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Convertirsi al cattolicesimo: la più grande tentazione di Michel Houellebecq

MICHEL HOUELLEBECQ
BORIS ROESSLER I DPA
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«Resto persuaso che ogni felicità sia essenzialmente religiosa», spiegava Michel Houellebecq nel 1996 in un’intervista con Sébastien Lapaque per la rivista Immédiatement. La sensazione di essere in pace con il mondo, legato agli altri grazie a Dio, è per lui un ideale – quantunque gli paia impossibile raggiungerlo. Aleteia vi dice di più su questo aspetto sconosciuto dell’autore, che il prossimo 4 gennaio pubblicherà il suo prossimo romanzo, Sérotonine, il cui contenuto resta momentaneamente segreto.

Con le sue descrizioni crude, Houellebecq è un autore repellente per parecchi cristiani. È vero che può mostrare alcune dimensioni della nostra epoca più facili a disgustarci che a darci motivi di speranza. Ma non per questo si deve credere che sia anticattolico. Anzi è proprio il contrario, quando si leggono le pagine di questo autore che un anno fa si diceva impressionato dal notevole ritorno del cattolicesimo.

Houellebecq, autore cattolico?

Così lo scrittore spiega in un’intervista con Agathe-Novak Lechevalier: «Sono cattolico in quanto mostro l’orrore di un mondo senza Dio». Si ritrova qui il grande tema pascaliano: la coscienza della miseria dell’uomo senza Dio è un preambolo alla scoperta della grandezza dell’uomo con Dio. L’uomo è grande nella misura in cui riconosce la propria miseria davanti a Dio. Houellebecq precisa del resto di essere stato profondamente segnato da Pascal, che per lui ha costituito una rivelazione. A riguardo parla di “choc definitivo”.

Si capisce meglio perché la sua prosa possa respingere certi cristiani: Houellebecq mostra un mondo nel quale Dio sembra totalmente assente, quasi impensabile. Eppure, vi si sente molto presente la nostalgia di un’altra maniera di vivere, nella quale Dio abbia tutto il suo posto, donde possa infondere pace e armonia di fronte all’esistenza. Lo si nota molto nella sua poesia, per esempio in questo componimento che va dal disgusto del mondo alla ricerca di Dio:

È vero che questo mondo in cui respiriamo male
non c’ispira più niente se non un manifesto disgusto,
una voglia di scappare via senza aspettare nemmeno il resto,
e non leggiamo neanche più i titoli dei giornali.

Vogliamo ritornare all’antica dimora
in cui i nostri padri vissero sotto l’ala d’un arcangelo,
vogliamo ritrovare quella stramba morale
che santificava la vita fino all’ora estrema.

Vogliamo qualcosa come una fedeltà,
come uno slancio di dolci dipendenze,
qualcosa che oltrepassi e contenga l’esistenza;
non possiamo più vivere lungi dall’eternità.

Michel Houellebecq, La ricerca della felicità

La conversione al cattolicesimo, tema houellebecquiano

Poché Michel Houellebecq considera che ogni «felicità sia essenzialmente religiosa», si comprende perché la conversione sia un tema che innerva tutta la sua opera. Nel suo primo romanzo, Estensione del dominio della lotta, un prete invita il narratore a convertirsi al cattolicesimo; ne Le particelle elementari, il narratore racconta: «Ho fatto un tentativo di diventare cattolico»; in La carta e il territorio, il narratore immagina un Michel Houellebecq che si è convertito al cattolicesimo appena prima di morire; infine, in Sottomissione, l’eroe tenta di convertirsi, dietro all’esempio di Huysmans, prima di desistere.

Il cattolicesimo costituisce dunque un vero oggetto di fascino, per Houellebecq. Del resto, a On n’est pas couché [fortunata trasmissione televisiva presentata da Laurent Ruquier, che va in onda su France2 ogni sabato sera verso le 23, N.d.T.] ha rivelato: «Ho tentato non poco di convertirmi al cattolicesimo, ma non ci sono riuscito».

Ciò che colpisce nei suoi romanzi: quei ripetuti slanci verso la fede cattolica, con ogni volta l’impossibilità di andare fino in fondo. Certo, in La carta e il territorio la conversione riesce, ma non lo si apprende che alla morte dell’autore. In Sottomissione, al contrario, una conversione al cattolicesimo sincera e pia fallisce:

La mattina successiva, dopo aver caricato la mia automobile, dopo aver pagato l’hotel, tornai alla cappella Notre-Dame, che in quel momento era deserta. La Vergine attendeva nell’ombra, calma e immarcescibile. Possedeva una signoria feudale, possedeva la potenza, ma a poco a poco sentivo che perdevo il contatto, che ella si allontanasse nello spazio e nei secoli, mentre mi mettevo seduto sul mio banco, raggrinzito, ristretto. In capo a una mezz’ora mi rialzai, definitivamente disertato dallo Spirito, ridotto al mio corpo malconcio, perituro, e ridiscesi tristemente la scalinata dirigendomi al parcheggio.

Dall’ateismo all’agnosticismo… fino al cattolicesimo?

Se la conversione al cattolicesimo sembra votata al fallimento, essa appare per l’autore di Sottomissione come una delle grandi possibilità dell’esistenza. È per questa ragione che a oggi rivendica lo statuto di “agnostico” e non più quello di ateo. In altri termini, lo scrittore rifiuta di negare o di affermare l’esistenza di Dio, ma preferisce considerare che non esista una risposta definitiva a questa domanda. La sua opera punta allora a contemplare l’orrore del mondo per trovare in questo stesso atto di contemplazione estetica una forma di consolazione, come spiega Agathe Novak-Lechevalier nella sua opera Houellebecq, l’Art de la Consolation [saggio non tradotto in italiano, N.d.T.].

Eppure si sente una vera ricerca di Dio che opera nei suoi romanzi. Questa evoluzione è già considerevole in rapporto all’inizio di un lavoro che vedeva condannato il cattolicesimo. Michel Houellebecq immaginava allora l’apparizione di una nuova religione che lo sostituisse. L’importanza della figura di Huysmans è del resto sintomatica. Egli fa parte di quegli scrittori del rinnovamento cattolico della fine del XIX secolo, influente fino al periodo tra le guerre. Quello che allora gli manca – a quanto pare – è la coscienza della credibilità del cattolicesimo e della sua compatibilità con la scienza contemporanea e con la visione moderna della verità. Eppure ricorda l’importanza dell’apologetica, o di ciò che Denis Moreau chiama – parafrasando san Pietro – “rendere ragione della propria fede”.

Michel Houellebecq è la prova che una sincera ricerca di Dio serpeggia nella società: sta ai cattolici mostrare che il cristianesimo risponde alle esigenze della razionalità moderna, così come aveva fatto Frédéric Guillaud nel suo Essai sur la vérité du christianisme [saggio non tradotto in italiano, N.d.T.].

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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