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Notizie dal mondo: giovedì 13 dicembre 2018

Shutterstock/VGstockstudio
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  1. La Cina arresta un secondo cittadino canadese

In seguito all’arresto della direttrice finanziaria del colosso tecnologico Huawei, Meng Wanzhou, sospettata di aver aggirato le sanzioni americane contro l’Iran, Pechino aveva avvertito il Canada delle gravi conseguenze qualora la giovane donna e figlia del fondatore della società non fosse stata liberata. Come ritorsione la Cina ha arrestato lunedì 10 dicembre l’ex diplomatico canadese Michael Kovrig. Secondo Pechino, l’attuale consulente dell’International Crisis Group rappresenterebbe infatti un pericolo per la sicurezza. Nel frattempo Pechino ha arrestato anche un secondo cittadino canadese. Si tratta dell’imprenditore Michael Spavor, capo del Paektu Cultural Exchange. Secondo Bernhard Zand, sullo Spiegel Online, l’arresto dei due canadesi «completamente estranei» al caso Huawei conferma il carattere «spietato» del regime cinese.

In attesa di un’eventuale estradizione verso gli Stati Uniti, un giudice a Vancouver, William Ehrcke, ha concesso la libertà vigilata a Meng Wanzhou dietro il pagamento di una cauzione fissata a 10 milioni di dollari canadesi, cioè circa 7,4 milioni di dollari statunitensi. La CFO di Huawei deve anche consegnare i suoi passaporti (quello cinese e quello di Hong Kong), non può allontanarsi da Vancouver e deve indossare un dispositivo GPS.

  1. UE: approvato il «più grande» accordo di libero scambio del mondo con il Giappone

Con 474 voti favorevoli, 152 contrari e 40 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato mercoledì 12 dicembre ciò che viene definito il «più grande» accordo di libero scambio del mondo con il Giappone. Con l’enorme «trade deal», che dovrà entrare in vigore il 1° febbraio prossimo ed era già stato approvato dal Parlamento giapponese, verrà creata infatti un’area di libero scambio che coprirà circa un terzo del PIL mondiale e interesserà circa 635 milioni di persone, ricorda la Deutsche Welle.

«L’accordo non solo manda un segnale al mondo. È anche estremamente avanzato per quanto riguarda l’apertura dei mercati», così ha dichiarato la commissaria europea per il commercio, la svedese Cecilia Malmström, citata dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun. Nell’ambito dell’«EU-Japan Economic Partnership Agreement», Bruxelles eliminerà i dazi del 10% sulle auto giapponesi e del 3% sulla maggior parte dei ricambi auto, mentre Tokyo quelli del 30% circa sui formaggi europei e del 15% sui vini, un elemento che interesserà senz’altro i produttori italiani. Il «Paese del Sol Levante» apre anche il suo mercato degli appalti pubblici all’Europa. Sabato 8 dicembre la coalizione di governo del premier Shinzo Abe ha approvato una nuova legge, che permette l’arrivo di migliaia di lavoratori stranieri.

  1. Italia: aumentano i laureati che si trasferiscono all’estero

Aumenta il numero di laureati italiani che decidono di lasciare il «Bel Paese» per trasferirsi all’estero. Il dato emerge dal rapporto «Mobilità interna e migrazioni internazionali della popolazione residente – Anno 2017», diffuso giovedì 13 dicembre dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT). Nel corso del 2017, più di un italiano su due (il 52,6%) emigrato all’estero era infatti in possesso di un titolo di studio medio-alto, così si legge nel rapporto. Circa 33.000 erano diplomati e altri 28.000 avevano una laurea in tasca. Mentre il numero dei diplomati è rimasto pressoché uguale rispetto all’anno precedente, l’ISTAT ha registrato invece un «lieve aumento» per quanto riguarda i laureati che sono andati a vivere e lavorare all’estero: il loro numero è cresciuto del 3,9% nell’arco del 2017. Nel quinquennio 2013-2017, sono stati più di 156.000 i diplomati e i laureati italiani che hanno mollato tutto e sono emigrati all’estero. Tra i motivi che li hanno spinti a lasciare il Paese c’è anche l’andamento negativo del mercato del lavoro in Italia.

Nel complesso, tra le mete preferite dei cosiddetti «expat» italiani spicca per quanto riguarda l’Europa sempre il Regno Unito (21.000 nell’arco del 2017), seguito poi dalla Germania (quasi 19.000) e dalla Francia (12.000 mila). Una «new entry» tra le 15 destinazioni principali è il Portogallo: si colloca al 13° posto con 1.614 espatriati, di cui quasi due terzi (il 62%) hanno più di 55 anni. Tra le destinazioni non europee, complessivamente 13.500 italiani hanno scelto di andare a vivere in Brasile, Canada o negli USA. Più di 2.000 si sono trasferiti in Australia e più di 1.000 negli Emirati Arabi.

  1. Le Hawaii sono lo Stato «più sano» degli USA

Le Isole Hawaii sono lo Stato «più sano» di tutti gli USA. Lo scrive il Daily Mail, che presenta i risultati della 29esima edizione del rapporto «America’s Health Rankings». E’ anche la quinta volta in sei anni che le Isole Hawaii – chiamate anche l’«Aloha State» – guidano la classifica, così osserva il quotidiano. A completare la «top five» sono Massachusetts, Connecticut, Vermont e Utah. All’altra estremità della classifica troviamo dal 46° al 50° posto i seguenti Stati meridionali: Arkansas, Oklahoma, Alabama, Mississippi e Louisiana. Tra le cause che spiegano l’ultimo posto della Louisiana è l’elevato tasso di povertà infantile: il 28%, rispetto alla media nazionale di 18,4%.

Dal rapporto emerge inoltre che l’obesità continua ad aumentare Oltreoceano: nel corso del 2017 la prevalenza dell’obesità ha superato infatti per la prima volta il 30% della popolazione adulta. Nel 2017 è aumentata del 5%, passando dal 29,9% al 31,3% degli adulti. La fascia di età più colpita è quella dai 45 ai 64 anni: il 35,6% di loro è obeso. Secondo una nuova ricerca condotta dall’Università di Harvard e dall’Imperial College London, essere sovrappesi o obesi causa il 4% dei tumori in tutto il mondo, così ricorda sempre il Daily Mail.

  1. NOAA: Preoccupa lo stato di salute dell’Artico

L’artico non sta bene. Anzi, si potrebbe dire che il paziente ha la febbre alta. A suggerirlo è l’«Arctic Report Card 2018», elaborata dall’agenzia federale americana NOAA (l’acronimo sta per Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica) e presentata martedì 11 dicembre a Washington. Dai dati contenuti nel rapporto emerge che il 2018 è stato il secondo anno più caldo mai registrato nell’Artico dal 1900. Inoltre, nel corso del 2018 il ghiaccio marino artico è rimasto anche più giovane, più sottile e ha coperto una superficie minore rispetto al passato. Secondo Emily Osborne, del programma di ricerca artica dell’agenzia, la regione è in una fase di transizione «senza precedenti nella storia dell’umanità», così segnala la Deutsche Welle. Nonostante l’aumento della vegetazione dei pascoli, le popolazioni di caribù e renne selvatiche sono diminuite quasi del 50% negli ultimi due decenni.

L’impatto del riscaldamento dell’Artico si farà sentire a livello globale, così avvertono gli autori. Lo dimostra un’altra ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, secondo la quale lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia («Greenland Ice Sheet» o GrIS) avviene ad un ritmo mai visto negli ultimi 350 anni e contribuisce in modo crescente all’innalzamento globale del livello dei mari.

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