persino il 63% dei seguaci di Orbán respingerebbe la nuova norma, una percentuale che tra i critici del premier, al potere dal 2010, salirebbe al 95%. Ad alimentare ulteriormente lo scontento dei manifestanti è una seconda legge, destinata a creare un sistema parallelo di tribunali amministrativi, sotto il diretto controllo del ministro della Giustizia. Le nuove corti si occuperanno oltre a questioni amministrative anche di temi come corruzione e diritto di manifestare. Secondo Cas Mudde, professore della University of Georgia, citato dal New York Times, la riforma «completa la transizione dell’Ungheria da democrazia liberale a “regime autoritario competitivo”».

  1. SIPRI: la militarizzazione dell’Arabia Saudita

In un articolo di approfondimento pubblicato il 14 dicembre sulla propria pagina Internet, l’Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace (meglio conosciuto con la sigla inglese SIPRI) si sofferma sulla militarizzazione dell’Arabia Saudita e sul coinvolgimento del Paese nei conflitti in Medio Oriente. Oltre alla «proxy war» (guerra per procura) in Yemen, dove è in corso la peggiore crisi umanitaria del globo, Riad è anche attiva nel conflitto in Siria, dove sostiene i ribelli, e cerca inoltre di aumentare il suo influsso in Libano, ricorda l’autore, Pieter D. Wezeman.

Secondo i dati del SIPRI, Riad è al terzo posto per quanto riguarda la classifica mondiale delle spese per difesa. Con 2.107 dollari, la spesa militare pro capite dell’Arabia Saudita è stata nel 2017 superiore a qualsiasi altro Paese del mondo, così continua il SIPRI. Anche se il Paese mira a creare una propria industria bellica, continuerà a dipendere «in larga misura» dalle importazioni di armi e sistemi di armamento dall’estero. Mentre Riad ha diversificato nel corso degli ultimi anni le proprie fonti di approvvigionamento di armi, acquistando ad esempio droni cinesi – cfr. il South China Morning Post di mercoledì 18 dicembre –, i maggiori fornitori rimangono i Paesi occidentali, anche se alcuni, come Olanda e Germania, hanno imposto delle restrizioni in seguito al conflitto in Yemen.

Mentre la mancanza di trasparenza rende difficile capire se le spese militari da parte di Riad siano determinate da motivi difensivi o invece offensivi, da considerazioni solo strategiche o anche di prestigio, o da giochi di potere interno, secondo il SIPRI una cosa è chiara: il Paese non si accontenta più solo di accumulare armi, ma le sta attualmente usando «su larga scala in un’operazione offensiva in Yemen».

  1. Marijuana: meno innocua di quanto si pensi per la salute mentale dei giovani

Fumare cannabis costituisce un rischio più che mai per la salute mentale delle giovani generazioni, perché la marijuana moderna contiene più THC o tetraidrocannabinolo, cioè il principio psicoattivo o psicotropo che produce lo «sballo», così avverte il quotidiano The Daily Mail (17 dicembre), che presenta i risultati di due nuove ricerche condotte negli Stati Uniti. Da un primo studio effettuato da ricercatori della Iowa State University, della Brown University e della University of Michigan emerge che consumatori di ceppi superpotenti di marijuana sono 2,5 volte più a rischio di sviluppare un disturbo legato all’uso della sostanza. Da una seconda ricerca, condotta da studiosi della Harvard University, risulta che più del 40% degli studenti delle superiori presentano almeno un «sintomo psicotico» quando consumano marijuana.

In un secondo articolo, sempre pubblicato il 17 dicembre, il Daily Mail ritorna sul legame tra marijuana e schizofrenia, e si sofferma su uno studio della Johns Hopkins University, i cui ricercatori hanno forse scoperto il meccanismo responsabile dell’esordio di schizofrenia in adolescenti già geneticamente predisposti che consumano la sostanza. Da una ricerca su topi è emerso che l’interazione tra il THC e un gene può innescare in animali «adolescenti» un’infiammazione cerebrale. Se applicabile all’uomo, allora sarà possibile mettere a punto   trattamenti antinfiammatori più sicuri per prevenire le conseguenze a lungo termine dell’uso della marijuana, ha dichiarato il dottor Mikhail «Misha» Pletnikov, professore di Psichiatria presso la Johns Hopkins.

  1. Reporter senza frontiere: 80 giornalisti uccisi nel mondo nel 2018

Dopo tre anni di calo, è aumentato nel 2018 il numero di giornalisti uccisi nel mondo. Lo rivela il bilancio relativo all’anno che sta per concludersi diffuso martedì 18 dicembre da Reporters sans frontières (Reporter senza frontiere o RSF). Quest’anno 80 tra giornalisti professionisti (63), non professionisti (13) e collaboratori dei media (4) hanno infatti perso la vita, così rivela l’organismo, un aumento importante rispetto al 2017, quando erano stati in totale 65, di cui 55 giornalisti professionisti. Altri 348 giornalisti sono attualmente incarcerati (nel 2017 erano 326) e 60 sono tenuti in ostaggio, continua RSF. «Le violenze contro i giornalisti hanno raggiunto un livello inedito quest’anno», ha dichiarato il segretario generale dell’organizzazione, il francese Christophe Deloire.

Con 15 morti il Paese più letale per il giornalismo è stato l’Afghanistan, seguito poi dalla Siria (11 vittime) e il Messico (9 vittime). In seguito alla sparatoria contro la redazione della Capital Gazette ad Annapolis, nel Maryland, in cui nel giugno scorso 4 giornalisti e una collaboratrice hanno perso la vita, quest’anno anche gli USA risultano tra i Paesi più letali per gli operatori dei media. Dei 348 giornalisti dietro le sbarre, più della metà sono incarcerati in soli cinque Paesi: Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina. Quest’ultimo Paese, così osserva RSF, rimane «la più grande prigione del mondo», con 60 giornalisti incarcerati, dei quali tre quarti non professionisti.

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